Questo articolo è stato pubblicato su Europa.
di Christian Raimo
Non mi sono mai piaciute le mimose. Il gesto di comprarle dall’immigrato al semaforo e portarle in classe da ragazzino mi lasciava semplicemente palesare un’asimmetria simile a quella che avrei dovuto cancellare simbolicamente. Le mie compagne, figlie di famiglie borghesi che mi dicevano: «Beh, a me non me l’hai portata la mimosa?»; i miei quasi coetanei maghrebini o albanesi che si incartavano affannati tra lo scatto di un verde e l’altro per tagliare i rametti gialli.
Mai capita la festa della donna, forse perché sono fortunatamente cresciuto in una famiglia che a proposito di parità si riconosceva tacitamente in delle pratiche sostanziali e non in delle forme: per dire, mio padre si occupava dei figli, faceva la spesa e le lavatrici, cucinava, raccoglieva e stendeva i panni, stirava…: forse, oggi che non c’è più, ricordare il modo in cui badava alla casa lo imbarazzerebbe, ma sono convinto di essere stato fortunato: semplicemente uno degli esempi più cristallini dal punto di vista pedagogico che ho avuto.
Insomma, come ogni anno, da quando sono piccolo, mi chiedo se abbiamo bisogno di una festa della donna. Festeggiando l’8 marzo, forse mi sono emancipato certo, almeno un po’. Ho imparato, nel tempo, la motivazione di un momento del genere, la sua origine storica, la sua rimodulazione negli anni, e ho visto come le più semplici battaglie per il riconoscimento di diritti fondamentali delle donne siano sempre faticosissime… Autodeterminazione, consapevolezza, memoria e pratica del femminismo: sono ancora elementi alieni per buona parte delle donne in un’Italia, dove l’educazione al maschilismo e alla disparità dei sessi, è spesso ancora la norma.
Eppure questa semplificazione – la festa della donna, la festa, la donna – mi continua a lasciare perplesso, non per anticonformismo. Piuttosto, provo una sensazione simile a quella nei confronti della giornata della memoria. E non si tratta meramente di un consumismo della ricorrenza: se fosse così, basterebbero quelli che alla vieta retorica della giornata di riflessione rispondono in modo abbastanza lapalissiano che dobbiamo fare memoria per i restanti 364 giorni, o avere a cuore i diritti delle donne per gli altri 364 giorni…
L’idea è piuttosto che i simboli stabiliti socialmente servono se il loro significato riesce a essere trasparente. E qual è il significato della festa della donna? Qual è il significato oggi di una festa della donna, che non sia fagocitata nel gorgo delle ricorrenze, o neutralizzata dalla onnipossibilità delle interpretazioni, degli usi simbolici?
Il significato politico di una festa starebbe nella sua ritraduzione rispetto al contesto attuale. La domanda “Cosa vuol dire combattere oggi a favore dei diritti delle donne?” mi porta a fare mia una domanda che pone Judith Butler in Questioni di genere (un libro incredibilmente venticinquenne): «Esiste qualcosa di comune tra le “donne” che pre-esiste alla loro condizione di oppressione oppure le donne hanno un legame tra loro solo in virtù della comune oppressione? Esiste una specificità delle culture delle donne che non dipende dalla subordinazione indotta dalle culture egemoniche maschiliste?». Ossia, detta in termini più cafoni, esiste una comunità di donne indipendente dal credito nei confronti degli uomini? E questo debito oltre che ripagarlo in termini di mimose e di discorsi enfatici sulla rilevanza storica delle donne, in quale altro modo viene compensato? Non è questo credito già all’interno di una logica di commercio tutta maschilista? E dunque, per esempio, le quote rosa non rientrano in questo scambio?
Combattere per i diritti di qualcuno da un punto di vista politico ha per me un senso se si tratta di difendere i diritti degli oppressi, dei non liberi. Nel caso dell’8 marzo, è così? Sono scettico, e proprio da un punto di vista dell’efficacia politica. Negli ultimi anni ho spesso assistito a uno strano paradosso: la nozione del concetto di “donne” ha spesso dato meno forza agli scopi femministi. E non dico questo soltanto, prendendo il punto di vista della Butler, e volendo sostituire il concetto di sesso a quello di genere; ma constatando che spesso le battaglie femministe che hanno successo politicamente sono proprio quelle in cui la divisione uomini/donne viene ripensata.
Continua a leggere su Europa.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

“da un punto di vista politico ha per me un senso se si tratta di difendere i diritti degli oppressi, dei non liberi.”
Però: “oppressi” e “non liberi” non sono una categoria specifica.
Me lo sono spessa domanda anch’io : una comunità di donne esiste ? Cos’è la “donna” ? Citi Judith Butler – e questo mi fa enormemente piacere (mi permetto, inoltre, di darti del “tu”). Ed è proprio per questo che ho deciso di lasciare un commento. Credo che una comunità esista – magari non reale, ma almeno nelle nostre teste. Che questa divisione organizzi la nostra società sia abbastanza evidente. Una categoria sempre aperta, pronta alla resignificazione. L’8 marzo è il 1 maggio di un’altra categoria oppressa. Non c’è una specificità dell’essere donna. Non esiste una Donna. Ma a quanto pare esiste un Uomo, dal quale le donne differiscono – e a me non sta bene. Avere una giornata per ricordare le lotte non significa pensare la causa solo in questo giorno, con un mazzo di mimose. Nello stesso modo in cui non si vuole bene alla mamma o al papà un giorno all’anno. Similmente, non ci preoccupiamo dei nostri cari solamente il giorno del loro compleanno o del loro onomastico. Ma il fatto che dedichiamo loro un giorno, trovo che sia importante.
L’8 marzo è una data che permette a qualche donna d’entrare nello spazio pubblico e dire la propria. Non capisco perché, puntualmente ogni anno, ci siano voci che debbano mettere in discussione la valenza di questa festa, costringendo così i discorsi di vari collettivi femministi e di donne a dover trovare argomenti per giustificare il perché di questa data, al posto di sollevare altre problematiche che spesso non riescono ad apparire.
ha ragione una. è banale e salottiero masturbarsi sull’utilità di questa festa.
Questa data dovrebbe ricordarci che questo è il paese con il più alto livello di disparità di trattamento economico tra uomini e donne.
E’ anche il paese con la più alta percentuale di violenze domestiche
E’ anche il paese dove le donne dopo aver lavorato in ufficio lavorano a casa pulendo il cesso, cucinando, stirando e occupandosi dei bambini
E’ anche il apese dove le donne suppliscono alla altitanza dello stato, accudendo genitori e suoceri.
E’ anche il paese dove gli uomini petendono di controllare e giudicare la sessualità delle donne che se scopano vengano definite troie.
Questa data dovrebbe infondere coraggio alle donne per cambiare le regole in famiglia e nell’educazione dei figli soprattutto quelli maschi) e nel lavoro. I maschietti dovrebbero tacere almeno l’8 di marzo
uff quanti refusi chiedo scusa
Viviamo in un paese, purtroppo, cui conta un femminicidio ogni tre giorni.
Ieri 8 marzo, festa della donna, sono stati contati ben tre omicidi. Le vittime? Tutte donne.
Penso sia giusto festeggiare, non perché la donna se lo meriti e l’altro sesso no; ma perché oggigiorno non si può rimanere inerti di fronte a tali oscenità. Bisogna ricordarsi che anche il sesso femminile ha una valenza e merita di rispetto.
Ahimè, qualcuno se lo dimentica spesso
Il problema sta nel titolo. “Forse potremmo abolire…” Perché abolire? Semplicemente perché è difficile definire il “gruppo delle donne”? O perché è difficile dare una giustificazione ad un altro giorno della memoria, questo 8 marzo, erto a simbolo di tante battaglie e di tante sconfitte. (Perché ad oggi non si può proprio parlare di vittoria). L’unica cosa che si dovrebbe abolire è il chiacchiericcio futile intorno alle ragioni dell’esistenza di un giorno volto “alla memoria di qualcosa”. Ricordare è giusto, doveroso. Se poi i secoli passano e le ragioni della memoria cambiano, iscrivendo altre ragioni, altri accadimenti che valgono la pena d’essere ricordati, tanto meglio. Non è ponendosi la domanda che si risolve il problema. Perché, nonostante i se e i dovuti ma, l’articolo risulta, ahimé, ancora una volta il pezzetto dell’intellettuale di turno che vuole fare il diverso, ponendosi domande stupide e ritrite. Invece di scrivere, agiamo, o scriviamo nell’azione. Ma costruendo, non demolendo. Una giornata di rispetto per le lotte passate e per tutte quelle (infinite) ancora da fare.
Potremmo “chi”?
Chiedo gentilmente l’inserimento della fonte da cui proviene l’immagine (o la rimozione della stessa), utilizzata senza il relativo consenso dell’autore. Grazie
Un suggerimento http://www.juzaphoto.com/galleria.php?l=it&t=303885
ma perché non abolire hallowen, invece?
Tutte le questioni che divampano in tutto il mondo, razzismi vari, antisemitismo nauseabondo, sessismo, vivissimo nel nostro Paese, trovano, di turno,il sapiente e raffinato abolizionista razionale e colto, che non ne può più di cose ” di genere”.
La festa della donna è fondamentale