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11 luglio  2021

Mia moglie mi chiede di scacciare le cicale. Io trovo rilassante il frastuono delle cicale. Le cicale, il tappeto di aghi di pino caduti, il giardino incolto, le macchie di umidità sui muri, la pietra viva, i vecchi infissi di legno ingottiti, le piastrelle sconnesse, le formiche anche in casa, le docce all’aperto, i torsi nudi: tutte queste manifestazioni del disordine naturale delle cose, per me significano estate e vacanza.

Ho cancellato il tennis. Ho una vita intensa e non posso rischiare di bloccarmi. Gitrop mi scrive che ha bisogno di me per confrontarsi su alcune idee, lui “ha bisogno di me”, e poi c’è Federico, il pupillo bloccato, Frita, il motore di Ottocervo che ha bisogno di manutenzione. Ho dei nuovi propositi, buoni propositi.

Leggo un fumetto di un grande editore, il migliore sulla piazza. È un fumetto per adulti, designato da adulti (bianco, nero e grigio), che ha vinto dei premi. Già a pagina 3 (le prime pagine, di solito, sono le più curate) c’è un personaggio che fa una battuta un po’ sciatta come: “oh, lo sapevo! Stavolta vi ho stanati!” A pagina 5 l’autore fa dire a un ragazzino scapestrato delle medie una frase forzata e improbabile (“Prometto che il debito per l’affitto sarà estinto”), solo per “dettare” la battuta (battuta irresistibile…) al padrone di casa: “io ti estinguo la vita!”. Più avanti, un tizio usa la parola “fatalmente”, ma – dopo cinque vignette – per farci capire che si tratta di un tipo ignorante – l’autore ci mostra lo stesso personaggio che non capisce la parola “obsoleto”. Insomma, è un fumetto scritto in modo approssimativo, proseguo la lettura solo per cercare altre ingenuità, si vede che nessun editor ci ha messo la testa sul serio.

Intravedo uno spazio scoperto nell’editoria a fumetti, anche in quella migliore. Ritrovandomi a discuterne, in una chat pubblica, con Roberto Recchioni, uno dei big del fumetto italiano, lui rafforza la mia convinzione. “Ma io non so se ci sia anche la maturità (da parte degli editori) di incidere in maniera significativa sulla scrittura, sai? È la cosa più complessa in assoluto nel lavoro editoriale e, in qualsiasi altra casa editrice di fumetti, non esiste una vera figura che si occupa solo di quello per ogni libro (come invece accade nell’ambito della letteratura). Son tutte realtà comunque giovani di un settore specifico ugualmente giovane,” scrive lui. Ecco il buco. Una figura mancante! “C’è uno spazio scoperto qui. Lo spazio per delle professionalità provenienti dall’editoria tradizionale, capaci di incorporare una conoscenza profonda delle meccaniche del fumetto e di portare, quindi, nel mondo del fumetto, esperienze di lavoro editoriale consolidate da decenni nell’editoria tradizionale” gli rispondo. Sono io la figura mancante! Mi sento pronto. Sono pronto, la patria ha bisogno di me!

18 luglio 2021

Secondo Cerminara non sarà così chiaro a tutti che, in questo diario, faccio uso di dosi massicce di ironia e potrei, di conseguenza, fare la figura del presuntuoso. Sto soppesando questo rischio, mentre metto a bollire l’acqua della pasta ed eccolo qua, il mio errore da maschio svagato: sistemo la pentola sul fuoco piccolo anziché su quello grande. Appena se ne accorge, mia moglie mi dà una spallata e sposta la pentola. Io le faccio notare che, tra i fuochi piccoli e quelli grandi, ci sarà uno scarto di tre minuti e lei parte con una sparata per spiegarmi che tre minuti non sono nulla per un nullafacente come me, ma sono cruciali per lei, per questo, questo e quest’altro motivo. Mi illustra, con un linguaggio colorito, l’impatto che quei tre minuti avranno sulla sua vita, mi mostra la catena disastrosa di conseguenze, roba da disaster movies, e parla senza prendere fiato per almeno dieci minuti, con un eloquio  compatto, fitto, rapido, fa un discorso che a metterlo giù riempirebbe almeno cinque pagine di un libro, e l’ammiro per questo perché io, quando scrivo o parlo, sono schiavo della mia concisione, persino qui, in questo diario, nonostante lo sforzo che sto facendo di rilassarmi, di scrivere le cose così come vengono, di lasciar fluire le parole, di non mettere barriere, non riesco ad andare oltre le due paginette per giornata, mia moglie mi batte tre set a zero.

“È molto semplice, quindi è complicato”. È una battuta pronunciata da Tin Tin, se non erro. Scrivere un diario è così: semplice, quindi complicato. Perché in tutte le cose semplici, per fare la differenza, bisogna fare un salto di qualità, lavorare sui dettagli minuti o negli abissi profondi.

Qualche anno fa, molti anni fa, trovai questa idea in un romanzo di Kundera, mi pare. Kundera spiegava che più un gioco è semplice, più è adatto a rivelare le qualità umane dei giocatori. Esempio. Scacchi VS Poker. Lui spiegava che gli scacchi, essendo un gioco dalle regole complesse e la cui pratica – se si vuole giocare ad alti livelli – è necessariamente legata a uno studio intenso e prolungato, nonché alla memorizzazione di migliaia di aperture, combinazioni, varianti e chiusure, sono poco interessanti. Un giocatore di scacchi esperto, sebbene stupido, vincerà cento volte su cento contro un principiante intelligente, poiché dotato di un bagaglio di conoscenze che l’intelligenza o l’intuito non possono compensare. Il poker, invece, ha una sola regola: chi ha il punto più alto, vince.  Secondo Kundera, l’essenzialità del poker porta al fatto che i giocatori migliori si distinguono dai peggiori non grazie a uno studio matto e disperatissimo, ma grazie e delle qualità impalpabili, raffinate: la freddezza di controllare e celare le proprie emozioni, la capacità di osservare e interpretare i minimi segnali nel comportamento dell’avversario, l’abitudine a riconoscere degli schemi mentali ricorrenti per poterne anticipare esiti e variazioni.

Scrivere un diario è come il poker: semplice e, per questo, complicatissimo. Ci dedico una mezz’ora al dì, richiamo alla mente delle immagini del giorno passato, ne scelgo un paio, le collego e le racconto senza pensarci su troppo, come viene. Piacevole, rilassante, ma farne una cosa che possa risultare interessante per un lettore è un’impresa.

Mettiamola così. Se stessi scrivendo una spy story con 45 personaggi, 13 linee di trama a incastro, 47 scene d’azione, due copi di scena e un finale sorprendente, potrei anche accontentarmi di usare una scrittura  limpida, funzionale all’obiettivo di portare avanti tutto il circo in modo chiaro e rapido. E non sarei obbligato a toccare nodi particolarmente nevralgici del mistero serbato in ogni essere umano. Siccome, invece, sto scrivendo un diario che racconta le giornate qualsiasi di un uomo qualsiasi, non posso non cercare uno stile “nudo”, privo di trucchi o schermature, tendere a una qualche purezza espressiva. E, soprattutto, non posso permettermi di essere superficiale. Scrive Montaigne che “non v’è descrizione tanto difficile, né altrettanto utile, quanto la descrizione di sé stessi”, e ha ragione. Perché se ho l’intenzione di percorrere territori così tanto battuti e accessibili, quanto quelli della testimonianza, pura e semplice, di cosa vuol dire “essere umani”, mi tocca trovare qualcosa di sublime o inaudito, immergermi negli abissi inesplorati e tirarne fuori qualcosa, danzare col fuoco. Altrimenti, non sto facendo nulla.

È una impresa da uomini temerari, scrivere un diario.

Disegno tratto dal fumetto Ritagli di giornale, di Rocco Casulli (Ottocervo, 2022).

 

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Autore

mcotrona@minima.it

Maurizio Cotrona è nato a Taranto nel 1973. Esordisce nel 2006 con il romanzo "Ho sognato che qualcuno mi amava" (Palomar). Nel 2011 pubblica "Malafede" (Lantana, Premio Puglialibre come miglior romanzo) e nel 2015 "Primo" (Gallucci HD, vincitore del premio del gruppo GEMS “Io Scrittore”). Il suo ultimo romanzo è Il figlio di Persefone (Elliot edizioni, 2019). Co-direttore editoriale di "Ottocervo edizioni", è maestro della scuola di lettura per ragazzi “Piccoli maestri".

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