Nuovo appuntamento con la rubrica a cura di Anna Toscano. Dieci domande a poetesse e a poeti per cercare di conoscere i loro primi avvicinamenti alla poesia, per conoscere i loro albori nella poesia, quali siano stati i primi versi e i primi autori che li hanno colpiti, in quale occasione e per quali vie, e quali i primi che hanno scritto. Le altre puntate sono qui.

Qual è la poesia che hai incontrato, e quando, che ti ha fatto pensare, per la prima volta, che fosse qualcosa di fondamentale?

Il primo riconoscimento di un’immagine fatta solo di parole risale alla seconda o terza elementare e mi rimanda a un quadretto insieme mistico e inquietante: si trattava della poesia titolata ’Rio Bo’ di Aldo Palazzeschi. Quando il sussidiario si apriva su quella pagina la mia testa partiva e andava a fissarsi in una dimensione che oggi chiamerei cristallizzazione. C’era qualcosa di affascinante e terribile in quella poesia, ci trovavo un tempo impossibile, un imbroglio. In quei versi tutto pareva terso e in pace ma io sentivo chiaramente che non era vero. E c’era qualcosa di minaccioso nella voce della maestra che diceva sorridendo: bambini, andate a pagina 10, lì, dove trovate Rio BO!

La mia infanzia, in quegli anni, si divideva tra la città, Milano, e la vita di cascina in un piccolo paese agricolo vicino a Brescia. La scuola era a Milano, ma l’estate la passavo nella laboriosa campagna lombarda, dove vivevo notte e giorno con i maestri contadini. Nel bene e nel male, i miei veri maestri erano loro, contadini e contadine, in quegli anni erano ancora semianalfabeti. Era gente che aveva un rapporto quasi brutale con la natura e gli animali. La cascina era l’opposto di Rio Bo: lì in cascina si macellavano i maiali, si tirava il collo alle galline, si accendevano fuochi misteriosi e fino a tarda sera si spargevano tra i fienili vecchie litanie. Secchiate d’acqua potenti ripulivano la corte, non c’era nessuna casetta, non c’era alcun ruscello. La cascina era il contrario di Rio Bo. Io vedevo passare le stagioni e Rio Bo se ne stava lì sulla pagina come un acquarello, un disegno, una natura morta, forse.

Bambini, andate a pagina 10. E io ci andavo a pagina 10, accompagnavo la lettura con l’indice. Mi sudava il naso e mentre mormoravo le parole in lettura quel paese fermo e beato che si formava sulla pagina somigliava sempre di più a una macchia: casa, ruscello, praticello: ma dove? dove… Certo ancora non sapevo che mezzo secolo mi sarei trovata a scrivere in ‘Neo/Alcesti canto delle quattro mura’ una specie di controcasa, un contropaese: non c’è niente / non è rimasto niente/solo quel ruscello davanti a casa // Vacci tu./ Vai a casa, se hai coraggio / Entra.

Qualche anno dopo, seduta in un altro banco, mi ritrovai a leggere La fontana malata, sempre di Palazzeschi. Clop clop clop. Cloppete cloppete cloppete. Dunque la fontana era malata, era così, e lo sapevo io! Lo sapevo…è una tragedia, la fontana, il ruscello, il praticello, è una tragedia, una tragedia… un dolore risaliva dalla pagina, la fontana doveva avere un male simile al mio.

Aldo Palazzeschi Rio Bo, 1909

Tre casettine dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bo,
un vigile cipresso.
Microscopico paese, è vero,
paese da nulla, ma però…
c’è sempre disopra una stella,
una grande, magnifica stella,
che a un dipresso…
occhieggia con la punta del cipresso
di Rio Bo. Una stella innamorata!
Chi sa se nemmeno ce l’ha
una grande città.

Ida Travi  da La corsa dei fuochi, 2006
(Non c’è niente)

Non c’è niente
Non è rimasto niente
Solo quel ruscello
Davanti a casa

Vacci tu
Vai a casa se hai coraggio.
Entra.

Qual è il primo autore o autrice che ti è rimasto/a in mente come poeta?

Rimbaud, le Illuminazioni. Le vocali. A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali. Io dirò un giorno le vostre nascite latenti: A, nero corsetto villoso di mosche splendenti… ah, pensai, allora la poesia non è solo nera, non è solo scritta. Ah, le vocali, le risonanti… quei suoni, ecco dove si scioglie la voce.

C’è stata una persona o un evento nella tua infanzia, o giovinezza, che ti ha avvicinato alla poesia? Chi era? Come è accaduto?

Mia madre aveva un’amica che scriveva poesie. C’era un suo libro in casa, sul ripiano del comò. Ricordo vagamente alcuni versi: ritraevano qualcuno che apriva una porta. Ricordo che a quel punto della pagina, all’aprirsi di quella porta, tutto cambiava: e qualcuno entrava senza comparire… mi pareva quasi di sentire un certo spostamento d’aria intorno alla testa…

Quali sono i primi libri di poesia che hai cercato in una biblioteca o in una libreria?

Ricordo che andavo in giro con frangia sugli zigomi e un bel giorno davanti a una gelateria un tipo con fascia in fronte mi disse: la Dickinson… ma come? non conosci la Dickinson?

Così comprai quel primo libro, ma ero in ribellione e il libro mi parve un po’ pallido… Seguì Gasoline di Gregory Corso con prefazione d’una certa Fernanda Pivano. Cercai Fernanda Pivano, sapevo che viveva a Milano. La trovai, le parlai, ci fu una specie di riunione a casa sua. Ci andai con l’innamorato d’allora. Lui taceva mentre io dicevo la mia. Ricordo che quando ci salutammo Fernanda Pivano ci strinse le mani e ci disse: ‘Tutte queste chiacchiere, tutte chiacchiere… Beati voi…beati voi che adesso ve ne andate a far l’amore… io invece, sono sola… sola’ Ettore Sottsass, aveva appena lasciato quella casa per trasferirsi a Roma, e Fernanda Pivano tamponava il tempo parlando di poesia con degli sconosciuti.

Il primo verso, o la prima poesia, che hai scritto e che hai riconosciuto come tale: quando è stato e in quale circostanza?

Sempre là, alla Scuola Elementare di Viale Mugello, a Milano. Erano gli ‘anni ’50. Si presentava al Senato della Repubblica il disegno di legge per istituzionalizzare quella che poi sarebbe diventata l’attuale Festa della Mamma! Le Scuole furono chiamate a partecipare alla Festa attraverso un concorso: si trattava di inviare alcune poesie scritte dai bambini, e io, proprio io, chissà come poi, vinsi quel concorso. La poesia che scrissi rimase qualche anno appesa in corridoio poi finì in spazzatura.
La spazzatura si raccoglieva in cantina attraverso un buco nel muro sul ballatoio, al terzo piano.

Quando poi i versi sono arrivati copiosi, quali sono stati i tuoi pensieri?

A dire il vero ho cominciato a scrivere in prosa. Oreste Del Buono pubblicò il mio primo racconto su Linus. Era la fine degli anni ’70. Avevo inviato alla rivista un breve racconto, se pur senza speranza, ma una sera gli amici mi dissero sventolando il numero di maggio: hai visto? hai visto? Uscì di lì a poco anche una prima raccolta di racconti per le stravaganti edizioni ‘Re Nudo’: La bambina che giocò col leone.

Quando hai avuto tra le mani le tue prime poesie pubblicate, cosa è accaduto?

Si era ormai a metà degli anni ’80, avevo pubblicato uno strano libretto titolato Vienna. Quel titolo non si riferiva solo alla città, si riferiva anche al nome della protagonista del film Johnny Guitar di Nicolas Ray. Già allora, dunque, comparivano quegli strani rimandi al cinema…me ne accorgo ora. Seguì un altro libro in prosa poetica: L’abitazione del secolo, e guardando indietro, da qui, mi rendo conto che con quell’abitazione, già assumevo il secolo come unità di tempo, come se un secolo fosse un tempo d’altra natura. Forse lo stesso tempo ora abitato dai Tolki. Sia L’abitazione del secolo che Vienna furono pubblicati da Michelangelo Coviello per la piccola pioneristica casa Editrice Corpo 10. Con la prosa poetica mi ero certo avvicinata alla poesia, ma ancora non volevo andare a capo. Non volevo governare nulla, lasciavo correre, ma con alcune costanti: per esempio l’andamento ritmico nella stesura e l’affidamento alla memoria nella ripresa in lettura: quei testi li mandavo a memoria. Si trattava di lunghe pagine in prosa, mi dicevo, che bisogno c’è di mandarle a memoria? L’oralità in quegli anni pareva fuori luogo, era una questione poco interessante. Negli anni ‘90 sono poi arrivate le prime pubblicazioni con Anterem: Il distacco e Regni: ancora niente a capo ma forma poetica più distesa e memorabile… Cominciò in quegli anni la riflessione teorica su ciò su ciò che andavo facendo e nasceva così L’aspetto orale della poesia. Cominciai a riconoscere il lavoro del tempo su di me. L’attimo e la storia. Il neo. Il neo come macchia, ma anche il neo come il nuovo, il capovolgimento. L’attimo in cui tutto può cambiare. Scrivevo NeoAlcesti, canto delle quattro mura.

La poesia per te è più di una fede o quasi una fede?

La poesia per me non è una fede. Non trovo niente di sacro in poesia, la poesia è un lavoro sulla realtà e sul tempo. Poesia è spirito dell’utopia, così come avevo imparato a riconoscerlo con Ernst Bloch: poetico è lo spirito dell’utopia, ogni parola è un salto. Oltre la nostra abitazione del secolo. Penso sempre di dover cercare casa per almeno un secolo. Quasi all’ombra dei cipressi, quasi fosse il sepolcro foscoliano, fino all’aula scolastica, fino alla Standa, fino al buio d’un cinema. Fino a dietro a un pulsante, dietro un dispositivo. Nel silenzio c’è la poesia, nello spiraglio c’è la poesia, nell’andare continuo da qui a lì c’è la poesia. Nel bene e nel male, nel ricordo. Forse dalle mie parti c’è solo poesia, nient’altro.

La poesia inizia? La poesia finisce?

Ho una sola risposta per queste due domande: cominciare e finire non è carattere della poesia. Chiusi i libri di filosofia ho compreso a modo mio in che rapporto stava, per me, la parola con il tempo. E anche con lo spazio. Il rapporto con il tempo ingloba i Tolki in una dimensione perennemente out in uno spazio separato dal tempo. Contro ogni logica, contro ogni relatività. Avevo imparato con Henry Bergson che c’è un’unica posizione della lancetta sul pendolo, delle sue posizioni precedenti non resta traccia, mentre dentro di me si attiva quel processo di rielaborazione dei dati che costituisce la vera durata: la coscienza. In uno spazio sopra/naturale ogni Tolki brucia in due righe la sua incosciente eternità. Il futuro tace, arriva come una nevicata. Ma la cosa più importante in poesia l’ho imparata con Simone Weil: ‘Il mondo è un testo a più significati e si passa da un significato attraverso un lavoro’. Dunque, se il lavoro per noi è una forma di preghiera, allora sì, mi contraddico, la poesia è proprio quel tipo di preghiera.

 

 

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Autore

a.toscano@minima.it

Anna Toscano vive a Venezia, insegna presso l’Università Ca’ Foscari e collabora con altre università. Un’ampia parte del suo lavoro è dedicato allo studio di autrici donne, da cui nascono articoli, libri, incontri, spettacoli, corsi, conferenze, curatele, tra cui Il calendario non mi segue. Goliarda Sapienza e Con amore e con amicizia, Lisetta Carmi, Electa 2023 e le antologie Chiamami col mio nome. Antologia poetica di donne vol. I e vol. II. Molto l’impegno per la sua città, sia partecipando a trasmissioni radio e tv, sia attraverso la scrittura e la fotografia, ultimi: 111 luoghi di Venezia che devi proprio scoprire, con G. Montieri, 2023 e in The Passenger Venezia, 2023. Fa parte del direttivo della Società Italiana delle Letterate e del direttivo scientifico di Balthazar Journal; molte collaborazioni con testate e riviste, tra le altre minima&moralia, Doppiozero, Leggendaria, Artribune, Il Sole24 Ore. La sua sesta e ultima raccolta di poesie è Al buffet con la morte, 2018; liriche, racconti e saggi sono rintracciabili in riviste e antologie. Suoi scatti fotografici sono apparsi in guide, giornali, manifesti, copertine di libri, mostre personali e collettive. Varie le esperienze radiofoniche e teatrali. www.annatoscano.eu

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