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«Come si fa a parlare della bambina povera senza parlare del paese che l’ha resa tale?»

Se nasci povero hai concrete possibilità di rimanerci per sempre. Spesso, se sei povero, nemmeno lo sai. Cresci pensando di avere quello che ti serve: il lavoro, un minimo di cibo, qualche vestito. Il tetto a volte c’è altre no. Le tegole sono irregolari, le case si cambiano spesso, a volte te ne costruisci una che un giorno, con ogni probabilità, sarai costretto a vendere.

La casa è facile che sia una roulotte, che sposti di tanto in tanto; a volte la tieni in un pezzo di terra accanto alla casa dei tuoi, altre davanti a una rimessa, altre ancora chissà dove. La povertà è un inferno, solo che a volte non lo sai. Se sei donna, e vivi o hai vissuto nella grande sterminata campagna americana, l’inferno è peggiore. Sai che esistono i ricchi, qualcuno te ne ha parlato, ma non ne hai mai visto uno vero. Dai pochi elementi in tuo possesso deduci di far parte della classe media, ma in fondo non sai bene cos’è, la verità è che stai molto più un basso. Sei la ragazza picchiata dai fidanzati e dai mariti. Sei la donna a cui portano via i figli perché non hai un lavoro regolare, lo sarai per sempre. Sei quell’altra donna dallo spirito indomito che scappa, poi ritorna, poi mette i figli in salvo, poi scappa di nuovo. Se sei povera sei preda di qualunque cosa.

Non lo sappiamo mai davvero cosa ci ha resi le persone che siamo. Possiamo arrivare a comprendere, però, ciò che siamo agli occhi del mondo.

Le stagioni e i raccolti decidono per te, gli uomini incombono e ti trascinano in quel baratro fatto di sbronze, di salti in sale da ballo sperdute. Ti distruggono e se ne vanno, qualche volta muoiono, qualche altra ti ammazzano. Heartland di Sarah Smarsh (Black Coffee 2021, traduzione di Federica Principi) parte da alcune di queste premesse, muove dal profondo del Kansas rurale e ci mostra il cuore della povertà. Un cuore spaccato e profondo, pulsante più che mai che batte all’interno del paese più ricco del mondo. Un battito che quasi mai qualcuno avverte.

Sarah Smarsh si occupa di economia e di politiche sociali, in questo libro compie un lavoro straordinario: attraverso la sua vicenda familiare scrive un saggio meraviglioso e profondo sulle questioni cruciali che da sempre dividono gli Stati Uniti d’America. Scrive delle disuguaglianze, tra ricchi e meno ricchi, tra meno ricchi e ceto medio, tra ceto medio e poveri, tra poveri e poverissimi. Tra ricchi e poverissimi la distanza si misura col denaro, naturalmente, ma più precisamente ancora con l’ignoranza. I ricchi non sanno cos’hanno alle spalle, cosa accade nelle zone rurali. Nemmeno i politici lo sanno, qualcuno ogni tanto agisce, ma l’agire è sempre limitato dal tempo, dal momento storico, dal luogo. I poveri, dal loro canto, non sanno di esserlo. Chi, come la famiglia di Smarsh, da generazioni vive in Kansas, nella pianura, tra il grano e le nevicate, lontano dalle città (anche da quelle più piccole), dai grattacieli, dalle banche, dai posti in cui le cose si decidono, non conosce che quello che vede e perciò fatica a immaginare perfino che possa esistere la possibilità di un miglioramento. La politica si fa viva per le elezioni e questo libro viaggia da Carter alle elezioni del 2000. In mezzo ci sono i poveri delle campagne che votano per Reagan: non ambire ai sussidi pare talvolta un fatto d’onore, muoversi e lavorare la terra è la cosa da fare.

L’economia americana non è tanto un sogno sostenuto dalla democrazia, quanto più un dio poco affidabile. E la maggior parte di noi, indipendentemente dal proprio status, compie sacrifici piuttosto ingenti al suo altare.

Sarah Smarsh usa le memorie, racconta come la travagliata storia della sua famiglia l’abbia condizionata, rendendola ciò che è nel bene e nel male. Viene da quella educazione, ne conosce il privilegio: la tenacia, la cultura del lavoro, la determinazione alla sopravvivenza. Sa, però, anche che in quella vicenda c’è molto dolore, ci sono condizionamenti naturali ai quali sono stati soggetti le donne, in un perpetuarsi di matrimoni sbagliati, violenze, sere senza cena, fughe. Scrive di come abbia capito molto presto che per sopravvivere e poi per vivere avrebbe dovuto staccarsi da quegli affetti e da quella terra; perciò doveva crescere, studiare, non rimanere incinta, andarsene. E ci riesce. Negli intensi capitoli di Heartland, Smarsh trova un equilibrio perfetto tra l’analisi dei dati politici, economici e sociali e il crescere e il continuo modificarsi del suo nucleo familiare. Trova una voce e la usa per narrare i fatti alla figlia che ha scelto di non avere. La chiama per nome e con estrema dolcezza le dimostra il fallimento americano.

In America vige la convinzione che chi è povero faccia solo scelte discutibili, ma chiunque le fa. Semplicemente i poveri hanno meno margine d’errore, e dato che hanno più bisogno d’aiuto, ogni loro sbaglio li espone al biasimo altrui.

Si tratta di questo, in fondo, di un’altra dimostrazione che il sogno americano non esiste se non per pochi, esistono i poveri ai quali non è mai stata data nemmeno la possibilità di desiderare. Il povero non ha accesso a niente, nel paese in cui c’è tutto. Questa è l’equazione. Il Kansas è un posto che sta da qualche parte «Campagna da sorvolare» qualche volta in aereo, inconcepibile che lì sotto ci siano delle persone. I parenti di Sarah Smarsh, sono considerati feccia, ignoranti e bifolchi. Sono americani come gli altri, ma gli altri non li conoscono e loro stessi non sanno chi siano questi altri.

Vivere in povertà in un Paese famoso per la propria abbondanza di risorse equivale a vivere vedendosi ricordare in continuazione quello che non si ha.

Heartland è un libro toccante, ha la precisione di un trattato economico e la forza sentimentale di un romanzo importante. Smarsh dice che la storia della sua famiglia è vera, è reale, è attuale, dice che nessuno la conosce. Scrive che l’America ha mille facce e che noi ne conosciamo giusto un  paio. Quelle che comandano.

 

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagioneAndrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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