Vita quotidiana tra i campi degli Internazionali d’Italia, aspettando Parigi e le nuvole del Roland Garros
“Che sport di merda”. La versione nostrana dell’antico adagio “Tennis is unfair” viene pronunciata dagli spalti subito dietro di me, durante il match di secondo turno delle qualificazioni del singolare femminile tra la spagnola Anabel Medina Garrigues e la russa Yulia Putintseva. Avanti 5-1 e match point nel terzo set, la russa ha poi perso sei giochi di fila, finendo sconfitta in tre ore e quattro minuti in una partita che sembrava ormai vinta.
“Me fa ‘na tenerezza quell’artra”, prosegue la voce alle mie spalle, ma la delusione dura un attimo, bagnata nel giallo del tramonto primaverile che disegna le ombre dei pini sul terreno di gioco, subito rimpiazzata dal piacere più grande di passeggiare per il Foro Italico, durante gli Internazionali d’Italia. La folla ancora sparuta è qui per questo, per fare lo struscio da un campo all’altro, ripetere ogni volta il rituale del tifo, dei commenti, dei gelati e delle bibite, mentre decine di tennisti si sfidano ovunque in quella che sembra una gigantesca partita collettiva.
Chiusi nell’isola del Foro Italico, lontani da qualsiasi sentore della città attorno, ci si abbandona facilmente all’eterno presente delle partite che finiscono e ricominciano, le voci educate dei giudici di sedia che annunciano il punteggio, gli applausi intermittenti, la musica e i rumori degli stand sparsi lungo i percorsi marmorei. Una parentesi balneare tra i doveri della vita quotidiana, rapiti da un improvviso edonismo infrasettimanale. Ancora al volante, se provate a raggiungere il Foro facendo la Tangenziale, all’ora giusta potreste trovarvi a guidare per circa dieci chilometri senza neanche sfiorare il pedale del freno, scivolando verso la meta sotto un sole abbagliante, liberi dal nonsense del traffico, quasi che il mondo parallelo del torneo cominciasse già dalla strada da percorrere verso i campi.
Una volta giunti basta avere l’accortezza di non prendere il Lungotevere dal lato degli impianti sportivi, pena la rottura dell’illusione per l’ingorgo permanente attorno agli accessi, e una volta attraversato il fiume parcheggiare in uno dei tanti posti a disposizione. Lascerete la macchina a forte rischio di venire multata dagli ausiliari del traffico, che pur di alzare il monte contravvenzioni faranno anche finta di non vedere il tagliando del parcheggio ben esposto sul cruscotto, ma per il momento non resta che attraversare il pedonale Ponte della Musica in stile simil-Calatrava e prepararsi a un aristocratico dolce far niente.
“Dai, andiamo a vedere le femmine”. Il gergo zoologico ben si presta a un torneo di tennis, dove la simultaneità degli incontri riduce l’importanza del singolo atleta, offuscata dalla varietà di esemplari in azione. Come animali da esibizione, i tennisti vengono ammirati da vicino ma raramente ricambiano lo sguardo dei visitatori, salvo i rari casi in cui siano infastiditi o distratti. In più i ground romani sono scavati nel terreno, per cui quando si cammina a lato degli spalti si osserva il gioco dall’alto, come nelle grandi fosse dei primati dove ci si ferma a ammirare decine di scimmie mentre fanno le acrobazie.
L’arena più bella è sicuramente lo stadio Pietrangeli, ex della Pallacorda, un quadrilatero di gradoni di marmo circondati da valorose statue celebranti l’eroismo e la prestanza fisica.
“Ma questi a gioca’ su sto campo, ma do’ giochi su un campo così, co le statue. È storico”. Frase che viene ripetuta ogni giorno da migliaia di persone durante il torneo, nella costante ammirazione degli spalti marmorei (che durante i match non troppo affollati permettono anche di stare comodamente reclinati, le gambe stese) e del suo bianco abbagliante, che fa tornare a casa con il colorito gaudente dei weekend in barca a vela. L’unico neo della zona è la Super Tennis Arena, il secondo impianto per capienza, un ammasso di tubi metallici tirato su alla bell’e meglio, che guasta leggermente l’appeal neoclassico dell’evento. Intitolata alla televisione all tennis della Federazione Italiana, la STA difficilmente si riempie del tutto, e spesso i match ospitati sembrano prendere un colore intonato alla sua aria disadorna.
Il primo a cui assisto al suo interno vede il croato Marin Cilic contro il kazako Andrey Golubev. In Italia da quando era adolescente, Golubev nel 2010 è arrivato velocemente al n. 33 del mondo, ma da lì le cose non hanno più funzionato a dovere, e adesso cerca di restare sopra il n. 200. Guardo l’incontro condizionato da una sua intervista letta di recente, dal titolo “O hai soldi e sponsor o non puoi più giocare”, dove il kazako lamenta i montepremi troppo bassi dei tornei dei circuiti inferiori che è costretto a giocare. Mi scopro a cercare segni visibili delle sue tribolazioni: tra i due in campo non sembra esserci molto, tranne che Cilic, attualmente n. 12, spinge quando ne ha bisogno, e gli riesce. Cilic è uno che si è suicidato in diverse occasioni contro i più forti, eppure qui fa il suo comodo, il che dà l’idea della cruenta escalation di determinazione e capacità di esecuzione che si incontra salendo in classifica. Il croato è alto quasi due metri, Golubev in confronto ha le spalle strette, un completo bianco Lacoste che sembra di una collezione vecchia. Il corpo dei tennisti acquista una forma corrispondente agli esiti delle loro carriere, non c’è un Leo Messi in questo sport.
La partita scappa via, mentre Golubev tiene la testa bassa e pare pensare alle rate che deve pagare, con il fare di chi odia i suoi colpi ormai disuniti. Torna una pallina dagli spalti e di riflesso fa per mettersela in tasca prima di prepararsi a rispondere, come nei tornei senza raccattapalle e giudici di linea, dove gli out te li chiami da solo. Poi si rende conto, e la getta dietro di sé.
“Er grigio era dato come uno dei più forti, poi ogni tanto se perde”.
Dietro di me i due uomini sulla cinquantina seguono la partita tra il lettone Ernests Gulbis (che chiamano “er grigio” in omaggio al colore del suo completo) e il finlandese Jarkko Nieminen (“er giallo”), che vede prevalere il primo in due set belli e tirati. Parlano dei fatti loro tra uno scambio e l’altro:
“Ner complesso so’ un padre da sette, chi è che non commette qualche errore?”
“Ma nun te poi da’ er voto da solo!”
Come Golubev, anche Gulbis a volte si perde, ma lui ha una famiglia ricca. Si racconta che ogni tanto per sbrigarsi con le trasferte da un torneo all’altro abbia usato il jet privato del padre.
Qualche anno fa è stato arrestato a Stoccolma con l’accusa di essere rientrato in albergo con una prostituta, sostiene la depenalizzazione delle droghe leggere, beve e fuma, dice di tenersi alla larga da Riga, sua città natale, altrimenti i suoi amici lo portano fuori tutte le sere.
“Non gioco a tennis per i soldi”, ha detto in un’intervista. “Ma comunque un lavoro lo devo fare. Non voglio vivere sulle spalle degli altri”.
Gulbis vince un altro turno in agilità, poi si trova di fronte Rafael Nadal, che sulla terra vince contro praticamente tutti. Ma il lettone non sembra notarlo, e in 19 minuti arriva a 5-0 e set point. Il set finirà 6-1 per lui, la partita 6-4 al terzo per Nadal. Sul 4-5 del terzo set Gulbis annulla un match point con uno smash su cui rompe le corde della racchetta, la cambia e perde i due punti successivi e l’incontro. La partita mi è toccato seguirla seduto a terra di fronte a un maxi schermo indegno, tecnologia anni ’90 e segnale in ritardo sulla diretta. L’immagine va a scatti – ha funzionato tutta la settimana così – siamo più di trenta buttati lì. Me li immagino i tecnici che hanno installato lo schermo che si guardano dopo i penosi test di segnale, mentre si dicono “ao’ mejo de così nun se vede”, e poi se ne vanno.
Gulbis nel corso della partita ha realizzato 59 colpi vincenti, Nadal 13; ha fatto 15 ace, mentre lo spagnolo zero. E allora perché ha vinto lui? Il rampollo baltico in conferenza stampa analizza l’incontro: “Ho giocato meglio nel primo set, e penso anche nel secondo e nel terzo. Dal punto di vista del gioco, ho fatto una partita migliore, (Nadal) non ha fatto niente di speciale, ma è un campione”. “Ma”: un complimento preceduto da una congiunzione avversativa. “Non sbaglia, semplicemente non sbaglia mai”, elabora meglio. “Non ho problemi a perdere partite, io non cambio il mio gioco”.
Facile rimanere sedotti da chi vuole giocare alle proprie condizioni, creando occasioni, aggredendo il campo. Ma la realtà è che i recuperi folli e le parabole a piombo di Nadal, unite ai misteri dei suoi rituali sempre uguali (riccioli, naso e cavallo dei pantaloni toccati prima di servire, bottigliette girate e allineate sempre nello stesso modo), unite al suo spirito martire che gode nella lotta punto punto fanno si che lo spagnolo annienti le ambizioni di quasi tutti i suoi avversari. Quasi fosse antimateria che risucchia il gioco degli altri, li lascia lì a smarrire l’audacia e il coraggio di cercare le righe, storditi dalla durezza dell’opposizione.
Nadal risucchierà tutti nel suo vortice, dopo Gulbis sarà la volta del connazionale Ferrer, operaio del fondocampo che rema per due set, inscena una rimonta eroica e poi cede privo di forze fisiche e mentali, poi il ceco Tomas Berdych, mandato a casa agilmente dopo che aveva battuto il n. 1 Novak Djokovic in rimonta. Per finire con Roger Federer in finale, completamente impedito nell’esprimere i suoi gesti così diversi, frustrato in ogni avventurismo, ridotto a un attore che ha scordato la parte.
La sconfitta di Gulbis è stato il momento in cui ho capito che nulla di speciale poteva più accadere nel torneo. Sempre meno partite, sempre più Eva Henger o Gabriella Carlucci nell’area vip, sempre più risultati guidati dalle leggi della fisica. L’anno scorso Brian Phillips era a Wimbledon per Grantland, e ha scritto di una partita tra Ferrer e Andy Murray dove si scopre a tifare per lo spagnolo in quanto sfavorito, e che poi inevitabilmente perde. “Nel tennis si capisce quasi sempre chi ha l’entropia dalla propria parte. Uno dei due in genere ce l’ha, e l’altro si trova a dover affrontare il suo avversario insieme a una colossale corrente di disintegrazione che gli si riversa addosso dall’altra parte della rete”. Così finiscono le partite: “Match point per l’entropia, come sempre”.
Meglio la vittoria di Serena Williams nel singolare femminile, almeno lei fa tutto una spanna sopra le altre nei giorni giusti. Nel maschile è una faccenda più contorta, sembra che le vittorie a volte vengano dalla capacità di non far esprimere l’altro, oppure di costringerlo a colpire così tanti vincenti che alla fine lo stupore e il risentimento per l’ennesima cosa bella non riuscita portano all’errore. “Tagliare la traiettoria, divenire una sponda da biliardo, liberare il corpo dalla gravità grazie alla velocità pur mantenendo un portamento eretto, diversamente dai giocatori grevi che caricano di peso la palla e incurvano i loro corpi attorno a essa”, scrive forse con sdegno eccessivo André Sala, filosofo francese prestato alla speculazione sportiva nel volumetto I silenzi di Federer. Ma quell’idea della sponda da biliardo, della pura reattività del corpo al servizio di un virtuoso gioco di leve l’ho vista all’opera anche nella settimana di Roma, almeno quando sono riuscito a vedere gli ultimi game del primo turno di Tommy Haas, che oltre le regole anagrafiche a 35 anni ancora regala la gioia dell’impatto cristallino con la palla. Nel match perso contro Mikhail Youzhny a un certo punto Haas è in risposta, e si sposta velocemente verso sinistra per rispondere di dritto di puro istinto, colpendo d’incontro sul servizio del russo. La palla parte veloce dalla sua racchetta, lungolinea, in un attimo atterra appena fuori. Il fascino dell’errore bello, che sia dentro o fuori è solo una faccenda di punteggio.
Anche il sole comincia a nascondersi verso la fine del torneo, e mentre capannelli di fan si sciroppano perplessi incontri di doppio a ripetizione la folla di possessori di biglietti del Centrale si affretta dentro sperando di assistere a eventi unici. Coppie benestanti che portano per mano pargoli vestiti Ralph Lauren, discutendo con voce soave su chi prende quale macchina più tardi, telefonate di cinquantenni che ripetono “dì a mamma che ci vediamo dopo”, ragazze con fondotinta e cappellino da baseball che distribuiscono gadget, famiglie in gita da Firenze, da Treviso, da Priverno, avvocati con trophy wife, gabbiotti con misuratori di velocità del servizio (150 orari il meglio che ho visto, resta il dubbio di quale sia la mia), fan con magliette di Roland Garros o Wimbledon. Ah già, ormai è arrivato il Roland Garros, si ricomincia a fare sul serio: chi potrà vincere quest’anno? Un giocatore ha vinto sette delle ultime otto edizioni, perdendo una sola partita in tutte le sue partecipazioni al torneo: Nadal, sempre lui. C’è poco da fare di fronte all’entropia.
Fabio Severo è a Parigi per il Roland Garros: potete leggere il suo diario delle due settimane del torneo sul sito di Studio (qui la prima parte, la seconda uscirà venerdì 31 maggio).
Fabio Severo copre eventi sportivi e non per agenzie e network internazionali, cura progetti fotografici per l’associazione ZONA e ha un blog di fotografia, Hippolyte Bayard.
- Anabel Medina Garrigues
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E invece qualcosa di speciale è successo, ed era Benoit Paire.
Vero, le mie cronache risentono troppo della parte di tabellone di Nadal.
Bel pezzo, dal ritmo sonnacchioso e tennistico. Immagino che per pudore e per non apparire maschilista l`autore non si sia dilungato sulle “femmine” che stanno sugli spalti, offerte generosamente all’occhio del telespettatore dalla regia Rai (in quella internazionale NON compaiono). Nadal non e` sempre piacevole da vedere, pero` e` davvero un agonista mostruoso. Me lo immagino ogni mattina mentre fa a mozzichi con un leone che tiene in casa prima di andare ad allenarsi.