Quando si pensa alla crescita, fatta salva la sua immancabile traumaticità, la si immagina come un processo di costruzione, un’aggiunta di mattoni di consapevolezza su un edificio ancora non del tutto definito.

La vita profonda, esordio di Martina Faedda, pubblicato da Nottetempo, gioca invece con la logica contraria. Il passaggio all’età adulta della protagonista Olivia avviene per sottrazione, nel senso che è raccontato attraverso ciò che la vita le toglie. La morte prematura di sua madre, avvenuta quando lei era ancora piccola, la fa crescere immersa nell’assenza, rendendo il senso di perdita parte integrante del suo imprinting. Dopo la tragedia, Olivia si ritrova con due papà decisi a collaborare e perfino a coabitare pur di non lasciarla sola: Gioele, padre biologico, e Vittorio, il compagno della mamma. Un ménage che potrebbe fare da presupposto a una sitcom americana anni ’90, se non fosse che la vita di Olivia, raggiunti i diciotto anni, è tutt’altro che divertente. Gioele è un uomo insicuro e manipolatore che controlla ossessivamente il peso e la dieta di sua figlia. Questo porterà inevitabilmente Olivia a disprezzare il proprio corpo, a digiunare, a “tagliarsi”, a convincersi di non essere mai abbastanza magra, anzi di non essere mai abbastanza.

Un miglior rapporto sembra averlo con Vittorio, papà acquisito ma decisamente elettivo, meno presente, forse anche meno in ascolto, eppure privo della tossicità di Gioele.

Quando a Vittorio viene diagnosticata una leucemia fulminante, quel senso di perdita che sottopelle non ha mai smesso di logorare Olivia, riesplode con una forza sconcertante e anzi si moltiplica. Perdita del patrigno e perdita di peso entrano morbosamente in connessione, al punto che la ragazza arriva addirittura a convincersi che quanto più magra diventerà lei, prima suo padre potrà guarire.

Ogni cosa a questo punto si traduce in perdita, anche ciò che le fa bene, come l’amicizia con Clara e Lele, due gemelli suoi coetanei: se fino a quel momento i due hanno rappresentato per lei una famiglia surrogata, l’accogliente normalità che le era sempre stata negata, ecco che l’amicizia e la sorellanza con Clara diventano tradimento, perdita della lealtà, il sesso con Lele diventa perdita della purezza. Clara e Lele si tramutano allora in personaggi ostili, ora vittime ora carnefici di un’Olivia sempre più invisibile, sempre più silenziosamente urlante. Come se non fosse in grado di viversi nulla – la sua famiglia, i suoi amici, il suo corpo – senza prima demolirli, mutilarli, farli passare attraverso un filtro negativo, portandosi sempre dietro quel linguaggio relazionale distorto con cui è stata cresciuta.

La vita profonda racconta un dolore già ampiamente affrontato dalla letteratura, eppure Faedda sorprende il lettore con uno stile inconcepibilmente semplice, scandalosamente naturale. Di fronte ad argomenti così delicati ci si trova spesso di fronte allo sforzo di sottolineare il malessere, soffermandocisi a lungo nel tentativo di esorcizzarlo o di denunciarlo. L’unica cosa a cui non siamo abituati è vederlo fluire. In questo senso, La vita profonda ha qualcosa che si avvicina al perturbante, non tanto per quello che racconta, ma per come lo racconta. Manipolazione, anoressia, malattia terminale sono temi che ci fanno star male, di cui abbiamo voglia di leggere, con cui vogliamo anche empatizzare ma che non vogliamo normalizzare. Sentiamo il bisogno d’incagliarci su quel dolore per ricordarci quanto sia insormontabile. Invece La vita profonda è un romanzo che si divora, che si legge velocemente e questo quasi disturba, perché vorremmo tutti che Olivia si prendesse il tempo necessario per elaborare quello che sta vivendo e capire che non è affatto normale.

In questo senso c’è nel libro un passaggio tanto esemplificativo quanto agghiacciante, quello in cui Gioele porta sua figlia a bere un aperitivo prima di accompagnarla a una festa. Olivia si è messa “in tiro”, e Gioele dopo averle detto che la gente potrebbe scambiarla per una sua “fidanzatina dell’Est”, sembra quasi esporla come una specie di trofeo, la usa per far ingelosire una barista con cui evidentemente spera di avere una tresca. Olivia ne resta un po’ dispiaciuta ma non disgustata, non scappa, la sua vita con Gioele continua come sempre, pur nei suoi contrasti. Da lettori vorremmo focalizzarci su quanto sia disturbante un comportamento del genere, aspettiamo il momento in cui la ragazza rifiuterà di avere qualsiasi altro rapporto con suo padre.

Ma questo momento non arriva mai, le sofferenze di Olivia continuano il loro rapido corso verso un inevitabile cambiamento, confermando l’aspetto più peculiare, e forse la vera chiave di lettura, di questo romanzo di formazione: l’inaccettabile scorrevolezza del dolore.

 

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Autore

a.vertorano@tin.it

Armando Vertorano, classe 1980, è autore televisivo, scrittore e sceneggiatore. Quando non scrive quiz e domande per il piccolo schermo, collabora con riviste culturali online come minima&moralia, Snaporaz e Limina. Ha pubblicato due raccolte: una di racconti (Dindalé) e una di testi teatrali (Materiali di scena), e ha all'attivo due podcast, Cover the top e Se telefonando.

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