Nuovo appuntamento con la rubrica a cura di Anna Toscano. Dieci domande a poetesse e a poeti per cercare di conoscere i loro primi avvicinamenti alla poesia, per conoscere i loro albori nella poesia, quali siano stati i primi versi e i primi autori che li hanno colpiti, in quale occasione e per quali vie, e quali i primi che hanno scritto. Le altre puntate sono qui.

Qual è la poesia che hai incontrato, e quando, che ti ha fatto pensare, per la prima volta, che fosse qualcosa di fondamentale?

L’infinito. Era l’accesso a un mondo interiore che nella poesia diventava, finalmente, anche esteriore, altrettanto reale e condiviso di quello materiale che ci circonda. Era comunicare. Ed era, al tempo stesso, un recuperare il ricordo sotto forma tangibile: nelle parole. Un connetterlo al presente, un perpetuarlo, un salvarlo. Un tessere la vita come un tutt’uno, intero.

Qual è il primo autore o autrice che ti è rimasto/a in mente come poeta?

Dante, per la vividezza del mondo che rappresenta: la vita nella poesia e la comprensione profonda, di cui ci riappropriamo, della vita, nella poesia. E Leopardi, per l’indefinitezza che concede al desiderio la sua infinitudine, e dunque lo mantiene tale: la tensione di un protendersi verso, di un immaginare, prefigurare, che è la radice della creatività (e della creazione).

C’è stata una persona o un evento nella tua infanzia, o giovinezza, che ti ha avvicinato alla poesia? Chi era? Come è accaduto?

La mia insegnante di italiano al liceo. Certo, sapevo che era brava. E certo, sapevo che la mia passione per la letteratura e la lingua (le lingue) era la ragione per cui avevo scelto quella scuola. Ma un giorno, mentre stava leggendo Dante, mi sono resa conto che mi ero commossa, profondamente. E che questo era un marchio di differenza: mi segnava come un individuo con delle caratteristiche specifiche.

Quali sono i primi libri di poesia che hai cercato in una biblioteca o in una libreria?

Eugenio Montale, Vittorio Sereni, Attilio Bertolucci. Insieme a Emily Dickinson, Walt Whitman, William Carlos Williams.

Il primo verso, o la prima poesia, che hai scritto e che hai riconosciuto come tale: quando è stato e in quale circostanza?

La poesia è “Orzo maturo”, apparsa nel mio primo libro, L’acero rosso (Crocetti 2002):

La faccia tonda
del sole si cala rossa
dietro uno straccio
grigio. Pedalavo, stasera,
e mi chiedevo di dove
m’è nato questo rovello
dell’esattezza. D’accanto
strelitzie asciutte lontano
paglia velluta.

Mi sono accorta che dovevo dire quello che vedevo; che lo stavo facendo usando delle immagini; che quelle immagini erano metafore, che nascevano dall’intuizione delle somiglianze tra le cose, più precisamente tra le loro forme. Il sole ha una faccia, la nuvola è uno straccio grigio, il campo di orzo maturo sembra paglia vellutata se guardato nel suo insieme, nella distanza, la singola spiga di orzo ha il portamento di una strelitzia se osservata da vicino. Interpretandomi adesso, vedo il momento in cui sono diventata consapevole che per me la poesia sarebbe stata – era – una necessità e un’operazione sempre latente e a volte prorompente della mia mente, un modo di percepire il mondo e di leggerlo, viverlo. Un impulso, ripetuto all’infinito, a esprimere l’emozione con cui mi colpisce la bellezza delle cose (in qualsiasi cosa questa consista): a restituirne la mia apprensione con e nelle parole.

Quando poi i versi sono arrivati copiosi, quali sono stati i tuoi pensieri?

Ho pensato che c’era un altro mondo in cui era bello abitare e che gettava luce su quello che avevo conosciuto fino ad allora – lo rivelava e riempiva di senso

Quando hai avuto tra le mani le tue prime poesie pubblicate, cosa è accaduto?

Mi è sembrato di aver fatto un figlio. Quando mia madre mi ha detto che le aveva lette d’un fiato, non le aveva del tutto capite, ma aveva sentito una forte emozione, ho pensato che andava tutto bene.

La poesia per te è più di una fede o quasi una fede?

È più di una fede. È un fatto, una realtà: una fede che mi precede e conduce, mi fonda e mi fa essere quello che sono.

La poesia inizia?

Sì, il primo verso è una folgorazione, un essere trovati, toccati sulla spalla, parlati (apostrofati), chiamati.

La poesia finisce?

Non credo: siamo noi che ci distraiamo o voltiamo in un’altra direzione, per un po’. Perché siamo umani e abitiamo sulla terra, imbrigliati inestricabilmente nelle sue relazioni con altri esseri umani e nonumani, nella sua materia, nei suoi eventi. Solo così possiamo tornare alla poesia pieni di senso e pronti all’ascolto: continuare a tessere il suo disegno, sostenere il suo recitativo, accogliere e assecondare la sua espressione del mondo.

 

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Autore

a.toscano@minima.it

Anna Toscano vive a Venezia, insegna presso l’Università Ca’ Foscari e collabora con altre università. Un’ampia parte del suo lavoro è dedicato allo studio di autrici donne, da cui nascono articoli, libri, incontri, spettacoli, corsi, conferenze, curatele, tra cui Il calendario non mi segue. Goliarda Sapienza e Con amore e con amicizia, Lisetta Carmi, Electa 2023 e le antologie Chiamami col mio nome. Antologia poetica di donne vol. I e vol. II. Molto l’impegno per la sua città, sia partecipando a trasmissioni radio e tv, sia attraverso la scrittura e la fotografia, ultimi: 111 luoghi di Venezia che devi proprio scoprire, con G. Montieri, 2023 e in The Passenger Venezia, 2023. Fa parte del direttivo della Società Italiana delle Letterate e del direttivo scientifico di Balthazar Journal; molte collaborazioni con testate e riviste, tra le altre minima&moralia, Doppiozero, Leggendaria, Artribune, Il Sole24 Ore. La sua sesta e ultima raccolta di poesie è Al buffet con la morte, 2018; liriche, racconti e saggi sono rintracciabili in riviste e antologie. Suoi scatti fotografici sono apparsi in guide, giornali, manifesti, copertine di libri, mostre personali e collettive. Varie le esperienze radiofoniche e teatrali. www.annatoscano.eu

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