Pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo. (fonte immagine)

Leggere le argomentazioni di chi contesta l’uso della parola “genocidio” per lo sterminio dei palestinesi potrebbe anche essere interessante, se fosse possibile considerarlo come un semplice esercizio retorico che nulla ha a che fare con le vite umane di cui pretende di occuparsi. Purtroppo c’è qualcosa di profondamente insano nelle sfide dialettiche con cui i contendenti cercano di vincere a colpi di capziosità linguistiche, falsi sillogismi, scivolose equivalenze logiche, quando l’argomento del contendere è la morte violenta. È una specie di malattia umana, esclusivamente umana, che ogni volta lascia sconvolti. Intrappolati in una ragnatela di inumanità, ci sentiamo perduti.

L’altro ieri però è apparso un articolo di Liliana Segre in cui le argomentazioni per negare la portata genocidaria del massacro di palestinesi sono chiare e semplici, ma talmente poco consistenti che non è possibile far finta di nulla. Poiché non esiste rispetto nell’adulazione, ma solo nel trattare gli argomenti dell’intelletto in quanto tali, due cose è necessario dirle. Del resto, l’argomentazione della Senatrice non è capziosa, non punta a prevalere tanto per prevalere, non soffre della malattia umana dell’inumanità.

Liliana Segre conosce la sofferenza e non è mai lontana dalla portata del massacro. Il suo ragionamento è veloce: “Nella drammatica situazione di Gaza non ricorre nessuno dei due caratteri tipici dei principali genocidi generalmente riconosciuti come tali (…) Uno è la pianificazione della eliminazione, almeno nelle intenzioni completa, dell’etnia o del gruppo sociale oggetto della campagna genocidaria, l’altro è l’assenza di un rapporto funzionale con una guerra. Anche i genocidi commessi durante le due guerre mondiali (armeni, ebrei, rom e sinti) non ebbero la guerra né come causa né come scopo, anzi furono eseguiti sottraendo uomini e mezzi allo sforzo bellico.”

Ora, rispetto al primo punto, dispiace che la Senatrice Segre non sia informata della lunga lista di dichiarazioni che in questi mesi sono state pronunciate dai principali attori del massacro. Non solo all’indomani dei fatti di inizio ottobre 2023, quando l’emozione poteva prevalere sulla ragione, ma in tutti questi quattordici mesi, gli inviti a spazzar via Gaza sono stati chiari. Certo nessuno ha scritto nero su bianco: vogliamo il genocidio. Ma non è certo necessario avere una prova del genere per assicurarsi della natura di frasi come “dimezzeremo la popolazione” ultima delle prese di posizione esplicite, pronunciata pochi giorni fa dal ministro Smotrich.

Più interessante però è il secondo punto. Spiega, Segre, che i genocidi non hanno rapporto con la guerra e quando accadono in guerra sottraggono mezzi all’impegno bellico. Ora la questione è proprio questa: l’eccidio di palestinesi a Gaza è una guerra? Davvero vogliamo chiamarla così? In guerra si fronteggiano due eserciti. Dov’è l’esercito palestinese? E qual è il Paese a cui è stata dichiarata guerra? Ma lasciamo stare, evitiamo di finire nella disputa nominalistica. E ragioniamo: ammesso che si voglia chiamarla guerra, non è evidente che è proprio in questa stessa guerra che consiste il genocidio? I mezzi potentissimi con cui Israele colpisce da 420 giorni la Striscia di Gaza stanno radendo al suolo un mondo.

Le immagini che ci arrivano, nonostante il divieto di far entrare giornalisti, sono eloquenti. I numeri parlano da soli e chi sa dare a essi un senso, come certo è il caso della Senatrice, non può permettersi errori di interpretazione. A Gaza è stato distrutto tutto: l’anagrafe, il catasto, le università, le scuole, e anche la gran parte degli ospedali. Non c’è più nulla che permetta una vita dignitosa. E sotto queste sterminate macerie sono perduti quegli innumerevoli scomparsi che si aggiungono ai quarantacinquemila morti certi, un numero dato per difetto perché non esiste più modo di tenere il conto. Senza parlare di tutti i morti che di questa epocale distruzione sono effetto indiretto – malati cronici, mutilati e infetti privi di cure – tanto che seri studi (di organizzazioni americane e israeliane) contano i morti oltre le 150.000 unità.

E senza parlare di Gaza nord, di cui poco riusciamo ormai a sapere, ma quel che è certo è che una popolazione ormai ridotta fra le 65 mila e le 75 mila persone non riceve cibo da quarantacinque giorni e dei novantun tentativi che l’ONU ha fatto di consegnarne dal 6 ottobre scorso a oggi, ottantadue sono stati negati e nove impediti. E dunque come vogliamo chiamare questo sterminio? Davvero si possono avere dei dubbi?

Del resto, il punto in fondo è ancora un altro: che senso ha questa discussione quando noi, tutti noi, stiamo avallando quel che accade? Lo facciamo politicamente, economicamente, militarmente e culturalmente. Forse è bene tornare a Socrate, quando ripeteva, di fronte alla sfrontatezza dei Sofisti, che poco importa la parola che usiamo, ma è bene intendersi sulla sostanza e non perdere il contatto con la realtà, con i grandi fatti e le grandi questioni dell’animo. E insomma, siamo d’accordo o no che è necessario fare di tutto per fermare questo mostruoso eccidio?

 

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1 commento

  1. In un’epoca in cui il paradosso della comunicazione sta nella troppa informazione, si insidia la falsità.
    Anzi, siamo talmente in una bolla virtuale in cui accettiamo acriticamente ogni notizia perché abbiamo a potata di mano la comodità dei mezzi e non siamo diffidenti al punto da verificare la fonte, l’origine e questo, sia da un punto di vista antropologico, sia sociale è una caduta libera: bisognerebbe aggiungere l’aspetto “politico”, ma lì è una terra di nessuno o di pochi, ma in ogni caso un buco nero dove ogni pseudo verità si perde nell’orizzonte degli eventi.
    Quando poi dall’altre parte c’è una nazione/stato che ha molta disponibilità e forza economica ed è insidiata in Congressi, Parlamenti di mezzo mondo in modo occulto, maliziosamente le notizie rischiano di avere anche un prezzo.
    Relegare il genocidio a ricordi, sofferenze o limitarlo alla propria bandiera è sempre pericoloso.
    È un limite, uno spazio chiuso. Nel caso specifico, forse, l’alibi sta nel fatto che si è detto di volere cancellare Hamas e Hamas non è una razza, non è una nazione o come dice l’Onu a proposito di genocidio Hamas non è “gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». Ecco sull’ultima parola si potrebbe scivolare perché leggendo il Patto di Hamas del 1988 è tutto edificato sulla figura di Allah della sua grandezza, misericordia ecc. Quindi ci sono chiare fondamenta religiose: è sufficiente per parlare di genocidio?
    Si dimentica però che dall’altra parte c’è il popolo palestinese che è governato per una parte da 2 milioni circa proprio da Hamas, e altra parte da Al – Fatah che governa altri due milioni circa, in tutto il Palestinesi sono poco più di 5 milioni (o erano).
    Ora ci si potrebbe chiedere se genocidio -che è una parola d’autore coniata a metà del secolo scorso e a ridosso della seconda guerra mondiale e dopo l’olocausto – abbia margini e confini spazio temporali stretti, chiusi oppure no: diversamente, nel caso di questa guerra dovremmo coniare un’altra parola, fatto sta che oggettivamente come la si voglia chiamare – maledette le parole – di certo non è una guerra e basta.

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Autore

matteonucci@minimaetmoralia.it

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha pubblicato con Ponte alle Grazie i romanzi Sono comuni le cose degli amici (2009, finalista al Premio Strega), Il toro non sbaglia mai (2011), È giusto obbedire alla notte (2017, finalista al Premio Strega), e il saggio narrativo L'abisso di Eros (2018). Con Einaudi ha pubblicato traduzione e commento del Simposio di Platone (2009) e i saggi narrativi Le lacrime degli eroi (2013), Achille e Odisseo (2020), Il grido di Pan (2023). Per HarperCollins sono usciti il romanzo Sono difficili le cose belle (2022) e il saggio narrativo Sognava i leoni. L'eroismo fragile di Ernest Hemingway (2024). I suoi racconti sono apparsi in riviste, antologie e ebook (come Mai, Ponte alle Grazie 2014), mentre i reportage di viaggio e le cronache letterarie escono su La Stampa e L'Espresso. Cura un sito di cultura taurina: www.uominietori.it

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