Leggendo una poesia di Roberto Bolaño, per il canale streaming di «Decamerette», ho involontariamente sostituito in piedi ci sono solo i cordoni / della polizia con in piedi ci sono solo i cordoni / della poesia, mi è parso da subito uno dei più bei refusi di sempre. L’idea di una nuova rubrica è nata quel giorno, un appuntamento che facesse l’esatto contrario di ciò che fanno i cordoni della polizia: avvicinare. Accorciare le distanze. Per ogni numero si parlerà di una, due o più poesie, di vari poeti, cercando un filo comune, facendo sì che versi lontani si tengano per mano.
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Prendiamo le persone, prendiamole insieme, prendiamole una per una. Le persone sono una lettera, sono un messaggio. Ma prendiamole per mano, non alla lettera. Sentiamo il suono che fanno, vediamone il movimento per corpo. Le persone siamo noi osservati che osserviamo. Siamo noi chiusi in casa, siamo noi che usciamo. Noi che cerchiamo di capire un codice nuovo, noi che ne creiamo di nostri. Si sa, siamo linguaggio e promessa, paura e coraggio. Siamo il palco di un teatro, qualcuno che danza, un sentiero tra le rocce, qualcuno che lo segue. Siamo quella che ti scrive una poesia, siamo quello che te ne scrive un’altra. Siamo infiniti, ma siamo cose minime, minuscole, lì dentro respiriamo, stabiliamo un tempo e un modo. Qualche volta piangiamo, di commozione, di dolore. Perdiamo qualcuno, andiamo lontano, parliamo al vento, parliamo ai bambini. Rispettiamo le regole, disattendiamo le leggi. Tendiamo a distrarre le cose, tendiamo a distrarre noi stessi dai fatti. Ogni tanto capiamo ed è sempre attraverso la parola, ed è sempre dentro un sussurro. Qui nella casa si sente il vento, laggiù nella strada un albero ci fa casa. Siamo persone, ci facciamo caso. Cristiano Poletti ci mostra uno spazio, che sta tra un orizzonte e l’altro, e si muove tra parola e falso, ci dice che solo la parola è vera, ma più ancora è vero il suono che fa, il sapore che ha. Azzura D’agostino ci dice che la parola è antagonista, è luogo contrapposto al banale, laddove c’è terminologia imposta, ordinaria, nasce la parola nuova, lì tra una casa e il teatro, il rumore ripetitivo diventa lirico, di nuovo suono, di nuovo sapore tra lingua e denti, tra davanzale e bosco.
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«Quadro 4
Il tuo sguardo è in cerca d’altro. C’è uno spazio tra parola e falsità, che da te a me sporgeva e te fiaccava. Tutto continuava e prosegue, si forma e distrugge. Non ti accontentavi. All’interno: buccia di cipolla, miracolo di fiore e aria, e tu all’esterno ti davi, alla cassa di risonanza di un viale disperdevi l’antica sporca ansia. Eccoti, sei e eri, in cerca di simboli. Hai forma di lettera e un compito. Hai un nome, lo conosco: tutto è smarrito e in te.
Ti scrivo da Berlino. Ci sei venuto tanti anni fa. Forse non ti ricorderai, e nemmeno di me, forse ti è rimasta solo un’immagine: vicino all’università, la città ruvida, noi sul viale dei tigli in un giorno di sole, chiarissimo. Non ti nascondevi».
Si intitola Un altro che ti scrive, il nuovo libro di Cristiano Poletti, edito da Marcos y Marcos, titolo bellissimo e pieno di sottostrati. Chi ti scrive compie un gesto, che è un modo di parlarti, di dirti. Di dire cose a chi c’è, a chi è sparito, a chi ha dovuto andarsene. Chi ti scrive è pure uno che sa tacere, sa stare in silenzio, sa ascoltare. E al silenzio da sempre mi ha fatto pensare la poesia di Cristiano Poletti, un silenzio che non è mai passivo, ma d’azione. Un silenzio che accorda il respiro tra persone (care oppure no) e paesaggio (naturale o cittadino). Un silenzio musicale, da lì – dopo lunghe riflessioni – vengono le parole, a una a una, e ci raccontano piccole storie minime che ci offrono nuovi sguardi sul mondo, sui nostri giorni. Poletti ci scrive della fatica che si fa e di come a un certo punto si arrivi a sentire una sorta di serenità, perché forse qualcosa si è compreso, e – soprattutto – si ha voglia di continuare a capire.
La vita è un tentativo, e allora è forte il legame con il padre, ma anche con gli affetti passati, con i maestri. Il legame con il padre è solido anche dopo la morte, ed è fatto di gesti, di descrizioni, d’amore, certo, e di linguaggio. Perché la lingua familiare (e non per forza famigliare) che usiamo tra noi e un padre, o una madre, è una mappa, un vocabolario, una grammatica dei sentimenti che ci ricorda da dove veniamo (e forse anche il perché). La poesia in prosa che leggiamo qui sopra, ha a che far con lo sguardo e – come accennato – con uno spazio che risiede tra parola e falsità. E poi riguarda le cose dell’intimo, del rapportarsi all’altro, del munirsi di sentimento, di sguainarlo come un’arma e poi per pudore nasconderlo. Versi che dicono con chiarezza di paura e sentimento e che poi hanno un contrappunto (come l’intera sezione) in corsivo, un tono sotto, ma pieno di esattezza e chiarezza, che comincia con un Ti scrivo da Berlino e finisce con Non ti nascondevi, la lettrice e il lettore potranno stare al fianco del poeta nella parte centrale del testo e, con ogni probabilità, sostituirsi a lui, scrivendo da Napoli, da Parigi, da Belfast a chissà chi e quando, a qualcuno che non si nascondeva, a qualcuno che era in piena luce. Si offre ai lettori Poletti, parla di sé, in prima, in seconda persona, si nasconde, si cerca, si nomina, si mostra. Mi pare un libro pieno di pace e di coraggio, non sono cose da poco, per entrambe occorre fatica, serve camminare tanto, con penna e carta, con gli occhi aperti. In un altro verso molto bello, Poletti scrive: Il potere è dentro quel lontano. Un lontano dove si fanno più chiare le cose, un lontano che non è più soltanto la famosa giusta distanza, ma l’obbligata distanza. Quella misura che conta insieme spazio e tempo, e dove, per fortuna o per caso o per necessità, arriviamo e laggiù finalmente (ogni tanto, mica sempre) capiamo.
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«Signor Presidente
Qui ha nevicato
Questo non fa notizia
eppure, la finestra non parla d’altro
e il passero l’ape la viola
e il silenzio il giardino
ma nessuno cercava davvero riparo:
tutto stava, come chi guarda al cielo
cercando un proprio caro».
Questa poesia ha per titolo una data 25 marzo 2020. Il titolo la contestualizza, tutte le poesie della prima e ampia parte del libro di Azzurra D’Agostino, Messaggi al Presidente, Le lettere 2024, hanno una data per titolo, e sono testi di risposta, di contrasto e di domande ai messaggi che arrivavano dal Governo durante il periodo della pandemia; il primo, il più duro e grave. Questi versi, però, così come altri di D’agostino, arrivano potenti e limpidi, struggenti e dolci, e sono belli anche senza il contesto. E non è questo ciò che chiediamo in fondo alla poesia? Di essere a nostra disposizione quando ne abbiamo bisogno. Così, chi scrive questo pezzo, porta, da quando è uscito il libro, i due ultimi versi di questa poesia come conforto. Pur non guardando abitualmente il cielo, cercando un mio caro, uso questi versi come cielo e qui dentro cerco. Perciò i messaggi al Presidente di Azzurra D’agostino sono messaggi per noi, per noi che abbiamo attraversato quel periodo cupo e strano e che per stare nelle regole di quei tempi (che appaiono distantissimi pur non essendolo affatto) abbiamo recepito quel linguaggio e lo abbiamo trasformato. Le poesie di Azzurra D’Agostino creano una diversa sintassi, con scarto minimo e capacità di sguardo, scelgono il modo di stare in quei giorni e di raccontarli. Il tono statistico, tecnico qui si fa lirico, dove tutto si faceva chiuso nella poesia diventa squarcio. Leggiamo la capacità di cambiare la narrazione di trauma e paura. Sì, c’era sgomento e lo sgomento rimane, saperlo scrivere non è così semplice, ci spinge a guardarci all’indietro mentre muoviamo i passi nel futuro.
Nello spazio bianco che lascia D’Agostino – come quello della neve – noi sostiamo e aggiungiamo un pezzo della nostra vicenda, che è sempre collettiva. Nella seconda parte del libro leggiamo una serie di poesie scritte per il teatro, che hanno per titolo La misura umana, e si capisce che non possono non parlare con i testi della prima sezione. Troviamo parole in movimento, immaginate per prendere possesso dello spazio pubblico, insieme ai corpi che lo attraversano. Parole pensate per la piazza e per il carcere, per il teatro e per ogni luogo in cui dovrebbe risuonare chi siamo. Versi nati dagli incontri con bambini, detenuti, familiari delle vittime di una strage mafiosa. Versi fatti di corpi che si muovono nel luogo e verso i luoghi. La cosa minima di Azzurra D’Agostino è la relazione, ciò che ci lega, che ci appiccica e che ci tiene insieme. Tutto è una volta soltanto?, scrive a un certo punto, e non c’è risposta oppure le risposte sono un miliardo, la poesia fa solo la domanda, la scrive meglio, la stessa poesia chiude: Perché si continua? Non lo sappiamo ma continuiamo, queste poesie sono un modo, uno dei tanti, un buon modo.
La cosa minima di Cristiano Poletti e di Azzurra D’Agostino è data da molte cose ma può essere racchiusa in tre lettere che suonano così: Noi.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
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