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Una nuova puntata della rubrica a cura di Anna Toscano. Dieci domande a poetesse e a poeti per cercare di conoscere i loro primi avvicinamenti alla poesia, per conoscere i loro albori nella poesia, quali siano stati i primi versi e i primi autori che li hanno colpiti, in quale occasione e per quali vie, e quali i primi che hanno scritto. Le altre puntate sono quifoto copertina © Anna Toscano

Qual è la poesia che hai incontrato, e quando, che ti ha fatto pensare, per la prima volta, che fosse qualcosa di fondamentale?

Comme de longs échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité

Che richiamo nuovo e potente gli echi che disegnavano le Corrispondenze di Baudelaire. Mi colpì profondamente questo mondo denso di mistero e sacralità, così lontano dalla noiosa prosaicità quotidiana, così intraducibile. Anche se non mi portò immediatamente a scrivere poesia, quella ‘foresta animata’ rappresentò per me un luogo dove stare volentieri, dove iniziare a esplorare un’alternativa a uno spazio, quello faticoso dell’adolescenza, dove non mi sentivo a casa, ma anche quello limitato della piccola realtà di provincia dove vivevo.

Qual è il primo autore o autrice che ti è rimasto/a in mente come poeta?

Sicuramente Ungaretti con Natale, quando andavo alle elementari e mia madre mi aiutò a memorizzarla trovandovi una melodia. Quello stratagemma giocoso mi permise, oltre a non dimenticarla l’indomani per poterla ripetere al maestro, di tornare spesso a quelle immagini e alle sensazioni familiari a cui immediatamente facevano appello. Quel “gomitolo di strade”, quelle “capriole di fumo” avevano risuonato subito nella bambina che ero e sono rimaste incise come molti versi del poeta che ebbi l’occasione di leggere più avanti.

C’è stata una persona o un evento nella tua infanzia, o giovinezza, che ti ha avvicinato alla poesia? Chi era? Come è accaduto?

Il mio avvicinamento alla poesia è stato piuttosto lento perché fatto per lo più in solitudine. Senz’altro le ore di italiano a scuola, soprattutto al liceo, mi hanno mostrato un mondo che mi interessava ma che non credevo mi appartenesse così tanto. Nel tempo libero semmai disegnavo, ascoltavo la musica e leggevo, per lo più narrativa. Fu mia nonna la prima a lanciare un sassolino sul lago ghiacciato da tanti insegnanti che mi presentavano i poeti come figure mitologiche e distanti anni luce; crepò quella superficie gelida dove non erano contemplate le proprie interpretazioni delle poesie proposte, dove bisognava ripetere la brava lettura dei critici accreditati, punto e stop. Ricordo un pomeriggio con mia sorella e le cugine in cui la nonna ci spiegò come liberare le idee dalla mente senza pensarci troppo e come disporle in maniera poetica. Lo fece con una brevità e spontaneità disarmante e tutte noi subito lo prendemmo come un gioco bellissimo.

Quali sono i primi libri di poesia che hai cercato in una biblioteca o in una libreria?

Il primo luogo da cui cominciavo a cercare le mie letture era la biblioteca di casa dove ricordo il mio sguardo veniva spesso attirato dal dorso delle Foglie d’erba di Walt Whitman che lessi però molto più avanti. Forse uno dei primi testi che cercai consapevolmente furono i Canti orfici di Dino Campana. Essendoci tanta scelta a portata di mano, la frequentazione di biblioteche e librerie arrivò ad un’età più svincolata dai gusti di famiglia, con un interesse più consapevole e anche vorace di scoprire le voci della poesia, soprattutto quelle femminili che avevo avuto così poco l’occasione di leggere…

Il primo verso, o la prima poesia, che hai scritto e che hai riconosciuto come tale: quando è stato e in quale circostanza?

Se paragonato al percorso di molti poeti e poete, è stato piuttosto tardi perché ho iniziato a misurarmi con quel tipo di scrittura negli ultimi anni di università e, forse troppo vincolata dagli studi letterari, ci misi del tempo, con lunghi momenti senza scrivere, prima di arrivare a prendermi sul serio e leggere qualcosa che finalmente iniziava a risuonare come la ‘mia lingua’. Vivevo ancora a Dublino, dove stavo terminando un dottorato in poesia su un progetto inedito di Emilio Villa, quindi in una dimensione fuori “casa”, scomoda ma senz’altro stimolante.

Quando poi i versi sono arrivati copiosi, quali sono stati i tuoi pensieri?

È stata una bella scoperta naturalmente, accompagnata dalla curiosità sul dove sarebbero confluiti quei versi e come avrebbero interagito con interpretazioni altrui, anche non verbali. Mi ha sempre attirato l’interdisciplinarità in campo artistico.

Quando hai avuto tra le mani le tue prime poesie pubblicate, cosa è accaduto?

È stato grazie all’accoglienza della rivista e casa editrice Anterem, di cui continuo ad apprezzare la cura, la gentilezza e la passione. Rileggersi pubblicata e rileggersi nelle letture altrui è stato davvero strano, ma lo è ancora; come quando osservi le lastre del tuo corpo e ti chiedi se questa sei davvero tu. È un’esperienza interessante e senz’altro arricchente perché ti propone spunti di confronto e riflessione.

La poesia per te è più di una fede o quasi una fede?

È una questione intrigante che potrebbe portare a riflessioni e dibattiti lunghissimi. La poesia è un luogo a cui in effetti talvolta ci si ‘affida’ per il suo potere estraniante, di spinta verso mondi altri, esperiti soprattutto a livello interiore ma con echi altresì evidenti nella vita quotidiana. Può essere una fuga, anche giocosa, o una lente impietosa per amplificare e distorcere la realtà, per penetrarvi nei suoi aspetti meno superficiali. Risponde senz’altro a una vocazione e non a un’imposizione, richiede il “voto” del tempo, della cura; allo stesso modo sa essere sfigurata ed esplosiva nel suo bisogno di libertà, nel suo allentare le maglie del già visto e di ciò che è immediatamente traducibile. Può forse esserci una similitudine tra poesia e fede se si priva la seconda dei suoi affiliati ‘catechesi’, ‘dottrina’, ‘istituzione’: poesia è apertura e connessione continua, questo è il suo potere più grande.

La poesia inizia?  La poesia finisce?

D’istinto mi viene da dire che la poesia non si presta alla segmentazione temporale se la si considera a partire dalla sua dimensione preverbale o di attitudine allo sguardo sulle cose. La poesia in quel senso scava tunnel spazio-temporali, si insinua e la puoi trovare ovunque. Ma credo anche nel suo potere simbolico-trasformativo e questo ovviamente presuppone fini e inizi.

 

 

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Autore

a.toscano@minima.it

Anna Toscano vive a Venezia, insegna presso l’Università Ca’ Foscari e collabora con altre università. Un’ampia parte del suo lavoro è dedicato allo studio di autrici donne, da cui nascono articoli, libri, incontri, spettacoli, corsi, conferenze, curatele, tra cui Il calendario non mi segue. Goliarda Sapienza e Con amore e con amicizia, Lisetta Carmi, Electa 2023 e le antologie Chiamami col mio nome. Antologia poetica di donne vol. I e vol. II. Molto l’impegno per la sua città, sia partecipando a trasmissioni radio e tv, sia attraverso la scrittura e la fotografia, ultimi: 111 luoghi di Venezia che devi proprio scoprire, con G. Montieri, 2023 e in The Passenger Venezia, 2023. Fa parte del direttivo della Società Italiana delle Letterate e del direttivo scientifico di Balthazar Journal; molte collaborazioni con testate e riviste, tra le altre minima&moralia, Doppiozero, Leggendaria, Artribune, Il Sole24 Ore. La sua sesta e ultima raccolta di poesie è Al buffet con la morte, 2018; liriche, racconti e saggi sono rintracciabili in riviste e antologie. Suoi scatti fotografici sono apparsi in guide, giornali, manifesti, copertine di libri, mostre personali e collettive. Varie le esperienze radiofoniche e teatrali. www.annatoscano.eu

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