In

Quale è la differenza tra conoscere una cosa e averne consapevolezza? Quale tra partecipare ad una causa e invece sostenerla? Se è complicato stabilire queste differenze in modo astratto aiuta di più osservare e cogliere quanto un reale e sincero coinvolgimento si faccia strada nell’intimo di una persona tanto più quando è frutto più che di una ricerca voluta e meditata, delle stagioni della vita. Ovvero a quell’infinitesimale movimento che coglie chiunque e che sta tra la luce e l’ombra di quello che percepiamo o crediamo di percepire. Può capitare anche all’improvviso, in un pomeriggio qualsiasi di fine estate, senza avvertimenti, senza che lo si possa prevedere e comandare.

E tanto più appaiono evidenti quando certi gesti o azioni si palesano in ambiti e nei luoghi che sarebbero deputati ad altro, anzi letteralmente votati a dinamiche lontanissime come ad esempio succede nello sport. Quando tutti si pensa di guardare una competizione o assistere ad una sfida e invece si osserva una partita ben più grossa e importante, quella che si gioca sul senso delle cose e sulla nostra stessa possibilità di capirle e magari anche di modificarle a favore di quello in cui crediamo.

Succede così che un campione, un campione vero di Formula Uno, un tizio che ha vinto come pochi altri in oltre settanta anni che esistono le corse di motori, all’improvviso si riveli altro da quello che si pensava o meglio che si riveli nella sua pienezza grazie a quello struggente controluce che contraddistingue le carriere avviate al tramonto.

Là dove si penserebbe di vedere solo un pilota a fine corsa, parliamoci chiaro, un bollito vediamo invece un campione che rivela un’inaspettata vivacità e sensibilità tutte umane che ce lo fanno subito scendere dal podio cartonato fatto per i gladiatori giocattolo e ce lo riportano fianco a fianco nella vita, tra quelli che potremmo definire gli amici veri.

Sebastian Vettel è uno che ha vinto tanto, più di lui solo Hamilton e Schumacher, come lui solo Prost, tutti gli altri meno, molto meno. Vettel è uno che ha vinto da giovanissimo e che oggi superati da un po’ i trenta anni è un uomo maturo, padre di tre figli e con un figlioccio, Mick Schumacher da svezzare direttamente sulle piste del campionato mondiale.

Vettel è uno che ha sempre appoggiato le campagne di Black Lives Matter promosse da Hamilton, così come quelle per i diritti civili e quelle ambientaliste. Si dirà, nulla di strano è cosa ormai comune tra tanti beniamini dello sport anche perché un po’ aiuta con il pubblico e con tutto quell’indotto che va dai social e arriva agli sponsor. Una cosa che in poche parole non fa certo mai male alla carriera.

Però succede che queste campagne Vettel non le fa concordandole con gli sponsor e con i vari manager di prima e di seconda fila, ma le fa di testa sua quando crede che sia necessario e nel modo che gli sembra giusto. E allora vediamo Vettel armato di sacco e scopino che va a raccogliere il pattume lasciato dal pubblico in una delle prime corse post Covid con il ritorno del pubblico sugli spalti e lo vediamo che si presenta in Ungheria con una maglietta arcobaleno dichiarando il suo appoggio ai diritti civili contro le leggi liberticide di Orban. Insomma Vettel fa di tutto per appassionare e stimolare il suo pubblico e fa ben poco per farsi piacere da chi il Circus invece lo governa e lo finanzia.

Ognuno ha le sue ragioni e i gran capi del Circus hanno il diritto di gestire quello che è a tutti gli effetti un business, come gli pare e piace. Certo, va benissimo però a chi guarda non dispiace vedere l’anima di un campione, un’anima non messa in mostra come è più facile fare per molti, ma esposta con la forza e quindi anche con la fragilità di idee e convinzioni allo stesso tempo meditate e spontanee.

Ora si dice che Vettel possa rischiare di perdere il posto in Aston Martin perché in fondo basta dare fastidio ad uno per dare fastidio a tutti. Si dice anche che lui in fondo sia stanco di correre dopo aver vinto tanto. Non si sa e queste cose non si sanno mai per davvero con precisione, ma di certo si è creata una bolla dentro alla quale Vettel ha assunto la forma del diverso, di colui che anche se dice e fa le cose che dicono e fanno tutti, sa dirle e sa farle sempre e solo a modo suo. E questo non fa mai piacere tanto più in un ambiente organizzato e strutturato perché tutto sia sotto controllo. Non fa piacere perché confonde e insinua dubbi anche se si sta parlando di un campione e di un uomo a cui si potrebbe affidare un neonato per un pomeriggio intero.

Le cose e le corse vanno così, vanno così per Vettel come per Giovinazzi pilota di un’Alfa Romeo che esiste solo di nome è che rischia il posto perché lasciato solo da sponsor e sostenitori nonostante le sue esplicite qualità velocistiche.

Del resto è meglio perdere un posto che perdere se stessi. E così prima del Gran Premio d’Italia, nella consueta passeggiata sulla pista che i piloti compiono per vedere le imperfezioni dell’asfalto e prendere le misure con il circuito (per correre prima bisogna camminare), Vettel si è fatto accompagnare dal padre.

Chissà, forse lo ha fatto per fare due chiacchiere o per stare un po’ insieme dopo una vita frenetica fatta di performance e di chiasso dove non deve essere facile trovare il tempo e la tranquillità per pensare per davvero. Di certo Vettel oggi sembra aver ben compreso il valore di una corsa che spesso vale molto meno di una passeggiata fatta in buona compagnia.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

giacomo.giossi@gmail.com

Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.

Articoli correlati