Il 25 marzo Jonnie inaugurerà l’uscita dell’albook con lo spettacolo Jonnie Live: tutti i pezzi di una storia qualsiasi presso l’Alfa Teatro di Torino. Inizia così il viaggio in musica e parole fra le variazioni del termine “irreparabile”: da qualcosa di rotto, destinato a non poter tornare come prima, a qualcosa che, con il tempo, diventa qualcos’altro. L’album è disponibile su Spotify.
di Jonnie
Da bambina avevo un walkman giallo con l’oblò da cui si vedeva girare la cassetta e, ancora prima di metterci dentro la musica, ci ascoltavo le storie. Forse per questo, sono diventata una cantautrice, al posto di una di quegli eroi, ma la grande tragedia del diventare grandi alla fine è che la domanda chi sei? diventa che lavoro fai?
Fin da quando ho cominciato a studiare musica al CPM di Milano, la faccenda scottante di quanto sei bravo? si traduceva nel problema pratico dove suoni?
Trovare posti dove esibirsi era un vero incubo. Quando ancora esistevano i CD, si entrava nei locali con una demo e si snocciolava il solito sofferente racconto autoreferenziale davanti a un esercente indebitato con l’IMU fino al collo. E il copione era sempre lo stesso. Se va male, lui ha solo dormito poco e ti chiede di ripassare il secondo mercoledì del mese di un anno bisestile dopo Pentecoste. Se va peggio, ti fissa una data e ti chiede quanta gente porti.
E io quanta gente portavo? Per un po’ ci ho provato, ma con il tempo, la risposta alla domanda che lavoro facevo? divenne public relations per Circoli Arci barra scantinati abusivi barra Casa Del Tacos ed era chiaro che non potevo andare avanti così.
Poi è arrivata la mia crisi di mezza età (che per una cantautrice vuol dire verso i 25) e il mio chitarrista mi propose per la prima volta di fare busking.
Quanta gente dovevamo portare? Nessuna.
Ci pensavano i pullman di turisti asiatici che sbarcavano a Piazza del Duomo, le gallerie dello shopping, gli Starbucks e i panzerotti Luini a chiamare la gente per le strade. E improvvisamente mi sembrò di sgomberare la mia vita dell’unico ostacolo tra la mia arte e il resto del mondo.
Da quel giorno non ho più smesso.
Circa ogni sabato pomeriggio, il mio chitarrista Daniele Tiddia sbucava dalle scale mobili della rossa che arrivava al Duomo con un carretto più grande di lui, la cassa, le pedaline, le aste, i cavi, la chitarra e un cappello per le monetine (tutto per non dover portare della gente), sceglievamo un posto dove metterci a suonare e, a fine giornata, andavamo a cambiare le nostre pile di spiccioli all’Esselunga di Porta Venezia, finendo col fare la spesa con i soldi dell’arte. Allora che lavoro facevo?
Il busking divenne il mio modo di “esistere” come artista e, allo stesso tempo, proteggere il mio lavoro dal complicato e pericoloso capitalismo dell’arte. Così cominciammo a spostarci di città in città, finché non arrivò la pandemia.
Dove prima le folle rallegravano gli spazi comuni delle città, calò un silenzio difficile da riempire e cantare per strada acquisì una nuova dimensione. La musica divenne il modo di sentirci uniti nell’era del distanziamento sociale e, per quell’effetto delle crisi che riporta ognuno alle radici, ricominciai a cantare a Torino, nella mia città, facendomi ascoltare da balconi e cortili interni, con Davide Meli alla chitarra (un incontro torinese frutto della quarantena social).
A causa delle chiusure, dovetti interrompere i due lavori che facevo oltre alla musica (libraia e cameriera) e, lavorando al mio nuovo disco, trasformai il busking in un progetto di fundraising.
Mi ricordo che ero a casa (prima zona rossa di Torino), quando lessi: da quanto tempo non fai qualcosa per la prima volta? sul bordo pagina di un libro che avevo dal liceo. Allora lo chiusi subito (per la seconda volta iniziavo Siddharta senza finirlo) e andai a comprare su Amazon un puzzle del mondo di 1200 pezzi.
Essendo io quel tipo di persona che colora le caselle vuote delle parole crociate, fu piuttosto strano trovarmi coinvolta in una simile impresa. Certamente volevo a tutti i costi completarlo ma, senza rinunciare del tutto all’aspetto creativo. Una volta concluso, prima di distruggerlo, ne catalogai ogni pezzo, scrivendo sul retro le coordinate della sua collocazione, a testimonianza della sua originale completezza.
Raccolsi tutti i pezzi e cominciai a distribuirli durante le mie esibizioni per strada. Promemoria dell’antifragilità di cui siamo sperimentatori, ogni pezzo di quel puzzle rappresenta l’intero che ognuno di noi conserva dentro, ma che non si vede, permettendo di capire come funziona perché è stato smontato.
Ho scritto così, nel periodo di chiusura che è stata del mondo, ma che ognuno di noi ha vissuto con sé stesso, il mio secondo Concept Albook (un libro-album musicale) “Tutti i pezzi di una storia qualsiasi” in cui ho ricostruito (un po’ come avevo fatto con il mio puzzle) la biografia di quella che possiamo ritenere, se non altro per il modo in cui costantemente si rompe e si ricompone, la vita di tutti noi. Tornare a suonare con la band dopo molto tempo e da lì ricominciare i miei tour in librerie, club e teatri sarà emozionante come una prima volta. Ma, allo stesso tempo, so che suonare per strada resterà una parte importante della mia idea di musica e, in un certo senso, il mio modo di vivere in un tour.
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