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Nuova canzone felice è l’opera prima del poeta napoletano Marco Melillo, uscita il 20 aprile per i tipi di Marco Saya nella collana “Sottotraccia” diretta da Antonio Bux. Vincitore del Premio Annamaria Ortese nel 2017 per una sua poesia inedita, Melillo è un poeta che riesce a manipolare diverse forme espressive, a destrutturarle per cercare un continuo dialogo con il lettore in una sorta di soliloquio “a più voci”.

C’è tanta filosofia assieme alla pratica poetica di Melillo che canta morte e vita senza la necessità di fare leva sul tragico. Con la sua scrittura il poeta napoletano vive una “vita poetica pura”, per dirla con Hölderlin, cioè quella situazione dello spirito, quella sensazione trascendentale che vive il vero poeta quando comincia a poetare. E, in Melillo, sicuramente è possibile riandare con la mente alla famosa “teoria dei toni” del poeta tedesco, cioè che le parole, come i suoni, possono essere organizzate temporalmente per l’ascolto. E più il poeta è bravo a combinare questi stimmungen, più sarà libero perché non resterà prigioniero di nessuno stato d’animo. Melillo riesce in questo suo esercizio di libertà poetica e, per questo motivo, ho voluto rivolgergli qualche domanda.

Che ruolo può avere la poesia in un’epoca pandemica come la nostra?

Ciò che penso guardando ancora ai morti che abbiamo tutti i giorni, a partire dalla mancata definizione di una guida scientifica la cui proposizione viene continuamente screditata da soggetti scellerati, è che la poesia può ancora essere l’ultima manifestazione sacra intesa anche in senso civile del nostro tempo. Dovremmo pensare che il mondo attraversa una fase distruttiva da molto tempo, ma capire che la distruzione che abbiamo intorno e che noi stessi generiamo con i nostri comportamenti individuali non è sufficiente ad alimentare una coscienza. Per quanto in fondo la musica sia musica, l’arte sia arte, la poesia sia poesia da qualsiasi luogo essa provenga.

Ma proprio per questo il pensiero del circostante è un continuo inganno che può impedirci di accedere ad una coscienza, e questo vuol dire anche non poter produrre arte e non poter produrre poesia per il mancato accesso all’altro, che è la prima formula da imparare per imprimere un segno all’esistente, cambiarne una, un verso, aggiungere qualcosa rispetto ai grandi del passato che sono vivi nel nostro presente e ai nostri maestri. In questo senso e tornando allo spettro di una poesia cosiddetta civile, forma di deminutio se consideriamo che in senso assoluto di poesia ne esiste una sola nella sua pluralità, nella sua molteplicità, da poeta non posso non notare quanto il carico di invettiva presente in un testo sia inversamente proporzionale alla qualità del testo stesso.

Circa un anno fa Michelangelo Pistoletto affermò che il ruolo dell’arte in questa pandemia è la sensibilità. Stiamo, però, vivendo uno scenario distopico in cui manca il motore per accendere questa sensibilità, cioè l’Altro. Come ne usciamo?

Sicuramente in questo dissidio risiede anche la necessità di fare arte e la necessità dunque di incontrare l’altro e l’alterità. E così torniamo all’inizio, al racconto quotidiano dei morti, alla domanda posta continuamente a se stessi sulla necessità di intervenire, molto spesso direi infierire invece che praticare un profondo e rispettoso silenzio, ma è una falsa domanda: la scrittura come la poesia nella propria necessità genetica implica esclusivamente la presenza di propri bassifondi sedimentati nella coscienza. Quando fiorisce un dettato la poesia si ricorda di noi. Nel mio libro esiste anche l’invettiva, esiste il tono marziale, esistono addirittura dei valori. La maggior parte degli autori contemporanei mostra di non avere alcuna sensibilità rispetto a queste cose. Di solito dove sussiste l’invettiva non c’è sublimazione, e dove dovrebbe trovarsi il sublime inteso in senso stretto non c’è dettato poetico. E dunque non ci sono necessità e furore insieme. La vita brucia, la poesia brucia, ma in modo molto diverso.

Enzo Rega, nella sua bellissima prefazione, dice che il tuo è un Mediterraneo tragico, un “mare che cerca la sua teologia” dove rischia il naufragio chi lo attraversa alla ricerca di una nuova vita.

Nella prima sezione del libro, “Mediterraneo”, sono condensate quelle che possiamo volgarmente chiamare tematiche di fondo: l’ambiente attraverso il mare e i giardini, le piante, gli animali; l’uomo in mezzo ad essi proprio come animale e mai regnante assoluto ma servo, anche rispetto alla sua stessa specie. Solo con questa caratterizzazione di fondo sono venute fuori strofe dedicate ad esempio ai migranti, i morti in mare ammazzati o lasciati morire, ed il contrasto con le sfacciate primavere che di tanto in tanto si affacciano qui e là nel mondo, in un mondo inospitale a causa della prepotenza di alcuni pochi sui tanti.

Però la seconda sezione, “Disperanza”, si apre con una citazione di Mutis sulla poesia che sembra contraddire quanto hai appena scritto…

Sì, nel senso che la poesia viene chiamata “moneta inutile”, ma quello è un peccato che dobbiamo accettare per il solo fatto di esistere. In questa sezione prendono voce gli elementi e individui più diversi: dalla “tossica” eroinomane agli uomini durante la pandemia paragonati ai topi, dall’introspezione di “Quodlibet” alle balene cacciate, dalla pioggia (torna l’elemento naturale) alla vecchiaia umana, dalla poesia alla metapoesia, che poi diventa argomento centrale della terza sezione, “Dalle case d’altri”, in cui affronto sia il tema della sterilità della produzione letteraria contemporanea (“c’è un silenzio portentoso accanto alla ginestra”…) all’esaltazione di alcuni miei maestri, sempre vivi tutti ma alcuni in carne ed ossa: Whitman, Neruda, Caproni, Pasolini, Montale che – onestamente – è uno dei maestri ma che qui è visto nella tremenda opposizione che ebbe con Pasolini nella famosa “lettera a Malvolio” (non a caso il mio testo si chiama “Malvolio, una seconda lettera”.)

Ma a testimoniare del fatto che la poesia sia e possa essere nei casi più fortunati (Borges docet) eterna, la quarta sezione (“invisibile mondo”) chiude un cerchio iniziato con la prima sezione al cospetto del mare e della mera osservazione dei fenomeni che ci riporta alla teologia come perenne e necessaria speculazione passando per i poeti parmenidei (i testi di quella sezione sono stati quasi tutti scritti in Magna Grecia); in questa sezione protagonista è l’anima o meglio il non visibile e tra questi, la memoria. Una immensa croce che portiamo tutti, lo vogliamo o meno.

In “Continuum, primavera”, che chiude la prima sezione, termini dicendo che non c’è più nessuno che protegga il mare. Chi lo proteggeva prima d’ora?

“Continuum, primavera” in realtà è slegata dai versi che chiudono la prima sezione dedicata al Mediterraneo. Si tratta in ogni caso di una presa di coscienza rispetto alla piccolezza umana e vorrei dire soprattutto a quella dell’individuo che  – questo lo dimostra la storia – preso isolatamente difficilmente riesce a cavarsela da solo. Anzi sottolineerei il fatto che in altri punti questa sorta di metanoia che di solito si manifesta quando ci si accorge effettivamente che nulla del proprio vissuto è propriamente assoluto come come lo si pensava ancora in adolescenza, voglia prendere il lettore a brutto muso. Come in “Lettera da Alicarnasso”, dove per ricordare la morte (non solo simbolica, evidentemente) di Aylen Alkardi – il bambino fotografato senza vita su una spiaggia, appunto, dell’attuale Bodrum – vengono chiamati in causa elementi come lo stupro (“Adesso scrivo a matita/ negli alberi incerti dei bimbi/cacciati a fatica…/Chi ce l’ha data è lo stupro/l’insulto alla riga/segnata per gioco.”).

Chi proteggeva il mare finora? Intanto il procedere della tecnica ha favorito negli ultimi sessanta/senttant’anni uno scempio su tutti i fronti verso questa che è e rimarrà una risorsa fondamentale non solo per l’uomo. Non è propriamente vero che “nessuno protegga il mare” però anche nel senso che ciò che è considerato reietto, da diseredare contempla anche la vita umana, e questo è più che evidente. Altrettanto vero è che tutto è nel modo, in molti casi. Prendiamo la pesca: sappiamo che certe modalità di intervento sono particolarmente aggressive per l’ecosistema, mentre tutto è votato ad un ordine commerciale che è in realtà un disordine che segna a passi da gigante l’autodistruzione del genere umano insieme – occorre sottolinearlo – a chi prima e meglio di noi forse, aveva abitato il mondo. Il Mediterraneo è uno degli emblemi di tali disastri.

 

Continuum, primavera

Api in volo come magiche operaie
a piccoli salti suoni d’ambra di una pala
docilmente dimenata nel giardino
lidi vuoti posidonie rinsecchite
che attraversano a brandelli il litorale
scogli chiari melarance vieni qui
e qui pure scopri che non si può mai vedere
tutto fermo se non nella tua sembianza
e senza specchio: solo le parole
che nemmeno tu risparmi e pensi in volo
perché in volo ti vorresti insieme ai frutti
dentro i segni di quest’opera
ma neanche questo è tuo.

Viaggia sopra e accanto
l’orologio tempestoso della terra
con i suoi giorni a scadenza
da che le facciamo guerra.

Circondate amici se potete
il fortunale, non c’è più nessuno
che protegga il mare.

Nella tua opera prima c’è una polifonia di voci che, in alcuni momenti, drammatizzano il linguaggio poetico come ne “La bambina di Civitella di Val di Chiana”. In questo teatro polifonico, però, ci sei sempre tu in primo piano, sia come attore che come spettatore. Posso azzardare dicendoti che “tutte queste voci sei tu”?

Deve esserci una musica dei perduti e in qualche modo questo spirito deve essere abitato nella poesia, almeno al grado più alto. In vita a riguardo ho sentito tante scelleratezze come ad esempio che la poesia debba essere essa stessa la realtà – come se si trattasse di un racconto dal taglio giornalistico, come se si possa trattare di fare una fotografia, come se fosse alla stregua di tutti gli altri linguaggi che presi singolarmente, ognuno con la propria dignità, non hanno bisogno di difendersi. E nemmeno la poesia ha bisogno di difendersi. La poesia – come scrive George Bataille ne “La letteratura e il male” – non accetta i dati dei sensi nella loro nudità, ma non è sempre, anzi è raramente disprezzo dell’universo esteriore.

Intanto in questo come in altri casi all’interno del libro si tratta di incontri realmente avvenuti al nostro tempo ma che del nostro tempo hanno poco per le su citate ragioni. La poesia si nutre di un ascolto clandestino dell’ignoto. In questo mi considero relativamente fortunato, mi considero molto fortunato nel senso che era difficile andare a Civitella e trovare 76 anni dopo una sopravvissuta all’eccidio nazista, come mi ritengo fortunato di aver raccolto la confessione di chi scappa dalle guerre e dalla povertà (è il caso di Mustafa in “Lettera ocra”): di solito giriamo la faccia dall’altra parte e perfino il dolore diventa un oggetto da copertina, incapace di penetrare una coscienza “spot” fatta a immagine e somiglianza di un social network. E credo che questo sia il tema più esemplare legato al contemporaneo e questo sia il modo più profondo di affrontarlo: cioè lasciandolo parlare ma conferendo attraverso la poesia un elemento visionario che in quanto tale è sempre eterodiretto: non viene predeterminato dall’autore. Quindi sono io ma non sono io. E se fossi io o anche in quei casi in cui sono realmente “io” non saprei dire se quella voce provenga da un momento del tempo fissato nel passato, nel presente o in un futuro, perché la poesia lavora di fronte all’eterno presente.

Ciò non toglie dignità a un dettato meno visionario, all’imposizione di un ricordo o di un sentimento, ma contribuisce forse a fissare quella che chiamiamo poesia al di là di uno scopo individuale.

 

La bambina di Civitella in Val di Chiana

Arrivi un giorno d’estate, i girasoli
affacciati sulla provinciale,
i nuovi ulivi che masticano
le colline, le vigne al giorno scosceso
che brucia feroce il silenzio.
Le piante muovono grida ti pare
dall’alto di rocche sbiadite.
Ma a Civitella si viene per farlo
il silenzio
di una gioventù senza scuse,
senza doverlo stanare.
Il 29 di giugno la vestono con le bandiere
perfino i tedeschi mi dice una vecchia
ci vengono e più di qualcuno – mi dice
non ce li vuole anche dopo
questo muro d’anni in cui tutto
– o quasi tutto viene mescolato al perdono
tacendo un uccello sciacallo.
Pare sia meglio guardar le colline
aspettare non venga nessuno.

È strano arrivino in pochi mi dico,
tra questi anch’io.
Ma forse l’uomo non vive
nel suo tempo esatto.
La sala delle memorie
è una vecchia bambina
che adesso si scioglie le mani
alle tempie rinchiuse
per più non sentire gli spari,
è una conferma al passaggio
campestre d’estate
sullo sguardo aperto.

 

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Autore

f.bove@minima.it

Francesco Bove ha pubblicato nel 2019, per Arcana, “Joao Gilberto – Un impossibile ritratto d’artista”, il primo libro italiano sul padre della Bossa Nova. Ha scritto, inoltre, per webzine musicali come “Mescalina” e “Indieforbunnies”, per testate come “Flanerì” e “KLP Teatro” e ha creato nel 2017 “L’Armadillo Furioso”, un blog culturale che si occupa principalmente di teatro, cinema, libri e fumetti.

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