di Christian Raimo
Mi spingerò oltre, lo sai.
Stesa, farmacologizzata, ma non puoi dire ora
che non è capitato.
La pelle sono le piastrelle in balcone
(L’erba non spacca nulla ma prova
a bruciarne il passato. Il fiato ti manca:
come la volta che hai sentito piangere tuo padre
dal muro oltre la stanza, e non ti sei più alzato.)
Hai caldo, una ragione d’inferno.
Il vestito stirato, la mattina insonne,
e spari agli uomini precipitati a mezz’aria –
l’indecisione che hai sempre confuso
per salvezza: l’equilibrio delle bambole.
Sei cresciuta, e ora non smetti.
E puoi dire quanto vuoi “Non guardarmi
negli occhi”: per stanarmi hai già ricambiato.
Eravamo compagni di banco,
e io non ti ho guarito, nulla. Ti ho persuaso
di ogni incantesimo, resurrezione,
rosario, ma tu eri tutto tranne che morto.
La provincia italiana, in certe zone del Sud,
è come la Grecia antica,
piena di eroi, che al bar ti fischiano dietro.
(Io ero sempre appartato,
anagrammi nei bigliettini
passati da un banco all’altro,
le terze e le quarte file,
dall’altra parte i nomi ufficiali
su carta intestata. Non ho mai riso
se non per disagio).
Hai più ossa del dovuto.
Un tumore utile da una certa età in poi.
Da quando mi parlavi della donna dei tuoi sogni:
è lei, guardala, è lei. Che non hai mai baciato,
aspettando il disastro giusto
per sembrare un superstite.
Amico, malato, ogni giorno si apre
senza un goccio di anestetico.
Questo è l’anno dei pidocchi:
neri come le carte che hai scelto con cura dal mazzo
per coprire la tua bocca sensibile.
Santo cielo, è il gigante dietro di te quello che devi amare,
lo riconosci dall’ombra. Muoviti!
Prendi il coltello! Non vorrai lasciarlo
così bambino. Sentilo piangere,
e ancora non l’hai nemmeno toccato.
Le donne uccise le mettiamo
tutte in un foglio di carta.
Poi ne facciamo una mostra.
Ci costruiamo una città.
E poi un terremoto.
Li colleziono tutti i tuoi lividi,
ogni volta che da bambino tuo padre
ti portava a Villa Ada tornavi ferito,
tanto che pensavamo ci fossero i demoni
a passeggiare con noi la domenica.
Sarà per questo che ti si blocca il respiro
se mi avvicino? E scambi sempre la pace per acido lattico,
la sclerosi per amore? Me per l’animale
che hai soffocato nel sonno. E io continuo,
continuo – lasciami stare, davvero –
con l’errore di non punirti mai.
Se piangessi, ti assomiglieresti di più.
Mi fai lo stesso effetto:
un pomeriggio realmente infinito,
la luna si sta schiantando al suolo
annichilita dall’attesa. Quante scuse
hai accampato – ho voglia di sigarette,
ho voglia di guardarti fumare –
ma non c’è nemmeno uno sgabuzzino
dove non arrivi l’onda roca della tua gola:
quindi? togli i cardini alle porte, e
fai oh oh con la bocca quando
i tuoi migliori amici muoiono?
hai accudito tua madre morente:
questo quante volte me l’hai detto?
e per cosa? per un bruxismo cercato
come un vestito alla moda?
Sei innocente come la malaria,
una malattia imprevedibile;
nella tua spina dorsale c’è finito di tutto.
Ed è vero, stai invecchiando. Se m’incanto a guardarti
le palpebre, te lo posso anche dimostrare.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

l’ho letto, con la stessa predisposizione con cui leggevo le tue vecchie poesie. Ora capisco perchè mi piacevano anche se non ne comprendevo del tutto il senso. E’ perchè assomigliano ai miei sogni. E come sempre ti dico: bello! ciao
Hai una scrittura così densa che ogni volta che ti leggo devo sforzarmi. Sforzarmi di pensare, visualizzare, immaginare, capire, lasciar perdere il filo, interrompere il mio proprio andamento ritmico di comprensione, rassegnarmi a non capire, per poi scoprire di comprendere – proprio nel senso di prendere con me, dentro – non tutto quello che volevi dire, ma ciò che mi risuona dentro e piano assume un senso. Tracci linee, a volte confini. è la lentezza con cui accade tutto ciò a piacermi della tua scrittura, ed è esattamente la stessa a cosa a darmi i nervi; questa esasperante lentezza con cui accadono le cose importanti della vita. Quelle insignificanti. Le più importanti, appunto. Quindi grazie. Grazie perchè riesci a non piacermi, (non del tutto, non subito), a non cercare il colpo di scena, eppure a lasciare dei movimenti importanti. Se fossi una musica, forse….
“La domanda cui cercherò di rispondere è la seguente: Perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro?” (Bruce Chatwin a Tom Maschler, 1969).
C’è una storia dietro, la si intuisce da alcune risonanze,schizzi linguistici che si colorano per contrappunto linguistico e visivo.C’è un racconto che rimane fuori dal registro stilistico, dalla tessitura delle parole. Una malattia forse, un rimpianto,un gesto mancato. Sensi di colpa. Tutto rimane apparentemente incompiuto, come storie di vita lasciate fuori dalle tele di Klee.La parola evoca altri mondi, altre immagini, evocazioni forse, tragedie implose, E poi lentamente, attraverso flash, visioni, parole emerse, spazi di silenzi, vien fuori il patire, il sentire del poeta. S’illumina il quadro e capisci, avverti sonorità, vuoti temporali, corpo che rimane ferito,lacerazioni vitali. Questa è poesia. Un’improvvisa apertura che avviene dentro di te, solo leggendo, solo scrutando nell’altro….