di Gerardo Novi
You can’t see me
(JOHN ANTHONY FELIX CENA)
Non avevo la testa di trovarmi un lavoro. Per niente. Era un periodo in cui l’università aveva chiuso definitivamente le sue porte e io, come un bambino che viene escluso dal gruppo dei giochi, cercavo solo di trattenere le lacrime, duro e forte, mostrandole la linguaccia. Non un comportamento degno di un adulto, ma non m’importava. Mi sentivo strano, confuso, e avevo voglia di autocommiserarmi un po’ e forse, tra un lamento e l’altro, capire cosa ne sarebbe stato della mia invisibile vita.
In tutto questo, attorno a me c’era Parigi. Che concetto sopravvalutato! È solo uno spazio che qualcuno ha riempito con persone, lingua e architettura, nient’altro; è il nostro sguardo a dare ulteriore significato alle cose. Per questo tipo di pensieri da studente di filosofia disoccupato mio zio, dopo avermi accolto nella sua casetta verso la fine di settembre, continuava a ripetermi che dovevo trovarmi qualcosa da fare prima che tutto quel riflettere finisse per strozzarmi nel sonno. La sua macelleria, non troppo lontana dallo sguardo indifferente della Senna, gli aveva dato da campare fin da quando, a vent’anni, si era trasferito da Roma. Per il tipo d’uomo pratico che incarnava, l’immaginazione costituiva l’ultimo requisito necessario per sopravvivere in questa città.
«Ti metto in contatto con un amico mio, così chiudi un po’ quella tua bocca e vedi come ti raddrizzi».
Ecco com’ero finito a fare l’autista. Ero sorpreso dal tipo di contatto che lo zio mi aveva dato. Probabilmente qualche riccone gli doveva un favore, qualcuno a cui aveva dato di nascosto le sue migliori costolette d’agnello, perfette con un vino rosso, o cose del genere. All’inizio nemmeno mi accorgevo di quanto snob fossero i miei clienti, mi ritrovavo a portare in giro per la città molti uomini in giacca e cravatta (a volte insieme a delle ventenni con tacchi alti e vestisti scollati riflettenti come una palla da disco), la loro ventiquattro ore e lo sguardo su di me come se fossi un macchinario mal funzionante, soprattutto dopo che sentivano quella mia strana inflessione quando parlavo francese. Io, di fronte al loro sguardo sdegnoso, tiravo fuori il mio sorriso, finto, migliore, li sganciavo sempre al solito hotel, Le charme, e poi li mandavo al diavolo appena li vedevo sparire, sempre di fretta, dietro la porta a vetri automatica.
Poi il mio coinquilino, Mathieu, piccolo ingranaggio all’interno di quel grande mostro chiamato Cinema, nel ruolo di assistente di produzione, mi trovava lavoretti nei weekend come comparsa in parecchi film altezzosi e snob, del tipo che non ci butteresti mai il costo di un biglietto. E io non potevo fare a meno di farglielo notare.
«Non m’interessano i tuoi pareri personali», disse Mathieu, volto gonfio come un boxer dopo essere tornato la notte precedente verso le quattro, per convincermi. «Mi basta che stai immobile sul set e non mi crei problemi».
«Ti sembro il tipo che crea problemi?», dissi io.
«Sei peggio, infatti, tu giudichi tutto e tutti. Poi devo pure sopportare questi della produzione, tedeschi, mi stanno facendo impazzire. Vogliono precisione, efficienza e pausa pranzo al massimo di un’ora. Mi passi il caffè?»
Era sufficiente un papillon o una camicia bianca, oppure un taglio diverso di capelli, e diventavo subito un ottimo cameriere, un cameraman, nei giorni più noiosi, un semplice passante sullo sfondo mentre i due protagonisti dialogavano in una maniera che semplicemente non esiste nella vita vera, perché a nessuno piace filosofare per mezz’ora per finire senza neanche una scopata. Le persone sono molto più semplici e banali di come gli intellettuali vogliono far credere, anche quelli a cui succedono cose straordinarie poi assorbono il tutto banalizzando i grandi eventi.
Sull’ultimo set, notai dal nulla un ragazzino, sui dieci anni, sbuffava sotto il sole, la luce riflessa negli occhi azzurri. Un’addetta al trucco gli sistemava le macchie di sangue sul volto, sul collo e sul giubbotto. Qualcuno mi spiegò che era lui ad interpretare il figlio, senza aggiungere altro. Lo guardai con un misto d’empatia, notando la sua seccatura, e una goccia d’invidia mia, intanto cercavo di capire come tenere dignitosamente il vassoio da cameriere in mano, “in maniera realistica”, ripeteva Mathieu. Per tutta la durata delle riprese, dispiegato come un tappeto su rue Cesar Franck, notai di essere bloccato anch’io in un’attesa estenuante.
«Julie…Julie…Julie», continuavo a sentire da ogni reparto e da ogni comparsa che mi passava accanto. Alla fine iniziavano a nascere scommesse in sigarette sull’arrivo della star. Si sarebbe presentata affatto o sarebbe rimasta in albergo a farsi attendere manco fosse Marion Cottillard?
Tutti in attesa con i pugni sui fianchi, in ritardo di più di mezz’ora sulla tabella di marcia, videro finalmente arrivare il furgone della produzione. Julie scese e arrivò sottobraccio a uno schiavo della troupe, quasi le faceva trascinare i piedi, con un ombrello la proteggeva dai letali raggi di sole, occhiali neri e sguardo basso di chi ha tutto il mondo in sdegno. Il regista, un vecchio pelato dalla pelle olivastra, non sembrava per nulla contento, arrivò a pochi centimetri dalla sua faccia e le mormorò qualcosa di velenoso, a denti stretti. L’attrice, nascosta dietro gli occhiali, non sembrò reagire granché, annuì con la testa e si fece portare verso il camper del trucco.
«Speriamo che oggi sia la giornata buona», sentii dire da qualche addetto delle luci.
Scossi la testa quasi facendo cadere il vassoio in mano. Mi pareva l’ennesima dimostrazione che “cinema” fosse solamente sinonimo di “caso mentale”.
Tornati a casa verso mezzanotte, Mathieu mi spiegò a grandi linee la trama del film. Una donna s’innamora di un uomo. E fino a lì, piuttosto classico. Dopo che i due fanno per la prima volta sesso, arriva il colpo di scena: lei, un anno prima, aveva perso il figlio di otto anni in un incidente stradale. Il resto del film quindi, mi spiegava Mathieu, tutto esaltato, era il percorso di elaborazione e accettazione che questi due personaggi fanno per andare avanti. Di nuovo, il tipo di film per cui non avrei pagato il prezzo del biglietto. La scena che giravano quel giorno era la scena climax dell’incidente, dove il figlio, in bicicletta, veniva investito da un’auto e la madre arrivava sul posto, urlando tutta la sua disperazione. Julie continuava a ripetere che non riusciva a fare quella scena, che le faceva troppo male. Il regista provava a convincerla, lei si rifiutava, alzavano la voce, s’infuriavano e saltava la giornata. Era successo già tre volte. Il regista, esausto, aveva messo la scena in stand-by per concentrarsi sul resto del film.
«Vallo a spiegare ai produttori», disse Mathieu infastidito.
Lo zio mi chiamò per dirmi che il suo contatto mi aveva procurato un nuovo cliente, uno importante.
«Sono dei pezzi grossi, questi, e vogliono l’esclusiva per una settimana. Devi accompagnare in giro per la città questa diva del cinema, stare appostato sotto casa sua, nel caso le vada di uscire, e rimanere sempre a disposizione».
«Che cos’è, ora faccio pure il maggiordomo?», dissi con un accenno di umorismo.
Lo zio, irritato, rispose: «La paga è buona, tutto il resto non t’interessa».
Il lunedì successivo arrivai preciso all’indirizzo, una stradina nascosta sul lato degli Champs-Élysées, e aspettai.
Sentii poi il portellone posteriore aprirsi e una sagoma che sgusciava dentro l’auto.
«Buongiorno», disse l’ombra con una voce leggera, quasi impercettibile.
Girai leggermente la testa e vidi che il nuovo cliente era Julie.
Non mi riconobbe, ovviamente, non avrebbe potuto; i nostri sguardi non si sarebbero mai potuti incrociare su un set fatto apposta per tenerla protetta come in una bolla di luce e nasconderle il resto.
Pensieri filosofici a parte, cercai subito di darmi un contegno e di rimanere professionale.
«Dove andiamo?», dissi.
Lei, da vera attrice, prese una lunga pausa, innaturale, e sospirò.
«Non importa», disse «andiamo in giro».
Quella settimana mi ritrovai a passare la maggior parte del tempo fuori dal suo appartamento, a leggere, a osservare la finestra al quarto piano dell’anonima palazzina dove Julie rimaneva reclusa per tutta la mattinata. Poi, intorno alle cinque del pomeriggio, mi chiamava, scendeva giù e io la portavo a godersi la sua ora d’aria. Un giro in macchina e poi magari accostavamo vicino a un parchetto, chiedendomi di starle vicino come se avesse paura che una folata di vento potesse trascinarla via. Guardava le rondini, seduta su una panchina. Osservava i bambini giocare a calcetto. E io osservavo lei.
Lei non parlava. Io non parlavo.
Julie era americana, lo scoprii facendo delle ricerche. Era nata al Mount Sinai Hospital dopo una settimana che i suoi genitori si erano trasferiti a New York. Parlava perfettamente sia francese sia inglese, eppure nella sua cadenza si notava come una mancanza, come se non ci fosse un colore. Quel dettaglio che percepivo mi sembrava che andasse a trasformarsi nel suo modo di guardare le cose. Come se alle cose mancasse sempre quel dettaglio in più che le rendesse vere. Era sposata con un regista britannico e avevano una bambina, Sara, otto anni. Assomigliava molto, notai, al bambino che nel film interpretava il figlio di Julie, solo che sua figlia aveva gli occhi scuri.
Aveva il perfetto volto da cinema. Capelli biondi, corti. Ricordava Lea Seydoux, zigomi in rilievo e occhi castani a dare il contrasto con quel volto che sennò sarebbe potuto apparire talmente idealizzato da risultare finto; con la macchina da presa, irritante. Poi un piccolo neo, in basso a destra rispetto alle labbra, quella leggera imperfezione che ti rende umana. Indossava perlopiù t-shirt con giacche leggere, jeans e stivali. Tutto in lei sembrava indicare il minor sforzo possibile, sia nel vestiario sia nell’apparenza che nell’energia nello stare a mondo. Dallo specchietto retrovisore notavo le sue vene del collo quando si girava lentamente, sempre lentamente, verso il finestrino per guardare il paesaggio scorrere. Le mani tenute in grembo. Il giocare nervosamente con gli occhiali da sole. Il venerdì, quando la riaccompagnai a casa dopo l’ennesima passeggiata, allungò la mano sul poggiatesta sul sedile del passeggero per aiutarsi ad uscire, lì vidi la traccia dell’anello sull’anulare, una zona più pallida rispetto al resto della pelle.
Il giorno dopo, sabato, la piccola viuzza era attraversata da un sole intenso come polvere di latte, biciclette e molti gatti, il tipo di giornata dove stare così tanto dentro la macchina causava come un senso di apnea. Decisi di farmi una passeggiata per sgranchirmi le gambe e non impazzire. Girai tra gli scaffali di una libreria di libri usati dove l’uomo dietro la cassa, identico a Godard, mi osservava come se volessi rubarmi tutti i libri di Proust o di T.S Eliot. Il suo sguardo mi dava angoscia. Uscii nel calore del mezzogiorno e andari a prendermi al volo un caffè americano.
Julie mi chiamò mentre uscivo dal bar. Diceva di non sentirsi bene, che era caduta sul pavimento del bagno e di non riuscire ad alzarsi.
«La chiave è sotto il tappeto, per favore, ti prego, vieni, non respiro».
Buttai il caffè e feci una corsa, un bambino nel palazzo piangeva da qualche parte, i gradini, tre alla volta, poi la porta. Entrai. Un salotto vuoto, una cucina nel caos, un tavolo completamente ricoperto di quaderni e di fogli pieni di appunti. Girai per le stanze e la trovai seduta sul bordo del letto, un asciugamano a coprirle i capelli, accappatoio azzurro, lo sguardo perso. Mi sedetti sul pavimento perché la paura era tale che per poco non mi scoppiava il cuore e tutto il resto. Presi fiato e aspettai che mi guardasse negli occhi, che riconoscesse la mia presenza nella stanza. Poi Julie iniziò a piangere.
Iniziò a mormorare: «Il mio bambino, il mio bambino, il mio bambino».
Io rimasi immobile finché dopo un po’ si calmò.
«Attori», dissi, «siete tutti matti».
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
