Quando Simone de Beauvoir si chiedeva “Cosa può la letteratura?” non intendeva fermarsi al dibattito dei primi anni Sessanta su impegno e istanze d’avanguardia, ma provare a spostare l’attenzione su un aspetto sino ad allora trascurato: “solo la letteratura può riuscire a conciliare tutti i momenti inconciliabili di un’esperienza umana” (La femminilità, una trappola scritti inediti 1027-1983, L’orma, 2021). Nonostante la singolarità del percorso intrapreso da ogni scrittore, “nessuno scriverebbe se non avesse, in un modo o nell’altro, sofferto la separazione e non cercasse, in un modo o nell’altro, di distruggerla”. Usare quella denuncia come filtro per leggere le narrazioni contemporanee permette di misurarne l’urgenza di cambiamento.

Nella scena letteraria occupa un posto a parte Shumona Sinha, poetessa e scrittrice indiana in lingua francese che sembra ereditare l’interrogativo di Simone de Beauvoir. Attraverso la condizione dell’apolide indaga la fragilità di contesti famigliari, le disparità di genere, il peso dell’ordine morale sulla libertà, con un drammatico e glorioso elogio del margine. Con il suo ultimo romanzo, Apolide (trad. Tommaso Gurrieri, ed. Clichy), Sinha pone in dialogo due realtà che per estensione raffigurano il contrasto irrisolto tra appartenenza e direzione.

La prosa si dilata e si contrae: in un abile gioco di sovrapposizioni riproduce gli stravolgimenti sociali e politici indiani e le contraddizioni del violento contesto francese contemporaneo. Tre storie sull’esilio, l’identità, lo smarrimento. Tre stati – il radicamento, l’abbandono e il ritorno impossibile – per indagare la perenne percezione di duplice estraneità nei confronti dei luoghi di nascita e di quelli d’adozione. L’attenzione alle dinamiche sociali emerge individuando figure alla ricerca di un innesto. Con Mina, Sinha descrive la condanna subita da una giovane indiana rimasta incinta del cugino e marchiata dal disonore perché nubile. Con Esha traccia i tentativi di un’insegnante di costruire una nuova vita a Parigi tra angherie e umiliazioni. Con Marie narra la necessità di conoscere le origini e sentire come proprio un paese difendendo le cause delle sue minoranze.

Ogni personaggio è mosso da una convinzione che finisce per spegnersi, che si tratti della fiducia in un’idea di giustizia, dell’impegno politico contro gli abusi di potere o della persuasione che le promesse d’amore possano abbattere veti. Ancor prima che per le storie di violenza e alienazione, è la scelta linguistica a determinare la direzione e marcare il passo della scrittura.

La sola patria, per Sinha, è la lingua francese, usata per misurare evoluzioni e cambiamenti, drammi e fugaci euforie, immortalare uno smarrimento condiviso. La lingua diventa lo spazio per ridefinire una personale geografia sensibile, compensa il disorientamento provato rispetto ai luoghi d’origine e l’estraneità verso il posto in cui insediarsi. Una condizione esplorata tra gli altri anche dalla scrittrice Ornela Vorpsi, che dichiarò di trovare nella lingua francese il solo spazio per raccontare una dolente infanzia albanese.

La lingua nelle opere di Sinha misura l’urgenza di cesura, un’invocazione alla separazione, un distacco per osservare con sguardo lucido il presente. Sono i tentativi di distruggere la sofferenza da separazione evocati già da Simone de Beauvoir ad assegnare furenti accenti lirici alla narrazione. Non a caso è una visione di morte – una donna violentata e bruciata da un gruppo di uomini nella periferia di Calcutta perché ritenuta miscredente – a determinare sin dalle prime pagine il tono del romanzo. La descrizione sensibile del mondo, delle privazioni che genera, trova la sua prima rappresentazione nell’immagine di quel corpo straziato che vaga tra le rovine. La struttura del romanzo ricalca quell’incedere: l’apparizione diventa la premessa necessaria per comprendere le dolorose ragioni del singolo e la miopia di una comunità.

L’oscurità le aveva penetrato gli occhi come polvere. Aveva percorso con le mani il viso, la gola, le spalle, il petto. Aveva cercato il ventre, ma non c’era più, e nemmeno c’erano più le gambe, e l’inguine, sotto il tronco un mucchio di ceneri, secche, scure, pronte a volare via con il vento.

Apolide è la polifonia dello smarrimento e della ribellione, è l’esito di una ricerca avviata già con A morte i poveri! e Calcutta (trad. Tommaso Gurrieri, ed. Clichy) dove il doloroso ritratto di una realtà indiana segnata da violenze e soprusi riproduce il disincanto. La feroce denuncia politica traccia utopie e miti decaduti. Il racconto dell’estraneità è concepito da una rottura: nell’adottare la prospettiva dell’immigrato la narrazione tratteggia al contempo il conflitto interiore vissuto dal singolo e gli esiti di una mancata integrazione nella visione di una società.

Tutti le ricordavano da dove veniva, da dove venivano loro, mossi probabilmente da un contorto senso di fratellanza che li legava a lei grazie a un ricordo di miseria, di disgrazie e di triste origine.

Sono i dettagli minimi, i certificati, i documenti, le lettere di raccomandazione, le stagioni e le città, resi con una prosa priva di orpelli e avulsa da retorica, a definire lo spazio fisico di un passato per lungo tempo indefinito, relegato a ricordi impastati di tormenti.

L’indagine narrativa di Sinha presta una particolare attenzione ai risvolti generati da codici sociali e morali e atti di matrice religiosa per le donne, sovrapponendoli a contesti che rivelano la radice sociale del pregiudizio, come accade a Esha nel prendere consapevolezza del prezzo di quella apparente libertà.

Si faceva presto ad accorgersi che viveva sola. Il fatto che fosse libera significava che lo era per tutti, la sua libertà non era un affare suo ma degli altri, minacciata dal desiderio degli uomini e dalla diffidenza delle donne.

La cura estrema riservata alla parola rivela le intermittenze emotive dei personaggi, la perenne incertezza tra incredulità e speranza, l’incapacità di decodificare le emozioni, i desideri repressi legati a un immaginario che sconfina nella violenza. Seguirne le vicende porta il lettore a interrogarsi sulle ragioni dell’indifferenza, sulla deriva di un’apatia radicata e favorisce continui ingrandimenti sulle singole vicende di solitudine per poi estendere lo sguardo sullo sfondo politico su cui le storie di Sinha si modellano. In tale prospettiva il racconto della trasformazione del corpo – gettato coscientemente “nella fossa comune dell’oblio” – diventa per estensione la metafora della metamorfosi di un luogo.

I frammenti di paesaggi in grado di generare una “tenerezza che somiglia al lutto” compongono un potente affresco indiano tra il ricordo di terre aride, rosse, una lingua ruvida e secca, gli scalini disegnati dai campi lungo il Gange, i mercati intorno alle moschee. Sinha rivendica una disarmonia per renderla strumento di osservazione del presente e raccontare bellezza, distruzione, contraddizioni, chimere, in una sottile comunanza tra la realtà indiana e quella francese. È in particolare la questione razziale nella Francia contemporanea a interessare l’autrice, affrontata con il tratteggio del miraggio di un riconoscimento sociale.

Nessuno avrà mai le apparenze che servono per essere di questo paese, per parlare la sua lingua, non la si parlerà mai abbastanza bene, non si avrà mai il legittimo accento. La torre della lingua si eleva, gli stranieri volano e volteggiano intorno, vengono a becchettare, ci lasciano piccoli escrementi, ma non potranno mai farci il nido. Il diritto della lingua è duro quanto quello della patria, ma anche astratto e sfumato, non si può conoscerne la carta e il territorio.

La brama di approvazione si trasforma in un faticoso percorso di legittimazione di un diritto che ha come culmine la conquista della cittadinanza, ritenuta tuttavia un privilegio. Lo sconforto nella rivelazione di un fallimento inesorabile nel contributo all’ordine sociale innesca la ricerca tardiva di una omologazione per camuffare la propria identità, celare la paura, non esporsi, non disturbare. Un’afflizione che porta a tentare di annientare il proprio passato, a percepire come un fardello la storia personale e della patria, dei culti, dei riti, la “traccia vischiosa” del proprio passaggio come unica rivendicazione.

La natura dell’uomo è probabilmente costruita da molti strati, invisibili gli uni agli altri. Ciò che fa male non è la verità, e nemmeno la menzogna, ma ciò che le separa, o che le lega. Quel punto di unione, quella zona di penombra, in cui sono sospesi i fili scoperti.

 

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Autore

a.pisu@minima.it

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all'Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.

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