di Simone Bachechi

Questo è domani, Gioventù, cultura e rabbia nel regno unito 1956 – 1967 di Silvia Albertazzi è la penultima uscita in ordine cronologico (novembre 2020) della collana di saggistica della piccola e indipendente casa editrice con sede a Lissone (MB), anzi del “progetto indipendente più ampio della sola casa editrice”, come recita la loro presentazione, un progetto che comprende anche una rivista aperta all’analisi del contesto sociale con un obiettivo grandangolare che cerca di fotografare una realtà che lungi dall’essere un insieme di vissuti privati tratteggia un panorama che ha ricadute inevitabilmente politiche.

Il titolo del volume in questione (Paginauno 2020 pp. 222, euro 20,00) di Silvia Albertazzi, saggista, poetessa, nonché docente universitaria e anglista (suoi importanti studi sul romanzo gotico e la letteratura post coloniale, mentre sempre per Paginauno è uscito  Leonard Cohen, Manuale per vivere nella sconfitta), prende lo spunto da un mostra inaugurata a Londra l’8 agosto del 1956 dal titolo This is Tomorrow, mostra riproposta nella capitale inglese nel 2019, quasi a voler riannodare i fili di un percorso da non dimenticare e che ha reso il Regno Unito nel decennio in questione il crocevia della cultura giovanile, dando vita a quella “britmania” che contagerà anche le generazioni successive.

La mostra del 1956 segnerà la consacrazione definitiva di due movimenti che avranno influenza decisiva su tutta la produzione artistica degli anni Sessanta: la Pop Art e il New Brutalism che in diverse forme e declinazioni interesseranno il decennio successivo del mondo delle arti. La mostra è divisa in dodici sezioni, ognuna delle quali gestita da un gruppo di artisti che decide autonomamente il tipo di allestimento e il poster che lo pubblicizza. “Il domani di ieri non è l’oggi” scriveva Laurence Alloway nella prefazione al catalogo.

È il domani di quel 1956, ancora troppo vicino al recente passato coloniale britannico, alle rovine post-belliche e con i germi e le scaturigini di un cambiamento nella società, nei costumi, nella letteratura e nelle arti che inizierà a farsi sentire, seppure ancora in modo confuso, anarchico, ma vivo e giovane come i protagonisti che se ne faranno interpreti, un domani troppo breve che per alcuni, come scrive Julian Barnes nel suo Il senso di una fine (Einaudi 2014), non arrivò mai.

Il 1956 è l’anno della crisi di Suez che porterà alla definitiva perdita di potere del Regno Unito sullo scacchiere mondiale, è l’anno dell’invasione sovietica dell’Ungheria e quello del ripensamento degli ideali marxisti da parte di chi già ipotizzava un socialismo all’inglese. Tre eventi al cui centro si pongono i giovani, la gente comune e l’idea di una cultura “ordinaria”, fondata sul recupero dell’esistente. È l’anno nel quale per la prima volta il cambiamento rivendica la sua ineluttabilità che trova forma in varie modalità espressive. Una di queste è il Free Cinema con esponenti quali Lindsay Anderson, Karel Reisz, Tony Richardson, l’oriunda Lorenza Mazzetti, una outsider nel panorama artistico britannico di quegli anni, sia per la poetica delle sue opere, film e romanzi, sia per il suo essere donna in un ambiente (anche quello del Free Cinema) a predominanza maschile, oltre al suo stesso essere emigrata dall’Italia (da sottolineare la sua vicenda biografica e parentela con gli Einstein coinvolti nella strage di Rignano), emigrante fra i tanti emigrati nel paese di Sua Maestà, con il  senso di spaesamento di coloro che si trovano in un luogo che non riescono a penetrare, a vedere, e quindi con il quale interagire. Il suo Together è il terzo film del primo programma del Free Cinema, la storia emblematicamente simbolica di due sordomuti e che parla di tutti coloro ai quali non è concesso di esprimersi o non hanno le parole per farlo.

Sono film modesti nei mezzi e nelle ambizioni, spesso autofinanziati. Il realismo poetico del Free Cinema ricorda per certi versi, anche se con qualche anno di ritardo, quello francese ben rappresentato dal Marcel Carnè in accoppiata con Jacques Prévert, facendosi promotore con il suo anticonformismo stilistico e contenutistico delle istanze della working class, in un modo del tutto diverso da quello asettico del cinema documentaristico degli anni 30 e 40 britannico. I protagonisti di questa stagione sono cineasti provenienti dal mondo delle riviste critiche come accadrà quasi in contemporanea con la Nouvelle Vague francese. Lungi dall’essere visto come  movimento elitario, mentre maggior popolarità raggiungerà la successiva New Wave, sebbene questa oscurata proprio dalla Nouvelle Vague, le opere di questi autori portano in scena un mondo residuale nel quale trova voce la rivendicazione di una classe sociale e di individui fino ad allora ignorati, antieroi e ribelli di provincia colti nella loro quotidianità.

I cortometraggi  del primo programma del Free  Cinema, tra i quali O Dreamland di Anderson, il racconto di una giornata di svago della working class  in un parco divertimenti, Momma Don’t Allow di Karel Reisz, che mostra l’esuberanza della danza, del jazz e della gioventù, oltre al già citato Together, con tutte le diverse caratteristiche e enfatizzazioni, vanno a comporre un vero e proprio manifesto di quello che potrebbe essere definito il realismo sociale britannico, un cinema con un taglio documentaristico come ben espresso in Billy Il Bugiardo di John Schlesinger, dal cui film del 1963 è tratta l’immagine di copertina del volume, un cinema per certi versi assimilabile al nostro neorealismo. Il clima che si respira nella terra di Albione è ben rappresentato dalle devastazioni dei cinema da parte dei giovani all’uscita di Rock Around The Clock di Fred Sears del 1956, il contagio ribellista e anticonvenzionale nell’Inghilterra degli anni 50, nazionalista e tradizionalista sembra essere arrivato da oltreoceano.

Il percorso tracciato dalla Albertazzi vira e si contamina con gli inevitabili riferimenti alla letteratura, alla musica, alla fotografia e alla pittura di quel tempo e quello spazio geografico. Nel mondo delle lettere una delle più fulgide espressioni in tal senso sono le opere di Allan Sillitoe con i suoi anarcoidi protagonisti (le sue opere maggiori si possono trovare in Italia presso minimum fax). Dal suo esordio Sabato sera, Domenica mattina e La solitudine del maratoneta sono stati tratti due film, il secondo con la regia dello stesso Tony Richardson, film e romanzo nel quale spicca la figura del protagonista Smith, una sorta di Bartleby della corsa campestre, il quale decide volontariamente di perdere la gara scolastica denunciando implicitamente una società basata sulla competizione.

Sono i cosiddetti “Angry Yong Men” con nomi, oltre a Sillitoe, come quelli di John Osborne e Harold Pinter. Del primo da ricordare, e la Albertazzi lo fa ampiamente e dettagliatamente, Look back in anger (titolo italiano Ricorda con rabbia) commedia intensa e arrabbiata del 1956 che diventerà un successo e voce di una generazione irrequieta, tanto da diventate la più popolare degli interi anni cinquanta oltre ad aver avuto diverse rappresentazioni cinematografiche, uno sguardo nostalgico e rabbioso verso il recente passato post bellico di una generazione di mezzo che non ha visto i vecchi fasti imperiali e che ancora non ha visto realizzarsi le promesse, poi tradite, del sogno socialista dei padri che già si avverte annegherà nel consumismo. Sono in parte le stesse tematiche che si trovano in commediografi come Arnold Wesker, come nella sua trilogia composta da The Kitchen, Chicken Soup with Barley e Roots.

Fra i diversi “giovani uomini arrabbiati” deve essere inserita di diritto anche una donna, nientemeno che la premio Nobel per la letteratura del 2007, quella Doris Lessing il cui romanzo Il taccuino d’oro del 1962 è considerato un classico della letteratura femminista. Donna è anche l’autrice di una delle commedie a tutt’oggi più rappresentate nella terra di Albione, Sapore di Miele del 1958 di Shelagh Delaney, il racconto del rapporto conflittuale fra una madre e una figlia oltre a una prima trattazione sul tema dell’omosessualità. Le tematiche affrontate in diverso modo, forma e taglio da questi autori che a ben vedere avevano poco in comune, come testimonia bene una raccolta di loro saggi uscita in quegli anni dal titolo Declaration, diventano la raffigurazione di un mondo e di una classe sociale con i suoi fino ad allora ignorati antieroi, testimoni di una rivolta contro l’integrazione che propone loro la società adulta, quell’ “Inghilterra prima dei Beatles” dove la rabbia, l’impotenza ma anche la fierezza proletaria e popolare viene degnamente rappresentata.

Una rivolta non solo sociale ma anche esistenziale come ben evidente nell’opera di Osborne e che ricorda quella della “gioventù bruciata” (Rebels Without a Cause) di oltreoceano del mito James Dean, come nel film del 1955 di Nicholas Ray. Anche il Jimmy Porter di Ricorda con Rabbia infatti è un insieme di ribellione irrazionale e anarchica e non legata esplicitamente a temi di rivendicazione sociale e politica.

Siamo agli albori della Swinging London che dalla metà dei 60 anche se per pochi anni catapulterà Londra come capitale culturale del mondo, “il luogo dove tutti volevano essere qualcuno”, tipicamente pop, la città faro per i giovani di un’intera generazione. Tutto questo in contemporanea alla cosiddetta British Invasion del 1964 che coincide con lo sbarco di quattro ragazzi di Liverpool negli Stati Uniti insieme agli 007 di Sean Connery. È l’esplosione su scala planetaria del fenomeno Beatles al quale (giustamente) la Albertazzi dà ampio spazio, sebbene l’epopea dei Fab Four nasca nel grigio e fumoso cielo del nord dell’Inghilterra, così lontano dall’aristocratica Londra, espressione ancora pochi anni prima di una delle società più classiste al mondo come quella britannica.

È ancora il 1957 quando due ragazzi, al secolo John Winston Lennon e James Paul McCartney  si riuniranno in una casa alla periferia della città portuale del nord Inghilterra, mettendo su un gruppo che si chiamerà The Quarrymen (nato in realtà l’anno precedente con la presenza del solo Lennon e altri suoi compagni di scuola). Passeranno pochi anni e quattro ragazzi di Liverpool saranno catapultati sulla scena mondiale parlando nelle loro canzoni di quella stessa gente comune che appare nei film del Free Cinema e della New Wave, basti pensare a testi come quelli di Eleaonor Rigby o Penny Lane, le stesse scenografie dei film del Free Cinema, quelli spazi suburbani “indicatori di realtà”, quei “suburban skies” cantati dalla voce di John Lennon.

È in quei quattro ragazzi, né ricchi né poveri, con quella loro faccia pulita eppure apportatrice di una novità, immediatezza e istintività ancora non meglio codificate che la maggioranza dei giovani dei primi anni sessanta si identifica, soprattutto nei loro primi album con le liriche di stampo adolescenziale delle loro canzoni che progressivamente abbandoneranno, a partire da Rubber Soul del 1965, quando arriveranno a parlare più propriamente dei cambiamenti in atto nella società, fino all’apertura alla psichedelica che assumerà un significato di ricerca interiore, fino al Sgt. Peppers Lonely Hearts Club Band del 1967, vero e proprio trionfo della weltanschauung pop come fa notare l’autrice, caleidoscopio nel quale giungono a maturazione tutte le istanze che hanno caratterizzato il decennio 56-66.

Ne è testimonianza la famosa copertina di Peter Blake, senza voler qua tacere il contributo fondamentale alla stessa da parte della consorte Jann Haworth, l’artista più misconosciuta della Pop Art. Pop Art che può anche essere definita come arte creata dal popolo per il popolo, in spregio dello snobismo borghese, metropolitano e accademico. La serialità è il trionfo delle apparenze e del dinamismo di una società in subbuglio presto (ahinoi) fagocitata nel mondo dei consumi, Pop Art che nasce proprio nel Regno Unito e non oltreoceano come superficialmente si ritiene, i collage dell’incisore e scultore Eduardo Paolozzi vengono prima delle Campbell’s soup di Andy Warhol, come prima vengono le opere pittoriche di Pauline Boty, vera e propria meteora del fenomeno pop, vista anche la sua prematura scomparsa a soli ventotto anni, la prima a mettere in scena la femminilità e le rivendicazioni sessuali delle donne in un ambiente ancora profondamente sessista. Nella Pop Art il medium artistico cerca di trascendere l’esperienza della quotidianità rendendo l’universo percettivo individuale uno strumento per affrontare il futuro. La Pop Art riproduce e ri-presenta qualcosa con cui il pubblico ha già familiarità. Simboli e icone sono riproposti in chiave ironica e dissacratoria come nel caso della Union Jack riprodotta su tazze, shoppers, foto e copertine di dischi, gli Who hanno fatto scuola in tal senso, in derisione di una gloria imperiale ormai defunta.

A questa nuova estetica va fatto risalire lo sviluppo dell’arte grafica, i poster, le copertine dei dischi, basti ricordare in tal senso la novità che rappresentano proprio quelle dei Beatles come successivamente accadrà con King Crimson, Genesis, Rolling Stones, testimonianza dello stretto rapporto tra arte e musica che si è instaurato nel decennio. Tali contaminazioni e richiami tra forme artistiche diverse vengono bene evidenziate dall’autrice e vale qui ricordare al proposito il suo volume Letteratura e fotografia (Carocci 2017). É proprio la fotografia ad assumere un ruolo sempre più importante nell’immaginario del periodo, con la famosa triade composta da David Bailey, Terence Donovan, Brian Duffy, fotografi d’arte ben presto cooptati dalla fotografia pubblicitaria e di moda, un clima che sarà ben catturato da Michelangelo Antonioni nel suo Blow up del 1966.

Sono questi i primi segnali di quello che da noi circa un decennio dopo denomineremo con il termine riflusso, i primi sintomi di un un’epoca in disfacimento ben rappresentata cinematograficamente dallo psichedelico Wonderwall, opera di esordio di Joe Massot nel 1968, metafora visionaria di un’epoca ormai alla fine che Silvia Albertazzi fa coincidere con l’estate del 1967, passata al mito come la Summer of Love, prima del “fatidico” 1968, subito dopo gli idilliaci e coloratissimi eventi legati alle varie manifestazioni legate alla cosiddetta controcultura nei quali gli stessi Beatles prenderanno parte con la loro All you Need Is Love composta per l’occasione e trasmessa in mondovisione durante un collegamento in diretta da Londra il 25 giugno di quell’anno.

Subentra da allora una luce più triste e malinconica che trova espressione nei toni crepuscolari di uno delle più celebri brani dei gruppi del tempo come la Waterloo Sunset dei Kinks e nelle canzoni dello scozzese Donovan con il quale idealmente Silvia Albertazzi fa coincidere la fine del suo studio che come ogni tracciato è sempre un percorso dell’anima. La scelta effettuata dall’autrice ci porta nel Regno Unito a metà degli anni cinquanta, prima della Swinging London, a due passi dall’esplosione della British Invasion, per guidare tutti i cultori della britmania attraverso un decennio cruciale nella storia della cultura giovanile, del costume e delle arti, con la sua analitica guida dal sapore enciclopedico nella quale il valore aggiunto dell’ampia bibliografia e riferimenti alla filmografia e videografia in calce al volume potrà soddisfare la voglia di approfondimento di tutti i britmaniaci o meno, interrogandoli a verificare se a più di sessant’anni di distanza quelle proposte sono state “completate”, “osservandole, domandandosi ancora da quel lontanissimo futuro che oggi è il nostro presente: È questo il domani?

 

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