Quest’estate ho incontrato Paolo Sorrentino. Nulla di epocale, sebbene indimenticabile al pari di certe avventure che hanno luogo solo nella stagione dei bagni. Un’apparizione improvvisa, come la donna che in quel momento avevo di fronte per un pranzo sotto i portici di piazza Vittorio. Da una delle grandi colonne annerite dallo smog romano, è apparsa l’inconfondibile figura spettinata del regista. Passeggiava, lui al centro, accanto a due giovani ragazzi. Non mi sono alzato come avrei pensato di fare istintivamente, non gli sono andato incontro, ma l’ho salutato dal tavolo a cui ero seduto giungendo le mani come in un saluto giapponese. Lui ha risposto con un mezzo inchino, fingendo di togliersi un invisibile cappello, peraltro, casualmente (?) davanti a un locale che era una storica cappelleria: era già una scena di una sua pellicola. Mi bastava così. Invece no: da lontano, forse cinque metri di distanza e diverse teste chine su piatti volti e telefoni, gli ho chiesto, pur conoscendo la risposta, se fosse già uscito il suo nuovo film. “No, è stato proiettato a Cannes, al cinema uscirà in autunno”. A quel punto, a fronte di un inaspettato quanto esile dialogo, non potevo esimermi dal chiedergli una fotografia insieme, mimando il profilo di una macchinetta fotografica. Per tutta risposta, con un altro gesto, senza aggiungere una parola, Sorrentino ha indicato la donna di fronte a me. E io l’ho letta così, trad(uc)endo l’accento partenopeo: “Sei al tavolo con questa figa e tu vorresti rubarle del tempo per una foto del cazzo con me?”. Stava parlando uno dei suoi personaggi secondari attorno ai Jep Gambardella e ai Benny Belardo di turno.

Sorrentino è l’unico regista di cui ho visto e rivisto tutto, senza vergogna La grande bellezza per 11 volte, – mentre ho paura a guardare di nuovo film come Le conseguenze dell’amore: ho paura che mi dica troppo. Un film sulla giovinezza, sul tempo che passa – come il regista stesso ha ammesso in diverse interviste che anticipavano Parthenope – lui l’aveva già magistralmente girato proprio con Youth, con scene e protagonisti, dialoghi e mutismi e orchestrazioni indimenticabili. Così sono andato a vedere Parthenope nel primo giorno di proiezione in un cinema romano a Trastevere: avevo persino prenotato i biglietti online due giorni prima, ma la sala non era poi totalmente piena. Avevo scelto i posti migliori per vedere, anche sperando che il regista si palesasse a sorpresa in un cinema che lui frequenta spesso come ospite e che già gli sta tributando una retrospettiva celebrativa. Si va sempre al cinema per vedere, certo, ma ci sono certi registi che hanno un loro regime scopico straordinario: penso alle geometrie cromatiche di Wes Anderson, su tutti, all’esperienza visiva che ci si aspetta. In film come quelli di Sorrentino vuoi vedere pure la parola, vedere questi due linguaggi, l’immagine e il discorso che continuamente si riversano l’uno nell’altro. Come potrei tradurre questa scena? Cosa vedo dentro questo dialogo, questa voce fuori campo?

Non intendo svelare troppo della pellicola, sebbene sia la pellicola stessa a svelare troppo, a smascherare un uomo, un regista, un’artista di cui avrei preferito sapere meno: è il segreto di ogni relazione. Sapere meno, sapere meglio. Del film salvo e serbo – un verbo, quest’ultimo, che uso non a caso perché sta anche nella radice di “osservare” – soltanto una serie di dettagli che sembrerebbe insignificante: la sequenza di volti scolpiti, reperti archeologici che Sorrentino mostra a ogni cambio di passo temporale.

Quella è vera poesia. A ognuno di quei visi – viso ha invece la stessa radice di “vedere”, come se un volto fosse tutto sguardo, tutt’occhi – manca qualcosa che è stato rubato dal tempo o dalla mano di qualche tentativo di effrazione: quelle teste sono il ritratto più vicino a quello che siamo. Sorrentino ovviamente lo sa. La luccicante protagonista napoletana che sorge dalle acque come una sirena ha solo un sogno, ed è un’ambizione ordinaria: diventare l’assistente del suo professore universitario, forse una maniera d’essere attrice del conoscere. Il docente in questione è un sempre impeccabile Silvio Orlando, il quale “offre” a Parthenope una cattedra mentre lui si ritira in pensione, nonostante la giovane studiosa continui a confessare di non saper definire la disciplina che insegna. «L’antropologia – dice Orlando – è vedere, semplicemente vedere. Ma vedere è difficile, si impara a farlo solo quando manca tutto il resto».

Proprio quello che Sorrentino ci aveva insegnato finora senza salire in cattedra, ma ergendosi dalle vette dei suoi giochi visivi. Adesso “il divo” è pericolosamente lui stesso, e in questa ultima opera il gioco diventa voyeurismo, esercizio di stile, perché manca proprio tutto il resto. Qualche critico, ho letto, ha scritto che manca semplicemente il pathos.

Mi è allora tornata in mente una lettera del 1960 all’editore Wahl di Italo Calvino, che molto ha scritto in gioventù di cinema, in cui confessa che «Quello cui io tendo, l’unica cosa che vorrei poter insegnare è un modo di guardare, cioè di essere in mezzo al mondo. In fondo la letteratura non può insegnare altro». E cos’altro allora potrebbe insegnare il cinema? Tutta l’arte insegna un modo di guardare, informa il nostro guardare, ci informa del fatto che il nostro guardare è culturalmente e al tempo stesso soggettivamente situato: non ci dice “così si guarda”, ma “pure così si guarda”. Guarda a come guardi, guarda alla realtà che hai costruito con il tuo viso, il tuo corpo da mille occhi. Guarda che se io guardo così, anche come tu guardi ha senso, se trovi il senso del tuo guardare e lo segui e lo insegui. È davvero – per me fan fanatico – doloroso dover ammettere che con Parthenope Sorrentino ha cominciato ad autocitarsi (ancora Céline in esergo come nel film Premio Oscar), a esaurire il pozzo delle sue funamboliche visioni a strappi, a dipingere senza aderire più a quella sorgente immaginifica. Lui se ne farà una ragione, io meno. “È solo un trucco”, ma stavolta si vede. È tutto qui il punto: quello che “si vede”, in questo film, in ogni film, in tutte le immagini. Lo stesso Calvino aveva ammesso che non gli interessano i “film letterari”, i film originati dalla letteratura, o forse che vogliono imitare la letteratura. Fellini, di cui Sorrentino è erede naturale e visuale, si teneva alla larga dai film che volevano essere libri. L’esplicito omaggio a John Cheever – non è un cameo come quello felliniano di Gore Vidal – testimonia la volontà di non lasciarsi ispirare dalla letteratura, ma di volerla fare, e credo sia un piccolo passo falso. Eppure Sorrentino aveva saputo dare splendida prova di narratore in un libro, Hanno tutti ragione: un libro puramente letterario, non cinematografico.

Ci sono uscite quasi imperdonabili per chi ha amato la filmografia sorrentiniana come un’estate infinita e terribile. Tra queste il vescovo Peppe Lanzetta che titilla la giovane Parthenope vestita coi paramenti di San Gennaro, dopo che lei gli aveva domandato «Cosa ti piace di più delle donne?», e lui: «La schiena. Il resto è pornografia». Peccato. Perché da spettatore ho apprezzato l’erotismo spregiudicato degli abiti scollati, i costumi scostumati, il luccichio dei suoi seni, la linea delle gambe che rispondono – perché in quella scena sono le gambe l’una sull’altra adagiate sul fianco sinistro che rispondono – al vecchio imprenditore navale così: «La vera domanda è: mi sposeresti se avessi quarant’anni di più?». In quella scena del rapporto con il vescovo c’è troppa Roma di Fellini senza una riscrittura, senza un rimastichio, cosa che invece avevamo già visto – senza vederlo – nella serie The young Pope. Qua per me abitava Sorrentino: farmi vedere tutto anche quando non me lo fa vedere, talmente è ampio, talmente è odeporico, talmente è un ventre il suo sguardo. D’altronde questo film, per stessa ammissione di alcune delle protagoniste – salviamo Isabella Ferrari che senza volto interpreta il ruolo della vita: ce l’ha fatta – è senza maternità, dolorosamente pieno di maternità mancata, pur originando da parti multiple, troppe, e parti multipli, troppo poco originari e originali.

Sul finale – mi spiace se qualcuno dovesse considerarlo uno spoiler, ma non c’è finale – il volto di Stefania Sandrelli che guarda inebetita un carro per i festeggiamenti dell’ultimo scudetto del Napoli non ce lo meritavamo. Ero un po’ in imbarazzo perché il film non voleva finire, e volevo alzarmi. E qualcosa che trema a finire è qualcosa che non è nemmeno iniziato. Titoli di coda, ma non è davvero finita: «Dio non ama il mare». Troppo, davvero troppo. Un po’ troppo poco per chi vuole continuare a vedere, non solo guardare. “Era già tutto previsto”, canta Cocciante nel film: avevamo già pre-visto, lo avevamo già visto.

 

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simonedibiasio@minimaetmoralia.it

Simone di Biasio è laureato in editoria e giornalismo alla Sapienza di Roma. Per Mimesis ha pubblicato il primo saggio in Italia sulla radiovisione col titolo Guardare la radio. Ha scritto due libri di poesia, Assenti ingiustificati (Premio A. Gatto) e Partita Penelope. È tra i fondatori dell’Associazione “Libero de Libero”, che organizza il Festival poetico "verso Libero" e il premio nazionale di poesia "Solstizio". Giornalista, scrive per Il Tascabile e Doppiozero. Ha un blog: unpoetico.com.

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