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di Gianmaria Tammaro

Con “Hanno tutti ragione” (Feltrinelli, 2010) Paolo Sorrentino aveva già detto tutto. Era partito da Napoli e dal talento, un universo fatto di storie epiche e turbolenti, e poi, in una spirale di colori e incontri, era arrivato all’essenza delle cose e della vita: una radiografia di quello che siamo stati e che siamo oggi, e che probabilmente non saremo mai più. Il suo Tony Pagoda, alias Tony P., fenomeno, cantante, fuoriclasse della musica, era un ibrido: una via di mezzo tra il Tony Pisapia de “L’uomo in più” e il Jep Gamberdella de “La grande bellezza”, un uomo enorme e allo stesso tempo piccolissimo, brillante e piacente, con un carisma unico e travolgente, e con una scioltezza di lingua irrefrenabile.

Tony P. sa tutto, anche quello che non ha mai visto e provato. Nella visione di Sorrentino, essere napoletano significa appartenere a un mondo preciso, ben delineato, dove tutto, in qualche modo, viene amplificato e ingigantito, e ha la consistenza del fumo: il disordine puro applicato alla bellezza. A Napoli non basta essere bravi o avere l’idea giusta; per riuscire, a volte, serve qualcosa di più.

Con Maradona, ha scritto Sorrentino su La Repubblica, i napoletani si sono sentiti come Napoleone. Perché ha rappresentato il riscatto e – cosa ancora più importante – la possibilità stessa del riscatto. Con Maradona, all’improvviso, il mondo smetteva di essere irraggiungibile e diventava finalmente casa. Per questo motivo era impensabile averlo in squadra e nessuno, come in “È stata la mano di Dio”, voleva crederci. Perché se credi, rischi di essere deluso; e se vieni deluso, e hai già poco, difficilmente ti rimetti in piedi. Non succede, ma se succede.

In questo ragionamento c’entra la fede: ed è un concetto laico, non religioso; un concetto concreto, che ha a che fare con i limiti e le imperfezioni dell’uomo. I personaggi che Sorrentino ha scritto, immaginato e raccontato sono le tessere di un mosaico più grande: ognuno rappresenta qualcosa, e ognuno dentro di sé conserva un significato preciso. Sono simulacri, totem, animali da schermo e da palcoscenico, fiere bellissime e temibili, che usano la parola, non la spada, per farsi largo nel mondo. Sono furbi, intelligenti, carismatici. Hanno la stessa consapevolezza sospesa di Tony P.: vedo anche se non vedo; so anche se non so. E intanto affrontano problemi, crisi esistenziali, mettono a nudo la pochezza e la mediocrità, e riescono a far risaltare le cose più semplici – l’affetto, l’amicizia, la vicinanza; la delusione, la speranza, il desiderio. Sono uomini, fatti di carne e ossa.

Vent’anni fa toccava a “L’uomo in più”: uno degli esordi più belli ed esplosivi del cinema italiano. Oggi, tocca a “È stata la mano di Dio”: un’altra nomination agli Oscar, nella categoria del miglior film straniero, e soprattutto una storia che – più e meglio di tante altre, probabilmente – parla proprio di Sorrentino e della sua infanzia. Forse, definire questo film autobiografico non è corretto. Perché come tutte le opere che meritano d’essere viste (e di essere lette, ascoltate, fruite e, successivamente, consigliate) anche “È stata la mano di Dio” contiene una percentuale importante di finzione: una finzione che unisce l’altissimo al bassissimo, e che coglie perfettamente quello che è il nocciolo di Napoli.

Non è vero, diceva Peppino De Filippo, ma ci credo. ‘O Munaciello, san Gennaro, l’avvento messianico di Maradona, la chiamata al cinema e alle arti, l’adolescenza come un viaggio e il potere detonante di Fellini sono tutte cose che fanno parte sia del mito che del vero – del concreto. “È stata la mano di Dio” gioca con questi due elementi, e lo fa magnificamente. Lo fa con la stessa eleganza e precisione di “Hanno tutti ragione” – che non era un film, ma un libro pieno di immagini –, con la stessa innocenza di “This must be the place”, con la saggezza rimuginante de “La giovinezza” e con lo slancio muscolare de “L’uomo in più”.

Nella sua carriera, Sorrentino ha seguito un percorso preciso: politica, potere, amore, insofferenza per gli altri e per sé stessi; quell’inadeguatezza diffusa eppure inafferrabile del saper stare al mondo. Ogni personaggio è una maschera, perché è finto, esagerato, straordinario. E allo stesso tempo è una persona, perché fallisce, cade, si rialza e cade ancora. Jep Gambardella ritrova le sue radici dopo anni passati in uno stato di eterna sospensione. Titta Di Girolamo, così freddo e calcolatore, scopre l’amore e l’amicizia, e per questo, alla fine, muore. Berlusconi, in “Loro”, è solo un altro uomo innamorato. Ne “La giovinezza”, con le caramelle Rossana che diventano il simbolo di quello che è stato e che ancora ci sembra bellissimo, non si parla di fine, ma di nuovi inizi e del coraggio che serve per affrontarli.

In “The Young Pope” e in “The New Pope” Sorrentino ha scelto come campo di gioco il Vaticano, e ha usato preti e vescovi per ricostruire la società e un papa per parlare, per un po’, di sé stesso. Ma anche lì, con il cardinale Voiello di Silvio Orlando, c’era già qualcosa di “È stata la mano di Dio” (e di “Hanno tutti ragione”): quella Napoli a metà, alta e bassa, borghese e contemporaneamente popolarissima, che s’ingegna, che è divertente e spesso cattiva e pungente. È una linea, ed è una linea che si può seguire abbastanza facilmente. Tuff, tuff, tuff: come i contrabbandieri a bordo dei loro motoscafi, che sanno dove andare ma decidono comunque di divertirsi scommettendo la propria vita e la propria libertà.

“È stata la mano di Dio”, distribuito Netflix, prodotto da The Apartment, rappresenta una sintesi: di tutte le cose di cui abbiamo parlato, che sembrano tantissime e impossibili da tenere insieme, e anche di altro. Con questo film, Sorrentino si è preso il tempo di cui aveva bisogno, stravolgendo il ruolo e il peso della forma: ha scelto un percorso apparentemente più semplice e comunque carico di significati e retroscena. La fissità barocca di altre opere, qui, fa come un passo indietro; le scene sono più luminose, più piene e più calde. E il merito, sicuramente, è anche della fotografia di Daria D’Antonio. Fabietto, interpretato da Filippo Scotti, è Sorrentino e, allo stesso tempo, è un’altra cosa, un’altra persona, un altro essere umano. Condividono alcuni ricordi e alcuni elementi, superano le stesse sfide e le stesse tragedie, ed entrambi provano lo stesso amore per la meraviglia e le storie, e per Napoli.

Fabietto, però, è anche un microscopio, e con questo microscopio Sorrentino passa in rassegna fatti e memorie, e ripesca dal calderone di “Hanno tutti ragione”: la baronessa e il sesso; gli ultimi giorni da ragazzo e i primi giorni da adulto. Poi cita Massimo Troisi e “Ricomincio da tre”, passa da una storia d’amore bellissima – quella dei suoi genitori – a una storia d’amore che sembra non iniziare mai; dalla vocina di Federico Fellini alle fotografie delle sue muse; e da Maradona a Capuano, maestri di costanza e di sostanza, e arriva fino a quel “non ti disunire” che nel giro di pochissimo tempo è diventato un tormentone, un modo di dire, una frase perfetta per descrivere stati fisici e mentali, sofferenze inenarrabili e gioie dimenticabili. “Non ti disunire”: metà mantra, metà cazziata.

La famiglia, in “È stata la mano di Dio”, è tutto. Prima ci sono i genitori, poi ci sono i fratelli. Quindi viene la passione, e anche quella, a un certo punto, si trasforma. Dal calcio, con il salvatore Maradona, misto di genialità e furberia, al cinema, tempio e laboratorio della creatività, e dalla meraviglia del grande schermo, che ipnotizza lo spettatore, ai film che sono tutto e sono niente, che possono migliorare la realtà o raccontarla così com’è. C’è il potere terapeutico della risata: basta un cazzetto disegnato sullo specchio di un ascensore per distendere i nervi e riprendere fiato. E c’è – ancora una volta – il sesso.

Fabietto, dopotutto, è un ragazzo e come tutti i ragazzi non pensa ad altro. Attraversa tutte le sfumature, tutti i gironi infernali dell’ossessione, e lo fa con gli occhi, con il cuore e con la voce. Fissa la zia a bocca aperta, la mascella che casca, le mani che non sanno cosa fare; s’innamora di un’attrice che non ha mai sentito, ma che gli sembra bellissima e perfetta, e senza nemmeno rivolgerle la parola si sente abbandonato.

Fabietto cresce, e cresce il film. Si inizia con il mare che circonda Napoli e si chiude con le stazioni ferroviarie tutte uguali, mischiate e confuse dalla velocità e dai pensieri. “È stata la mano di Dio” è un film fondamentale. Rappresenta, a modo suo, un punto di arrivo. Non è definitivo, per carità: e non è nemmeno perfetto. È un racconto di crescita, e per questo, soprattutto per questo, ha la capacità di educare chi ascolta e guarda. Ed educare, in questo caso, non significa impartire lezioni rigide e incontestabili; significa allargare il proprio punto di vista, e osservare l’altro – e il mondo – da un’altra prospettiva.

Il microscopio scompare, sostituito da un binocolo, e il personalissimo – la vita di Sorrentino – diventa universale. È quello che fanno le grandi opere: e che, più di dieci anni fa, aveva fatto anche “Hanno tutti ragione”. In quel libro, come in questo film, c’è una musicalità palese, avvolgente, che sa tenere insieme ogni cosa: gli estremi, le brutture, il senso di meraviglia, la carne e l’anima, il sogno e la delusione.

Il cinema e la letteratura a volte hanno questa capacità: di andare oltre. E una storia di potere può diventare una storia d’amore (perché anche l’amore, se ci pensiamo, è una forma di potere); e un primo ministro può trasformarsi in un attore (perché tutti recitano, anche se non lo sanno); e un ragazzino che non sa che cosa fare della propria vita, orfano, confuso e riccioluto, può decidere di provarci e di fare il regista. Questo è il talento di Paolo Sorrentino: e non si è mai disunito.

 

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