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Negli ultimi tempi, per motivi vari, ho sentito parlare molto del suicidio. Quando sento parlare di questo argomento, mi sento specialmente coinvolto, perché numerose volte nella mia vita ho avuto pensieri suicidari, e nell’ultimo anno con una particolare frequenza e intensità.

Purtroppo è difficile avere un’idea di cosa significhi avere pensieri suicidi senza che si abbia avuto un’esperienza diretta. Quando dico diretta, intendo o perché li hai avuti tu stesso, o perché ci hai provato in prima persona, o perché ci hai pensato (ma pensato sul serio), o perché lo ha fatto un tuo familiare o un tuo caro amico.

Il suicidio è l’assurdità più grande che possa esistere. Il nostro istinto vuole tenerci in vita in tutti i modi, e arrivare a pensare di uccidersi è un mistero al quale non sono sicuro possa trovarsi una spiegazione del tutto convincente.

In realtà, nonostante il suicidio sia un controsenso totale, in certe situazioni può arrivare a sembrare la cosa più logica da fare. Può essere il male assoluto e insieme l’unica cosa possibile. In mezzo, c’è tutto un mondo fatto di paure, di angosce, di sofferenza, di pensieri così contorti ed eterogenei che a volerli districare è difficile capirci qualcosa.

Quando qualcuno si inerpica per questi sentieri tormentati, il groviglio di idee che affatica la sua mente diventa dolorosissimo, e il soggetto arriva presto o tardi a non vedere nessuna via d’uscita. In questi casi si parla di psychache, ovvero dolore mentale insopportabile. È difficile capire quanta frustrazione, quanta disperazione, quanta rabbia si celino dietro il dolore mentale insopportabile. Come fa la mente a provare dolore? Non stiamo parlando del cuore, di sentimenti feriti o roba del genere. Il dolore del cuore lo capiamo meglio. Può derivare da un amore non corrisposto, dal tradimento di un amico, dalla perdita di una persona cara. Le cause del dolore del cuore sono quasi sempre chiare e ben identificabili. Ma qui parliamo della mente. Il dolore della mente subentra quando ogni ragionamento per risolvere uno o più problemi gravi si incaglia, rimane bloccato, ma il soggetto non si rassegna a questa fase di stallo e continua nel suo pensiero ostinato e cieco.

Questo girare a vuoto della mente, a lungo andare, provoca lo psychache. La mente cerca una via d’uscita che non riesce a trovare in nessun modo, pur viaggiando a velocità vertiginose ed esplorando tutte le possibilità. Non ci sono soluzioni. Si sono percorsi tutti i sentieri disponibili e al termine di ciascuno si è trovato uno sbarramento invalicabile. L’unica via d’uscita che resta è porre fine al pensiero stesso – togliendosi la vita.

Con il suicidio si mette un termine all’esistenza nella sua interezza, e con essa al dolore, al pensiero ossessivo, alla paura, alla frustrazione, alla disperazione, al pianto. Nel momento in cui la via d’uscita viene finalmente individuata, solitamente il soggetto trova una calma momentanea e insperata. Dunque la soluzione c’è, esiste. Il dolore non sarà eterno.

Quando giungi a questo punto, tuttavia, prima di arrivare a tentare il suicidio, generalmente passa del tempo: giorni, settimane, mesi, a volte anni. Innanzitutto pensi a come farlo, a escogitare un modo il più indolore possibile. Ma non è detto, a volte anche un modo doloroso può andar bene, se vuoi punirti per qualcosa di grave.

Hai riflettuto sui dettagli. Sul dove farti trovare. Da chi. Se lasciare un biglietto. Se annunciarlo sui social. Se farlo e basta, senza dire niente. Il mondo merita di sapere qualcosa della tua sofferenza? Merita di conoscere i tuoi motivi? Oppure non ne sono degni? O forse questi motivi sono troppo riservati, troppo intimi, per essere comunicati anche brevemente su un piccolo foglio di carta?

In alcuni casi non vuoi lasciare nulla di scritto per farla pagare a tutti, per il disinteresse che hanno dimostrato davanti al tuo disagio, per non averlo notato, non averti chiamato o mandato un messaggio quando la tua sofferenza era (o ti sembrava) così evidente, manifesta.

Ti chiedi se riuscirai a preservare i tuoi segreti anche dopo la tua morte, che ti fa cessare di essere un individuo e disintegra la tua privatezza, esponendola all’indagine dei tuoi familiari, dei tuoi amici, delle forze dell’ordine, a volte anche dei giornalisti, o di perfetti sconosciuti.

Talvolta questi problemi sono importanti. A volte no, non ti interessa. L’unica cosa che ti interessa è farla finita. Per il resto, se la vedano gli altri come costruirsi un ricordo di te. Che cerchino loro di capire cosa ti ha portato a farlo, frugando nei tuoi cassetti, nel tuo armadio, nei file del tuo computer, nelle tue chat di whatsapp. Tu vuoi solo mandar via il dolore, l’ansia, la paura. Della tua reputazione te ne freghi. Non è più importante.

Oppure no. Vuoi rimuovere tutte le tue tracce. Cancelli i tuoi profili social. Formatti il disco fisso del tuo laptop. Frantumi il tuo cellulare e lo getti in un cassonetto a trenta chilometri da casa. Frughi tra le tue carte e bruci tutto ciò che dica qualcosa di profondo sulla tua vita. Sei attento, scrupoloso, riservato, impieghi giorni, settimane, anche mesi.

Però, fino alla fine, non pensi che davvero lo farai. Te lo riservi come possibilità. Sta lì. È una delle soluzioni. Ma ce ne sono anche altre. Continui a vivere giorno per giorno. Ogni mattina ti alzi e pensi: «Puoi farlo. Tranquillo. C’è sempre questa opzione». Ma sai che non lo farai. Non vuoi veramente farlo. Quasi nessuno, dei milioni di individui che lo pensano ogni giorno, vuole veramente farlo. Però pensarlo dà consolazione. È come sapere che il tuo dolore non sarà necessariamente eterno.

Quando inizi a pensare al modo, la cosa si fa più seria. Ci sono da affrontare dei problemi pratici, e ti dai da fare per risolverli. Se possiedi un’arma da fuoco, la tiri fuori dal cassetto, la pulisci, verifichi se hai delle munizioni, pensi a dove indirizzare il colpo: in bocca, alla tempia, sulla fronte. Se vuoi impiccarti devi procurarti una corda, devi trovare un appiglio sul soffitto al quale fissarla, devi capire come fare il nodo, come passare il cappio intorno al collo. Nessuno sa fare queste cose, anche se le ha viste centinaia di volte in televisione.

Se vuoi buttarti dalla finestra, devi calcolare l’altezza, trovare il luogo giusto, se abiti al primo piano puoi pensare di salire sopra al tetto. Se vuoi annegarti, devi scegliere un ponte sopra a un fiume, elaborare una strategia per vincere l’istinto di sopravvivenza quando sei in acqua e non metterti a nuotare.

Se poi vuoi farlo con le pasticche, devi procurartene un quantitativo sufficiente, capire quante te ne occorrono, di che tipologia. Se non ne hai abbastanza, devi fartele prescrivere. Questo è il modo più semplice, forse. Ingoi le pasticche, butti giù due bicchieri di whisky, ti sdrai sul letto e chiudi gli occhi. Il torpore arriva quasi subito, poi l’incoscienza, e il gioco è fatto. Non soffri, non deturpi il tuo corpo, puoi scegliere la posizione in cui verrai trovato.

Ma la cosa più importante viene prima. Quando hai deciso di morire, raramente riesci a tenerlo nascosto. Dai ogni giorno decine, centinaia di segnali, impliciti o espliciti, con i quali chiedi aiuto. A tutti. A tuo marito, a tua moglie, ai tuoi genitori, ai tuoi figli, ai tuoi amici, agli sconosciuti. Lo fai con il tuo atteggiamento fisico, con le frasi che dici, con quello che non dici, con i tuoi silenzi, con i pianti improvvisi, con quello che scrivi sui social, con gli amici che senti al telefono.

È impossibile non cogliere tutti questi segnali, a meno che non lo si voglia. Si pensa: io non posso fare niente, ci sarà qualcun altro più vicino a lui che se ne occuperà. Un familiare, un amico, un medico, uno psicologo.

Percepire un intento suicida fa paura. Non si desidera averci a che fare. E quando l’aspirante suicida sente questa paura non sa come interpretarla. Spesso la scambia per indifferenza, se non per ostilità, e si sente ancora più solo nel suo dolore. Pensa che allora davvero non valga la pena vivere, perché la sua vita non ha importanza per nessuno.

Quando un aspirante suicida sente che i suoi segnali non vengono recepiti, a volte può inscenare un tentativo falso di suicidio. Non intende farlo veramente. Vuole solo dare un segnale più forte, perché vede che quelli che dà quotidianamente non vengono presi sul serio. Allora vuole dimostrare che la sua intenzione è reale, è proprio quella. E quindi manda un messaggio sui social dicendo che sta per farlo, spegne il telefono e sparisce.

Sembra strano, ma la maggior parte di quelli che leggono non reagiscono. Pensano che sia uno scherzo di cattivo gusto, o che non sia qualcosa che li riguarda, o che in ogni caso non possono farci nulla. Ma quelli che gli vogliono veramente bene impazziscono. Non sanno dove sia, se le sue intenzioni siano serie, se l’abbia già fatto, se sono ancora in tempo per fermarlo. E chiamano, chiamano, chiamano, anche se il telefono è spento non cessano di chiamare, sperando che lo riaccenda per un attimo, e se e quando lo farà, vogliono essere lì a sentirlo squillare per riagganciarsi a quel contatto interrotto, per avere la possibilità di dire una parola che gli faccia cambiare idea, per convincerlo a rimanere in linea, per farlo parlare, parlare, parlare ancora, e piano piano ricondurlo a sé, farsi dire dove si trova e farlo rimanere in linea mentre si corre verso di lui per abbracciarlo, per fargli sentire che non è solo.

Scrivo questo articolo perché ho sentito dire che in certi casi, quando uno ha deciso di morire, non si può fare niente per impedirlo. Io credo che casi del genere siano molto rari. Chi ha deciso di morire è una persona che si sente sola, abbandonata, che vive nell’attesa di una telefonata che non arriva. Che non aspetta altro che ricevere un po’ di attenzione, sentire empatia da parte di chi gli sta incontro. Certo, non tutti possono aiutarlo, ma ce ne sono molti che possono farlo. È vero, a volte i problemi che li affliggono sono troppo intimi, troppo personali, e non possono parlarne con chiunque. In quei casi hanno bisogno di qualcuno che gli sia vicino, che lo conosca bene, che possa sostenerlo per sviscerare i problemi che lo tengono in stallo, e aiutarlo a capire che una soluzione può esserci, facendogli considerare un altro punto di vista.

A volte, invece, uno sconosciuto o un amico lontano può essere più efficace di un familiare, perché con un estraneo l’aspirante suicida si sentirà più libero di parlare del suo problema senza sentirsi giudicato da qualcuno troppo vicino a lui, magari coinvolto nel problema stesso.

Dico queste cose con la semplice consapevolezza di chi ha un’esperienza personale del problema. Non sono né uno psichiatra né uno psicologo né uno specialista di questo argomento. Ma ci sono studi seri sulla cosiddetta suicidologia, dei quali sarebbe importante che ognuno sapesse qualcosa. Vi lascio un sito internet che è possibile consultare, nel quale ci sono molte informazioni sull’argomento espresse in un linguaggio semplice e comprensibile da tutti.

Forse è sufficiente informarsi un po’, essere più attenti alle persone che ci stanno incontro, e sentirsi un po’ più responsabili della vita degli altri. Con molto poco, a volte, si può fare moltissimo.

 

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13 commenti

  1. Finalmente un articolo decente e reale su questo triste argomento, del resto non poteva che essere scritto da chi ha avuto una esperienza diretta del problema, in quanto chi non l’ha avuta non potrà mai avere la giusta empatia nei confronto di chi lo vive.
    Grazie

  2. ‘Il suicidio è l’assurdita più grande che possa esistere’ fa quasi ridere. ‘Un controsenso totale’, senza scendere nei particolari del perché lo sia, fa presagire che non seguirà un’analisi seria.
    A me pare la qualunquista visione del suicida come essere triste e solo che ha semplicemente bisogno di una carezza sulla guancia. Poi, una manciata di casi in cui qualche lettore si può identificare o a cui può sovrapporre l’idea che si è fatto di un conoscente suicida o aspirante tale, e via.
    Il suicidio è un problema un po’ più complicato che andrebbe visto caso per caso, e non lo si può restringere nel campo delle proprie convinzioni dettate dall’analisi superficiale delle esperienze personali; e questo psicologi e psichiatri lo sanno bene.
    Ma la verità dopotutto è che siete tutti (tutti) tristi e codardi e non volete morire ma neppure vivere. Ed è per questo che avete tanti problemi a parlare di suicidio o di morte in generale. Non è degno di nessuno che si possa anche solo vagamente definire intellettuale biasimare tanto una cosa come il suicidio, e se si ha paura di morire non se ne dovrebbe far parola. Il suicida non è necessariamente un ‘imbecille’, tanto per citare Pirandello, che si ammazza per mancanza di attenzioni o stupidaggini simili. E le sue ragioni non si possono screditare a priori partendo dall’idea che ha abbracciato la morte che a voi fa tanta paura.

  3. Matteo,
    non so cosa lei abbia letto o voluto leggere, ma nel mio articolo non si semplificano affatto le ragioni del suicidio, e si citano fonti scientifiche tra le più accreditate sull’argomento. Rilegga solamente questo passaggio:
    “Quando qualcuno si inerpica per questi sentieri tormentati, il groviglio di idee che affatica la sua mente diventa dolorosissimo, e il soggetto arriva presto o tardi a non vedere nessuna via d’uscita. In questi casi si parla di psychache, ovvero dolore mentale insopportabile. È difficile capire quanta frustrazione, quanta disperazione, quanta rabbia si celino dietro il dolore mentale insopportabile. Come fa la mente a provare dolore? Non stiamo parlando del cuore, di sentimenti feriti o roba del genere. Il dolore del cuore lo capiamo meglio. Può derivare da un amore non corrisposto, dal tradimento di un amico, dalla perdita di una persona cara. Le cause del dolore del cuore sono quasi sempre chiare e ben identificabili. Ma qui parliamo della mente. Il dolore della mente subentra quando ogni ragionamento per risolvere uno o più problemi gravi si incaglia, rimane bloccato, ma il soggetto non si rassegna a questa fase di stallo e continua nel suo pensiero ostinato e cieco.”

  4. In effetti il lettore Matteo espone una riflessione altrettanto pregna di sostanza sul tema della vita-morte e del suicidio. Il fatto però che prenda spunto da una frase del discorso di Luca dimostra che spesso siamo portati più o meno consapevolmente a leggere o ascoltare in un discorso ciò che vogliamo leggere o ascoltare perché stiamo già svolgendo dapprima la nostra riflessione sull’argomento.

  5. Chiedo venia Luca per il mio approccio sgarbato. E perdona, già che ci sei, il mio tutoyer, tu che hai voluto darmi del lei. Ti sei dimostrato più educato di me, che ho reagito emotivamente a una cosa che non mi riguarda.
    Non perché non mi riguardi il suicidio; il suicidio (potrà sembrare l’assurdità di una voce anonima sulla rete, capisco) è il modo in cui la mia vita avrà fine. Quel che non mi riguarda è quel che viene detto sul web.
    Per questa ragione non commento mai post su alcuna piattaforma. Ho sbagliato a contravvenire a questa norma: e per essere stato spocchioso, e per ragione del fatto che la tua risposta ne meriterebbe un’altra più lunga che non credo tu abbia voglia di leggere. La vita è breve, la mia lo sarà anche meno, e non vedo granché di costruttivo nel portare avanti questo genere di conversazioni se non il diletto di intrattenerle.

  6. Io invece la vorrei leggere, Matteo. E se sapessi chi sei e come trovarti vorrei anche ascoltarti…

  7. Io vorrei sapere perché ti interessa, Laura. Mi piacerebbe conoscere le ragioni della tua curiosità.

  8. buonasera come è possibile contattarla? tutto quello che leggo è quello che sto vivendo al momento e sono arrivata a un livello di dolore talmente insopportabile. nessuno lo nota a nessuno interessa nessuno ci pensa. mi sento sola anche se ho tante persone vicine la mia mente mi dice che l’unica via di uscita è la morte. sono stati 13 anni di matrimonio con violenza psicologica e fisica a farmi questo. adesso ho incontrato il vero amore ma ogni giorno mi chiedo se merito se importa davvero. come si può eliminare il dolore della mente? bloccare i pensieri?

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Autore

lucaalvino@minimaetmoralia.it

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2025 ha pubblicato per Il Convivio la raccolta poetica Sono il poeta. Nel 2023 ha tradotto e curato per Interno Poesia un’ampia antologia delle poesie di John Keats, intitolata Mio cuore. Nel 2021 ha pubblicato, ancora per Interno Poesia, la raccolta poetica Cento sonetti indie. Nel 2018 è uscita per Castelvecchi la sua raccolta di saggi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza.

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