di Tommaso Ghezzi

Capita spesso che la segreteria didattica dell’Istituto scolastico in cui presto servizio invii per mail documenti da compilare e firmare a penna. Questi vengono poi scansionati, inviati di nuovo per via telematica e una volta ricondotti per posta elettronica nello stesso ufficio che li ha emessi, stampati per essere archiviati di nuovo in cartaceo. Sono poi innumerevoli le volte in cui lo stesso ufficio mi ha richiesto una “copia del documento in corso di validità”: credo che nell’archivio digitale dell’istituto se viene digitata la query del mio nome, intervengano decine e decine di occorrenze della stessa copia pdf del mio passaporto.

A quanto pare però non sono l’unico a percepire questa insensatezza. Ho amici che lavorano per importanti brand, moda, case automobilistiche di lusso, catene di hôtellerie e spesso sono oberati non tanto di lavoro ma di call. Si parla di venti o addirittura trenta ore a settimana spese a restare connessi per ripetere le stesse cose, produrre documenti o analisi la cui utilità è affatto dubbia e spesso non riscontrabile. è una forma di alienazione questa decisamente tangibile, che tocca molteplici contesti delle nostre vite, sia per chi eroga i servizi che per chi ne usufruisce. Ecco: la distribuzione delle risorse, gli sprechi e le disuguaglianze sono di fatto il problema insoluto delle moderne economie liberali. La maggior parte dei lavori nel terziario avanzatissimo e nella iper burocratizzazione delle funzioni pubbliche, sembrano cose fatte solo per perdere tempo.

Ecco perché Nero. Il complotto dei complotti, secondo libro di Luca Giommoni uscito sul finire del 2024 per effequ, racconta una storia puntuale e aderente a questa nuova alienazione temporale. Giommoni analizza questo tema attraverso gli strumenti narrativi del genere che più di tutti nell’ultimo secolo ha avuto una presa caustica e decisiva sulla realtà e l’immaginario, con un’indiscussa forza critica sia sul piano sociale che politico: la fantascienza.

A quattro anni dalla pubblicazione de Il rosso e il blu. Una comune favola di migrazione, edito sempre da effequ nel 2020, Luca Giommoni fa ritorno sulla scena letteraria con un romanzo corale, forgiato con fine maestria, che si dipana attraverso un intreccio di vicende individuali sapientemente connesse. Fulcro di tale architettura narrativa, come evoca il titolo stesso, è uno dei protagonisti, Nero Ceccobelli, figura cardinale attorno a cui gravitano trame tanto personali quanto collettive. In questi anni, Giommoni ha alimentato il proprio “ferro creativo” mediante la costante dedizione al racconto breve, apparso con frequenza su molte riviste online, e tale esercizio narrativo affiora nitidamente nella struttura del romanzo che procede per entrelacement, con più linee narrative parallele che si intersecano nei modi più irregolari e vertiginosi, creando una trama complessa e articolata in cui gli eventi di una vicenda influenzano quelli di un’altra.

Il romanzo si apre con un alto tasso di realismo urbano, quello dei centri per l’impiego, della disoccupazione a trent’anni e dei disagi del mondo del lavoro nell’età post-industriale. Tuttavia, il lettore viene progressivamente preso a schiaffi da improvvisi perturbamenti: cambi drastici, analessi e flash-forward scombussolanti trasformano la vicenda in un viaggio attraverso i meandri dello spazio-tempo. La trama diventa così il percorso dei personaggi attraverso il topos dei viaggi nel tempo, immergendo la narrazione in un’atmosfera di straniamento e di continua sorpresa.

Ancora una volta, Giommoni si addentra nel territorio dell’immaginazione e della sua capacità di plasmare la realtà. Se nel suo precedente romanzo, Il rosso e il blu, esplorava le tensioni vissute dai migranti nei CPA, in Nero lo scrittore affronta una delle pratiche creative più controverse e affascinanti del nostro tempo: i complotti. Attraverso gli strumenti della fantascienza sociale, Giommoni ci offre quindi un’indagine sulle dinamiche del complottismo, interrogandosi sul suo potere di trasformare il nostro modo di percepire il mondo. Nel romanzo è tratteggiata una società in cui il complotto non è solo un ganglio narrativo, ma un meccanismo autoassolutorio per i personaggi, un innesco di movimenti che coinvolgono la coscienza individuale e la Storia. Il complotto diviene vera e propria narrazione sociale. La retorica complottista offre conforto ai personaggi: se le cose non funzionano, non è colpa nostra, ma di un’entità astratta e onnipotente che tira le fila del nostro destino. Il complotto deresponsabilizza, sottraendo l’individuo dalla fatica di riconoscere il proprio ruolo nel caos della realtà contemporanea. È in questo contesto che l’autore introduce un’idea ancora più intrigante, una sorta di macro complotto anticomplottistico: una teoria secondo cui tutti i complotti, o almeno quelli più celebri, sarebbero essi stessi costruzioni di un potere superiore, volte a distogliere l’attenzione dal vero fulcro del controllo globale. Una spirale di meta-narrazioni che sfocia nel “complotto dei complotti”, una teoria tanto assurda quanto affascinante.

La narrazione di Nero si muove tra piani surreali e satirici, abbracciando una “macedonia” di riferimenti culturali che spaziano dall’incidente di Roswell a Pocahontas, da Hulk Hogan a John Wayne, fino all’Area 51 passando per la trilogia di Ritorno al Futuro e la pubblica amministrazione italiana. C’è anche spazio per l’apparizione di Giorgia Meloni come Donna-Angelo, Amma della fiaba Dogon dei villaggi rurali dell’Africa centrale, deus ex-machina della vicenda, nel caos della burocrazia nazionale. Tutti questi elementi sono orchestrati con una maestria rara, in un’architettura narrativa che stupisce per la sua precisione.

Giommoni riesce a cogliere con lucidità l’alienazione del nostro tempo, dove il mantra “Fai ciò che ami e non lavorerai un solo giorno della tua vita” si rovescia in un incubo: l’annullamento di sé, l’assenza di significato. Fai ciò che ami, non lavorerai un solo giorno della tua vita e sarà terribile.

Le ascendenze letterarie del romanzo sono molteplici e affascinanti. Indubbiamente la prima parte del romanzo, centrato su una critica al mondo del lavoro contemporaneo, caratterizzato da un’insensata burocrazia e da attività tanto incomprensibili quanto apparentemente inutili, ricorda la perturbante realtà kafkiana, il lavoro (e soprattutto il non lavoro) come alienazione, spaesamento, tempo che si perde.

L’ambientazione americana del secondo dopoguerra, che emerge nella seconda parte della narrazione di Nero mostra una chiara influenza della tradizione postmodernista statunitense. Thomas Pynchon è una fonte evidente, soprattutto nel modo in cui Giommoni gioca con personaggi storici, icone pop e figure di pura invenzione dai nomi-parlanti. Questo approccio, che rende il contenitore narrativo fluorescente e schizoide di “Nero” assolutamente pynchoniano, viene reso in maniera virtuosisticamente plastica e convincente.

Nella seconda parte del romanzo è innegabile il debito concettuale con Kurt Vonnegut: il Billy Pilgrim di Mattatoio n. 5 rappresenta un archetipo che viene diffratto nei vari personaggi della vicenda. Tra questi, oltre a Nero, troviamo suo padre Livio, sua madre Marina, Elettra (la “navigator” del centro per l’impiego presso cui Nero si reca per cercare lavoro), il disilluso Alfredo, amico di Nero, e il senegalese Malang, la cui storia, in particolare, si distingue per la capacità di fondere satira e commozione, costituendo forse la più riuscita “short novel” interna al romanzo. Malang è anche il nome di uno dei personaggi del precedente romanzo di Giommoni, Il rosso e il blu. In quella storia era un mediatore linguistico che si confrontava con le vicende picaresche di moderni Giufà del centro di accoglienza straordinaria in cui si sviluppa la storia. Un legame sicuramente non casuale. Forse, addirittura, lo stesso personaggio in un universo narrativo immaginario.

Nero è un romanzo che addirittura commuove per la sua profondità e la sua perizia narrativa. In un mondo di intrecci apparentemente caotici, ogni elemento trova il suo posto con una precisione sopraffina. Giommoni conferma il suo talento nell’indagare i paradossi del presente, offrendoci un’opera che, pur nella sua vertigine caotica e acida, risuona profondamente con la realtà in cui viviamo ogni giorno.

 

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