Tim Small, editore di The Milan Review, ha appena aperto L’Ultimo Uomo. È aiutato da Daniele Manusia, quello della rubrica di calcio “Stili di Gioco” nata qui e proseguita su Vice (ha anche appena pubblicato un’agiografia scoppiata di Eric Cantona per add editore), e da Serena Pezzato, ex Vice Italia e America. Ci scriveranno persone che avete letto qui, come Fabio Severo e il sottoscritto. Speriamo diventi un posto dove leggere di sport con calma e strutture sintattiche emozionanti. Io mi sono stufato di andare su gazzetta.it la mattina, L’Ultimo Uomo prova, gratis et amore Dei, a dare un’alternativa. (Foto: Arturo Stanig.)
Vengo a New York una volta l’anno, per un mese, in primavera o estate, per lavoro. Sto a Hell’s Kitchen, che è un quartiere trashone di Midtown, Manhattan. Rimane a ovest di Times Square, il che gli garantisce un flusso emozionante di turisti grassi con l’aria di aver appena detto «These heroes» o «America» con la bocca piena, e della zona dei teatri, bacino di eccentrici non belli né vestiti bene. Si diceva da qualche anno che Hell’s Kitchen intendesse gentrificarsi, ma non ci si vede un hipster per lo meno fino a Chelsea, trenta streets più a sud.
È invece pieno di sportsbar per i bros. Non è in uno sportsbar che ho seguito i playoff più esaltanti degli ultimi anni: quelli di due anni fa, culminati con la sconfitta degli Heat contro Dirk e i Mavs quando, sull’uno a zero e in vantaggio nella seconda partita, si erano sgonfiati così, per il nostro sollazzo, li ho seguiti in un bar d’angolo che si chiama Coffee Pot. Si chiamava. L’anno scorso sono tornato e aveva chiuso. Al suo posto c’era un risto-sportsbar tutto noir con scritte a lampadina, di nome Mickey Spillane’s. «Hell’s Kitchen Finest.» Un newyorkese l’altro giorno mi ha introdotto al concetto di Go Big or Go Home: a New York o ci si allarga o si molla. E in effetti il Duane Reade dell’isolato ha appena abbattuto una parete e si stanno allargando. L’ufficio di n+1, la rivista letteraria, stessa cosa: hanno abbattuto una parete e si sono allargati. Gli altri chiudono.
A un altro angolo ha aperto un enorme sportsbar dove non ho il coraggio di entrare. Ha la terrazza. Il messicano dove mangiavo sempre è chiuso per renovation. Niente, questa città crede nella libera impresa e gli affitti tengono il sale sul culo a tutti. O muori o ti ingrandisci. Fa un po’ paura. Mi ricordo quando nel 2009 ho trovato chiusi tutti e tre i coffeeshop di Cobble Hill dove avevo finito di scrivere l’ultimo romanzo. Ricordo la processione un po’ nostalgica e lo stupore di fronte ai tre luoghi affettivi tutti e tre chiusi con l’avviso di lavori sulla porta a vetri.
Al Coffee Pot l’esperienza della partita di basket era molto profonda. Bisognava chiedere agli indiani che lo gestivano di levare il canale del telegiornale e mettere la partita. La si guardava senza volume, ascoltando FM radio. Io la guardavo affondato nello stesso divano in cui di giorno andavo a scrivere. Di giorno ero spesso circondato da orientali che ci venivano a dormire nella pausa da non so che lavoro di consegne. La partita la guardavamo senza volume (plurale a casaccio, andavo sempre da solo), con i sottotitoli automatici, quella roba che hanno qui che è come un programma di dettatura automatica, preciso ormai al 95 percento, che riporta con un certo ritardo il commento live, creando un effetto psichedelico bellissimo perché il cervello cerca di associare automaticamente i contenuti delle frasi a quelli delle immagini, e non combaciano mai, quindi il cervello si apre a ogni intuizione e si diventa dei grandi artisti o imprenditori. Dopo, i vestiti puzzavano di uovo strapazzato e olio usato. Lo schermo del televisore era distrutto, in basso, dalla goccia cinese dei sottotitoli, che l’aveva macchiato di pixel verdi e rossi ormai incapaci di riprodurre il segnale dei canali.
L’anno dopo, era chiuso. Ho cominciato a frequentare il Molloy’s, dall’altra parte della strada, il più banale pub irlandese del mondo – biliardo, hamburger troppo cotto, camerieri non cocainici, quasi preteschi nell’accoglierti come sei, una sera di merda, a guardare da solo la partita. Ci ho visto gli odiosi playoff dominati dagli Heat. Avevo molto da lavorare ed ero triste quindi la sera la passavo da solo qui al bancone a vedere le partite, e per le pause pubblicitarie mi portavo un manoscritto da correggere. Sempre grande rispetto dai baristi irlandesi.
Oggi cominciano i playoff e giocano sia New York che Brooklyn. Volevo un biglietto per entrambe ma i Knicks sono sold out e a Brooklyn il più economico costa mille dollari. Così decido di andare a vedere Knicks e Celtics al Mickey Spillane, il posto nato sulle ceneri delle uova cucinate al Coffee Pot. Ho in mente una grande storia su New York che cambia, ma appena mi affaccio mi rendo conto che i tavolini sono troppo piccoli per metterci il computer. Sono piccoli, di legno scuro, e hanno i tovaglioli di stoffa. Non avevo capito che al Mickey Spillane, il nuovo bar noir che cerca un po’ di capitalizzare sull’aria losca ma anche scontata e sputtanata di 9th Avenue e sulla sua invece spontanea tendenza al pacchiano broatto, hanno pensato in grande. Ripiego sul Molloy, dove ordino da bere e chiedo se gli dispiace se apro il computer. Gli irlandesi sono fantastici: quello di oggi ci pensa davvero prima di rispondere, mi rispetta un sacco, e io gli assicuro che vado a mettermi sul tavolino là, che è dove sto adesso, dove non rovinerò l’atmosfera.
Sono appena entrate una mora e una finta bionda coi capelli lisci biondi. La bionda ha una maglia sottile beigiolina e stivali marroni e giacca di pelle nera appesa allo sgabello. La bruna ha lo stesso tipo di maglia senza collo però fucsia, naso rifatto, stivali neri e giacca viola appesa allo sgabello. Vicino a loro, uno con un finto Borsalino in testa e i pantaloni larghi. Sembrano quelle persone che vedi su YouPorn. Magari se le guardo meglio le riconosco.
Quanto alla partita, da subito due triple aspiranti di Melo che scatenano quella retorica orrenda della telecamera ai playoff: ripresa dall’alto, inquadratura che allarga lo zoom dal campo alla folla per riprendere la gente che si alza in piedi. Troppi cambiamenti. Vi conosco, brutti sfigati. C’ero quando Gallo marcava Durant per tutta la partita ma riuscivate a perdere di un cazzo al secondo supplementare. Spero perdiate male.
L’anno scorso li avevo lasciati squallidi, inutili, con Melo accentratore che aveva fatto allontanare Mike D’Antoni ma poi esauriva ogni possesso in isolamento e gli Heat l’avevano umiliato. Ora, quest’anno non ho potuto seguire la regular season per ragioni di lavoro. Sono anni che mi faccio l’abbonamento alle partite online e la tradizione è sempre stata lavorare sul portatile con le partite della notte accese sul computer fisso la mattina on demand, ma quest’anno non potevo e allora niente, l’ho presa come una storia folk e me la sono fatta raccontare per sommi capi da Gazzetta e Espn e Grantland. Questa di sabato alle tre è la prima partita dell’anno che vedo. Mi dispiace, avevo quasi cominciato a capire qualcosa di basket, l’anno scorso, ma poi perdere un anno di studi, alla mia età…
Mi ritrovo con i Knicks forti, quel tonto di Felton che è tornato e spopola, Kenyon Martin in lunetta, e Melo con la faccia sobria da leader. Non lo accetto. Di là hanno il lutto implicito per la maratona di Boston, Rondo in panca vestito grigio e orrenda felpetta gialla con zip, e Pierce e Garnett che fanno brutto molto poco, come per amministrare il fiato. New York macchina da triple.
Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
