Nadežda Mandel’štam riuscì a salvare le poesie del marito Osip, morto a causa delle purghe staliniane, mandandone a memoria i versi. Non usò solamente la propria, di memoria, ma anche quella degli altri, trasmettendo ogni poesia a dieci persone per volta. Quando arrivò alla decima poesia, cento persone conoscevano e trasmettevano i versi del marito. E così via. A quel punto, per quanto nascosta e segreta, la poesia di Mandel’štam si era pian piano trasformata in un fiume carsico che attraversava la Russia, per riemergere poi con forza al termine del periodo staliniano. Tra le persone che Nadežda incontrò in questa paziente opera di trasmissione ci fu Joseph Brodsky, futuro premio Nobel.
Questa, assieme ad altre storie che ruotano attorno al mondo dei libri e della letteratura, sono al centro di «By Heart», lo spettacolo che Tiago Rodrigues ha presentato a settembre al festival Short Theatre di Roma in prima nazionale. Il giovane direttore del Teatro Nacional di Lisboa ha costruito un intreccio apparentemente semplice, ma in realtà raffinatissimo, di storie legate all’importanza di imparare a memoria prose e poesie (in inglese, appunto, “by heart”). Il cervello, si sa, è come un muscolo e in quanto tale ha bisogno di essere esercitato. Lo ricordava un paio di anni fa Umberto Eco, in una lettera pubblica al nipote, in cui lo esortava a mandare a memoria ogni giorno qualche verso. Una sorta di resistenza culturale rispetto a un mondo dove la memoria è, di fatto, sempre più demandata alla rete, che possiamo consultare istantaneamente attraverso uno dei tanti dispositivi che ci portiamo appresso.
Rodrigues mescola storie suggestive a un gesto di arte relazionale, invitando dieci spettatori sul palco con l’obiettivo di mandare a memoria un sonetto di Shakespeare, il numero 30 (ma il pubblico che resta seduto sugli spalti non sarà esentato dal farlo anche lui). Si passa dalla finzione alla realtà, incollate assieme da quel grande ponte di verità che è la letteratura. E così ripercorriamo «Fahrenheit 451» di Bradbury, coi suoi pompieri incendiari a caccia di libri da bruciare, ma soprattutto con il suo finale di resistenza, dove la gente manda a memoria i libri – come Nadežda! – per sottrarli definitivamente alla tentazione del fuoco. Ma anche la sfida di Pasternak alle autorità sovietiche, che aspettavano un suo passo falso all’assemblea dell’Unione degli Scrittori per poterlo incarcerare nel caso il suo intervento avesse avuto carattere sovversivo: il poeta recitò a memoria la sua traduzione di un sonetto shakesperariano, che tutti conoscevano per la qualità della lingua utilizzata, e la platea si accodò a lui. Pasternak non venne arrestato e riuscì così a ribadire il senso di comunione che lega i popoli alla propria lingua. Il sonetto che recitò era il numero 30.
Difficile non restare affascinati dalle storie raccontate da Rodrigues, che oltre ad essere un ottimo performer è un grande affabulatore – e nonostante si esprima in un inglese innestato di portoghese e italiano. Ma non tanto e non solo per la retorica politica che il suo discorso sulla memoria si porta dietro, così intrisa di Novecento, un secolo di totalitarismi spaventati dalla parola che oggi ci appaiono distanti (anche se è impossibile non pensare alla deriva della Turchia di Erdogan, che mette al bando Dario Fo assieme a Cechov e Brecht). A chi si strugge per la memoria perduta si potrebbe rispondere che le cose oggi sono diverse, che la nostra mente si adatta all’ambiente tecnologico che ci permette di liberare spazi di memoria, conservata fuori da noi, per poter utilizzare in altri modi, ancora imprevisti, le nostre facoltà mentali. E magari, rievocando le paure del faraone Thamus di fronte all’invenzione della scrittura ad opera del dio Theuth, che avrebbe reso gli uomini degli smemorati, bollare il tutto come il ciclico timore dell’uomo di fronte alle svolte tecnologiche della storia, che invece è proiettata malgrado noi verso sorti magnifiche e progressive.
Ma nello spettacolo di Rodrigues c’è qualcos’altro, e cioè l’idea che in fondo ciò che ricordiamo costituisce ciò che siamo. Non si tratta di disporre di più o meno informazioni – cosa utilissima e certo non interamente possibile con il nostro solo cervello, vista la mole di informazioni che gestiamo ogni giorno nel mondo mediatizzato. Si tratta di ricavare da esse un forma di sapienza. È in fondo la stessa preoccupazione che il faraone del mito platonico esprime con forza: con l’accumulo di informazioni la gente non sarà più sapiente, anche se potrà credere di esserlo, ma si trasformerà in una massa di “portatori di opinioni”. Per farci capire quanto quello che siamo e quello che sappiamo siano materie consustanziali, Rodrigues sceglie – e qui sta il nodo geniale del discorso – una storia privata, umana, nient’affatto politica (almeno non nel senso della grande storia).
Rodrigues interpola ai racconti distopici, veri o immaginari, l’immagine di un’anziana portoghese che perde progressivamente la vista. Si tratta di sua nonna, lettrice vorace, a cui gli ultimi anni della vita consegnano la sofferenza di vedersi privata del piacere di leggere. Come fare ad arginare almeno un poco il disfacimento inarginabile del corpo e della persona? L’anziana signora chiede a Tiago di consigliarle un libro da mandare a memoria. Proprio come i resistenti di «Fahrenheit 451». Tiago Rodrigues ci pensa e decide di non consigliare un romanzo, ma piuttosto i sonetti di Shakespeare. Così, quando la cecità sopraggiunge, non lascerà sua nonna con la memoria di un’opera incompiuta, perché ogni sonetto ha un valore a sé. Si fermerà al numero 30, il sonetto di Pasternak, il sonetto che tutti noi in sala cerchiamo di mandare a memoria come un’invocazione. Di farlo diventare parte di noi. Un’idea così radicale che il regista portoghese distribuisce addirittura delle ostie da mangiare, con sopra stampato il testo del sonetto. Un’iperbole che fa ridere il pubblico, lì per lì, ma che in fondo porta con sé la convinzione – in fondo l’unica che spiega il valore che diamo alla letteratura – che ciò che leggiamo è davvero ciò che siamo.
Una considerazione finale. Lo spettacolo di Tiago Rodrigues non è solo un bel lavoro, convincente e piacevole da seguire. È anche un embrione di quello che potrebbe essere una nuova forma di teatro europeo. Giocato in parte sulla relazione, ma anche moltissimo su una drammaturgia ben congegnata e presentata al pubblico senza enfasi, ma con una recitazione istrionica e divertita, in grado di innescare un senso di prossimità nel pubblico che ascolta o che partecipa. Il tutto è condotto in un inglese globish, facile da intendere e comunque supportato dai sovratitoli, e giocato su simboli universali della cultura europea e mondiale. Quello che ne esce è uno spettacolo che entra immediatamente in risonanza con l’universo culturale della generazione che già oggi si sente europea, comprende l’inglese e si interessa di un’arte relazionale lontana dalla monumentalità di una certa “aristocrazia teatrale” di cui abbondano i festival europei. Linguaggio interessante perché non si pensa come un ponte tra due culture, ma si dà già come un segno condiviso.
Un plauso va anche a Short Theatre, che lo ha portato a Roma assieme a un altro spettacolo bellissimo – di temperatura assai diversa, ma nel solco di questa nuova koinè teatrale – che è «Five easy pieces» di Milo Rau (che ha fatto tappa anche ai festival Es-Terni e a Contemporanea di Prato). La prossima tappa di «By Heart» è in Francia, il 18 e 19 novembre al festival Mettre en scène di Rennes.
Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.

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