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(immagine di Laura Lezza, Getty Images)

 

di Mariasole Garacci

Quando il sindaco di Firenze Dario Nardella, alla vista di una nuova azione di Ultima Generazione sul muro di Palazzo Vecchio, si lancia di corsa verso l’attivista per prodursi con lui, ad usum di telecamera e fotografi, in una serie di torsioni plastiche degne di figurare tra le sculture della Loggia dei Lanzi, egli non fa nulla di così strano e che non rientri, per di più, nella strumentazione del suo mestiere. E’ risaputo che la politica si declina anche in un’estetica, cioè in una comunicazione sensoriale (e sensazionalistica) verso una comunità che somiglia, per certi versi, al pubblico di uno spettacolo. Del resto, sull’altro fronte sono gli stessi attivisti a dare luogo, consapevolmente, a una performance che ha lo scopo di coinvolgere le persone e metterle in contatto emotivo con problemi macroscopici, pericoli e priorità di un ordine di grandezza globale, inafferrabile e paurosamente superiore al parametro della nostra quotidianità. Di queste misure ha scritto Timothy Morton in Hyperobjects[1], designando con questo termine entità che se lontanamente prese in considerazione ci obbligherebbero a “riconsiderare le idee fondamentali che ci siamo fatti su cosa significhi esistere, su cos’è la Terra, su cos’è la società”[2] (mentre le nostre vite sono già abbastanza difficili, e per dormire il sonno dei giusti la notte abbiamo bisogno di sicurezze o almeno di non pensare) e che “rappresentano una minaccia per l’individualismo, il nazionalismo, l’anti-intellettualismo, il razzismo, lo specismo, l’antropocentrismo e probabilmente per lo stesso capitalismo”[3]. Pericoli ecologici annidati nel vasto, insondabile divario tra la cosa (che esiste in sé, e continua a farlo) e il suo fenomeno (che a volte sfugge), lontani da quell’esperienza individuale che (per igiene ed efficienza, e per poter sopravvivere all’immediata contingenza) l’intelligenza umana deve alleggerire dagli stimoli superflui, relegandoli a un rumore di sottofondo. Anche quando si tratta, per esempio, dell’ultimo rapporto di valutazione sui cambiamenti climatici pubblicato da IPCC il 20 marzo, in cui si fa chiaro riferimento alla necessità di misure politiche urgenti che contrastino l’utilizzo di combustibili fossili e l’uso non sostenibile dell’energia e del suolo, causa riconosciuta del riscaldamento globale.

Sono pericoli il cui avviso, per le ragioni che ho accennato sopra, si tenta di ignorare, o la cui notizia viene recepita in una dissonanza cognitiva che crea disagio e per ricomporre la quale si tende al negazionismo, alla deresponsabilizzazione, o a una tenace dislocazione di valori espressa anche in modo molto reattivo e aggressivo: i meccanismi di ordine estetico e psicologico che in mesi di osservazione del fenomeno ho ravvisato dietro il biasimo e l’intolleranza della pubblica opinione nei confronti degli attivisti. Oltre ai fantasiosi e appassionati insulti che accompagnano qualsiasi notizia o riferimento alle azioni di Ultima Generazione sui social, si nota, infatti, che allo stesso gesto performativo degli attivisti tendono a prendere spontaneamente parte coloro che assistono dal vivo: talvolta solidarizzando, più spesso ingaggiando appassionate discussioni con gli attivisti (per non parlare, ovviamente, del lancio di insulti riecheggiati sui loro canali social dagli esponenti della nostra non sempre impeccabile ed elegante classe politica), e talvolta, proprio come ha fatto Dario Nardella davanti a Palazzo Vecchio, entrando fisicamente nella performance (con una prontezza che, a dire il vero, dobbiamo sperare non venga emulata da privati cittadini, rischiando di dare luogo a tafferugli e incidenti che la rigida prassi non violenta delle azioni di protesta ha finora scongiurato).

Un esempio della dissonanza cognitiva e della dislocazione cui accennavo sopra è proprio quella che riguarda la protezione delle opere d’arte e dei monumenti storici: lo sdegno e la commozione procurati dal lancio della zuppa di piselli sul vetro di un dipinto di Van Gogh corrisponde a una diffusa indifferenza, da parte dell’opinione pubblica, nei confronti dei problemi legati alla tutela del patrimonio storico-artistico e archeologico, alla gestione e alla privatizzazione del bene comune, così come nei confronti dei lavoratori precari e sottopagati nel settore culturale. Ciò suggerisce che tali sfoghi non siano genuini, ma esprimano la reazione antalgica a un’azione disturbante, a un perturbante. Del resto, nello sdegno generale e reiterato nei confronti dei militanti, è passata quasi del tutto inosservata, dal pubblico come dalla stampa, la notizia che i portavoce di Ultima Generazione e di Fridays for Future parteciperanno, in questi giorni, a un incontro pubblico con il direttore di ICOM Italia (il comitato nazionale dell’International Council of Museums), proprio per cercare forme di dialogo e sinergia per il bene comune: un’opportunità che, evidentemente, contraddice la manichea e rassicurante contrapposizione tra protesta e istituzioni.

Ora, tornando al paragone iniziale tra l’intervento di Dario Nardella con e una performance teatrale: al di fuori dello spazio scenico in cui essa si svolge, è facoltà del pubblico provare a interpretare autonomamente le figure e i simboli proposti (un esercizio consigliabile, dal momento che, oltre a essere uno spettacolo, la politica è in effetti anche il governo della società e delle nostre vite). Il dramma eroico di Palazzo Vecchio si è concluso con la notizia, diffusa dallo stesso sindaco di Firenze, che per ripulire il muro dalla vernice, sono stati impiegati 5 mila litri d’acqua (equivalenti a 5 metri cubi) il cui costo (peraltro economicamente irrisorio) il ministro Gennaro Sangiuliano minaccia di addebitare a Ultima Generazione. Gli attivisti, dunque, avrebbero procurato uno spreco di risorse idriche, e perciò sarebbero degli ipocriti e degli esibizionisti. Tuttavia, la morale della favola può anche essere rovesciata: se per riportare quel muro al pristino aspetto ci siamo permessi di usare tanta acqua (al cui computo andrebbero aggiunti, per onestà intellettuale, i 215 litri giornalieri consumati in media da ciascun italiano, oltre che una spaventosa dispersione idrica che proprio a Firenze raggiunge addirittura il 43,4% del volume d’acqua immesso in rete e di cui gli attivisti sono del tutto incolpevoli) ciò significa che, per il sindaco, per il ministro della cultura e per noi tutti, quel muro di un edificio storico è più importante dell’acqua (quindi, che nella nostra scala di valori la cultura prevale sulla natura) e, implicitamente, che approfittiamo del fatto di vivere in una parte di mondo in cui c’è ancora acqua a sufficienza per scegliere la conservazione e il decoro urbano rispetto al risparmio dell’acqua. Sono proprio queste le espressioni di una supremazia e di un privilegio economico e culturale che le proteste di Ultima Generazione mettono sotto accusa creando situazioni disturbanti. Come quella dell’altro giorno a Firenze e, come annunciano gli attivisti, le molte che seguiranno in questa calda primavera.

[1] Timothy Morton, Hyperobjects, University of Minnesota Press, 2013; in Italia Iperoggetti, Nero Editions, 2018

[2] ibidem

[3] ibidem

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