(illustrazione di Maria Capaccioli)
di Viola Valéry
Io e il mio amore vivevamo in un grande appartamento in cima al palazzo d’angolo tra Rue Cagliostro e Boulevard du Minotaure. Sotto casa c’era un cinema che passava tutti i giorni lo stesso pulp-movie. Conducevamo una vita depoliticizzata di esotismo ed erotismo, segregati in una torre d’avorio. L’appartamento l’avevamo ereditato da sua zia, morta di febbre gialla in Manciuria dove possedeva un tot di risaie. Al mattino lui si alzava e indossava il suo miglior abito. I tarli avevano fatto dei buchi nelle maniche che avevo ricucito con cura. Prendevamo il caffè in cucina e poi lui si recava a lavoro, agli archivi del Museo di Storia Naturale. Era appassionato di animali selvaggi ma soprattutto si occupava di scartoffie. Io restavo a casa e spolveravo la nostra collezione di vasi cinesi. Ero correttrice di bozze, specializzazione necrologi. Verso mezzogiorno salivo fino a Place de Clichy per prendere lezioni di canto dalla mia insegnante, una vecchia russa con gli occhi verdi verdi. Un tempo era famosa e cantava per gli zar. Adesso non riusciva più a sfilarsi i 7 anelli d’oro dalle dita e nel tempo libero fumava con le prostitute vietnamite della sua strada. Alle due e mezzo tornavo nel nostro quartiere, passavo di fronte al giardino botanico e allo zoo, e ritrovavo il mio amore al bar della Moschea. Prendevamo tè alla menta, io gli parlavo delle morti del giorno e lui dell’accoppiamento degli echidna. Ogni tanto ci stringevamo le mani sotto al tavolo. Quando iniziava a fare troppo caldo e al bar restavano solo gli arabi con i loro begli abiti bianchi, immersi nel fumo pesante dei loro sigari, tornavamo all’appartamento tutti accaldati e lui mi diceva: “fammi vedere quella boccuccia”. Io gli sfilavo la cintura e poi facevamo l’amore sul nostro letto di porpora, lui posava la testa sul mio petto e respirava l’infinito. Ci amavamo molto e approfittavamo dei nostri corpi giovani e ignoranti: “come in una poesia di D’Annunzio” diceva poi sempre lui, accendendosi la sigaretta post-sesso.
Spero che la febbre non mi passi mai. Oggi avevo 37 ma a mamma ho detto 37.8. Spero che i miei non tornino mai dall’Ohio, perché questi sono i giorni più belli della mia vita. X. Si muove da una stanza all’altra sul suo skateboard. Ieri ci si è seduto sopra e ha iniziato a usarlo come una macchinina e a farmi agguati come se fosse il protagonista di Death Proof di Tarantino, che segue le tipe sulla sua Chevy Nova per investirle. Ridevo così tanto che mi sono pisciata addosso. Ho letteralmente pisciato sul parquet. X. non riusciva a smettere di ridere e nella foga ha preso un cuscino e l’ha lanciato contro la libreria e ha rotto una statuetta di porcellana orrenda di cui noi ridiamo sempre quindi abbiamo riso ancora di più. Mi fanno male le costole da quanto ho riso. Abbiamo seppellito la statuetta in giardino e con due bastoncini abbiamo fatto una croce. R.I.P, LOL. All’inizio passavamo le ore in camera mia abbracciati sotto le coperte a guardare le foglie rosse che cadono dalla quercia. Poi abbiamo litigato per non ricordo cosa, quindi abbiamo deciso di lasciare camera mia e abbiamo costruito una capanna in salotto, con i cuscini e le lenzuola. Abbiamo acceso degli incensi e inscenato un rituale di purificazione del nostro nuovo nido. Io sono una brava donna di casa e ieri ho spolverato i nostri libri di scuola, e lavato tutti i nostri calzini e le sue t-shirt a mano nella vasca da bagno. X cucina ottimi hamburger che ogni volta mi sembrano più saporiti. Ieri abbiamo fatto sesso sul tavolo della cucina e poi ci siamo detti “ti amo” una ventina di volte, una volta a testa, tipo partita di tennis. Guardiamo tanti film insieme, ma quelli sono momenti strani, perché anche se ci stringiamo le mani pensiamo a cose diverse. Stamattina abbiamo visto un documentario su Woodstock e io ho immaginato un futuro di avventure su un camioncino Volkswagen, con amici cool e sconosciuti, tra un festival e una nuotata nell’oceano. Nella mia fantastia X non c’era, e per quanto provassi a farcelo entrare, non ci stava proprio. Pensi sia un problema diario? Per domani abbiamo organizzato una gita al cimitero di notte, X sa di un passaggio segreto, speriamo di vedere dei fantasmi…
Vivevo nel giardino botanico di Palermo da circa un secolo ormai, o almeno così mi sembrava, e mi nutrivo di frutta e visioni. Non ricordavo niente della mia vita precedente. Forse non ce n’era stata una, ed ero lì da sempre. Parlavo quasi esclusivamente con i gatti e con gli altri visionari che da qualche tempo si erano spostati nel parco. Nel giardino botanico si erano trasferiti tutti gli animali che prima appartenevano agli zoo, e che cercavano di rifarsi una vita libera. La gente stava lontana dal parco per paura dei grandi felini, quindi eravamo tranquilli. A causa dell’assenza temporanea di governo, nessuno aveva una soluzione a questo problema, o il tempo di occuparsene.
Nelle chiese venivano organizzate grandi conferenze dove politici e biologi di tutto il mondo discutevano nuove leggi e nuovi modi di coltivare e potenziare le piante. Noi diffidavamo da loro a prescindere. Sapevamo che dietro la facciata progressista si nascondeva il solito cancro: la volontà di possedere la terra. E poi che bisogno c’era di potenziare le piante? Noi le avevamo lasciate crescere, le avevamo lasciate così libere che adesso parlavano, si accarezzano a vicenda, a volte cantavano. Ora il giardino era una giungla viva e paradisiaca, protetta dalla nostra magia. Non avevamo organizzato nessun tipo di controffensiva nei confronti di questi nemici, ma avevamo stabilito una regola, la sola che vigeva: “non attacchiamo l’inferno ma difendiamo il paradiso”. Se uno di quegli “scienziati” avesse provato ad entrare, lo avremmo dovuto uccidere. Ultimamente, purtroppo, diversi “scienziati” avevano provato ad entrare per rubare i nostri segreti.
Un giorno galleggiavo al centro del laghetto delle ninfee. Era un rituale meditativo potente di connessione tra la mia interiorità e l’universo. Tenevo le orecchie sott’acqua, e l’acqua mi sussurrava i suoi segreti. Guardavo il cielo, che senza parlare mi trasmetteva la potenza del vuoto. Percepii uno strano disturbo, e decisi di uscire dall’acqua. Dai cespugli era appena emerso un ragazzo che veniva fuori dal parco. Indossava quelli che sapevo essere gli abiti del nemico, che erano pieni di strappi. Probabilmente era rimasto nascosto per diversi giorni. Ci guardammo a lungo. Quell’alterità smuoveva in me segreti che ancora non mi erano stati rivelati né dall’acqua né dalle piante. Un pensiero, dall’origine sconosciuta, si impose a me con una chiarezza impressionante, e si manifestò in parole che non ricordavo neanche esistere: “Dio se è sexy”. Era contro la regola, ma accolsi lo straniero come avevo accolto quel pensiero, senza farmi domande.
Chiesi: “Lo sai cosa facciamo ai burocrati che entrano qui?”
Mi avvicinai, nuda e completa. Lui era spaventato, ma poi la sua espressione si fece decisa: “li uccidete perché siete ignoranti e preferite non ascoltare la verità sulle cose, immagino.”
“Li uccidiamo perché non ci interessa la loro verità, piuttosto”. Lui rise amaramente:
“tipico dei fricchettoni” venne da ridere anche a me perché non sentivo quella parola da secoli.
“Ma come parli? Non sono una “fricchettona” sono una dea potentissima.”
“Ah ok, sei una comunista.”
“Guarda che noi siamo andati ben oltre il comunismo. Tu potresti andare oltre quella brutta giacca. Tra l’altro se vuoi posso ricucire quegli strappi per te” le sue guance divennero rosso comunismo.
“è un modo per farmi spogliare?”
“Sto cercando di spogliarti dalle tue paure e credenze.”
Continuammo così. Per ore penso. Gli parlavo di magia e lui rispondeva con la scienza e viceversa. Senza rendercene conto camminavamo fianco a fianco. Senza rendermene conto lo conducevo in un posto segreto, e seguivo un cammino lungo il quale sapevo che non avremmo incontrato né visionari né animali. Sentivo che la sua spavalderia era l’ultima cosa che gli restava, perché pensava che l’avrei ucciso da lì a poco. Però pensavamo a cose diverse, perché mentre parlava io ci sognavo nudi nel lago di ninfee, tra le stelle e l’acqua. Arrivammo alla capanna e lui trattenne il respiro: “fa quel che devi fare”. Gli presi le mani. Lo guardai negli occhi e dissi: “ascolta”.
Erano liberi e felici. Giravano in una panda scassata tra le rotonde colline toscane. C’erano solo due CD in macchina, uno di vecchi classici soul e l’altro di vecchia house Newyorkese. Lei teneva i piedi sul cruscotto e a volte si affacciava al finestrino per guardare le città in lontananza, per ammirarne le torri e le ombre. Lui guidava in silenzio e a volte fumava. Un giorno erano partiti e si erano detti: “perché tornare?” quindi vivevano grazie alla ricchezza della regione e al loro proprio ingegno. Lei parlava continuamente di magia, e nella borsetta portava sempre un mazzo di tarocchi. Quando si fermavano nei paesini, attirava i favori degli scorbutici abitanti dai volti medievali con ottime previsioni: “le stelle, significa che andrà tutto bene”. Era un po’ una farsa, non tanto perché non credesse che tutto sarebbe andato bene, quello lo pensava davvero, ma piuttosto perché era contraria al considerare i tarocchi un’arte divinatoria. “Sono uno specchio dell’anima. Rivelano qualcosa che abbiamo già dentro” ripeteva lei saputella. “Ah sì e perché non lo dici a loro? Invece che a me, una volta al giorno, tipo”, “se glielo dicessi non ci lascerebbero dormire qui, stupido”. Era bellissimo dormire nelle locande.
Ogni volta un nuovo pavimento di cotto, e delle nuove possenti travi a vista. Fuori battaglie tra caprioli e comunità di lucciole. Quando arrivavano in una nuova stanza, lei accendeva un incenso e disponeva i pochi oggetti che avevano sul comodino per renderla più “casa”. Lui ispirava fiducia a chiunque lo incontrasse, era abile nel dare consigli e nel rendersi utile. Poi era bello quindi le contesse gli chiedevano sempre di fermarsi una notte, e poco importa se c’era lei nel mezzo, la ignoravano e basta e a lei andava bene così, perché le stanze delle ville avevano le finestre più grandi e le viste più sature di vigne. Le bastava avere un letto comodo dove sprofondare e leggere i suoi libri. Per tradizione, rubavano una statuetta di porcellana in ogni villa in cui soggiornavano. D’estate andavano alle feste nelle case di campagna: sparivano per ore, persi tra i gruppetti sdraiati nei campi, e si incontravano a volte per raccontarsi le loro avventure. “Lì sta iniziando un concerto di Sitar”, “di là è partito un brutto dibattito sul caro affitti”, “c’è una che mi si vuole fare”, “c’è uno che mi sto per fare”, “mi sono appena fatto questa tipa”, “stronzo!”, “stronza!”, “ti voglio bene”, “anche io”. Si divertivano tanto. Dormivano sonni tranquilli sotto gli ulivi, il suono delle cicale era una ninna nanna segreta e ipnotica. Ogni tanto nel cuore della notte scorgevano un fantasma etrusco, ma lui la stringeva così forte da far star stretta la paura. Lei voleva scrivere romanzi e lui partire per l’Atlantico. Si guardavano negli occhi cercando qualcosa, ma non sapendo cosa, trovavano solo un mucchio di misteri. Nuotavano nudi nei ruscelli. Si baciavano tra le spighe dorate. Ripartivano per altre campagne.
Io e te da soli, innamorati, in diverse dimensioni. Era quello che desideravo per noi e forse ci siamo riusciti. In questa vita ci è riuscito solo per un po’ ma chissà, magari in un’altra abbiamo dei figli, e viviamo in campagna. Io ti scrivo dalla mia villa di Marettimo, la cosa più solida che mi abbia lasciato il mio ex marito. In realtà non so neanche quanto sia effettivamente solida perché oggi camminavo sulla veranda di legno e ho sentito un brutto scricchiolio. Una cosa però è certa, è una villa. È una villa di quelle da catalogo, con i vasi cinesi e tutto. Mi fa sentire una stronza. L’ho sempre voluta una casa così ed eccola, come tante altre cose che ho voluto e ottenuto. Tu l’hai sempre detto che ero una strega, sappi che non sono cambiata. Però non riesco a scrivere qui, perché mi sento un cliché. La scrittrice divorziata, su un’isola, alla ricerca di ispirazione per il suo prossimo romanzo. Pacchiano, no? L’unica cosa che ho voglia di scrivere è questa lettera per te. Perché è sempre il momento giusto per dirti quanto sono grata alla vita, questa qui, di avermi regalato questo amore per te. È così puro perché non lo abbiamo mai forzato. Ti ricordi quando eravamo a Buenos Aires? Dio se non ti amavo. Non vedevo l’ora che tu ripartissi per qualche oceano. Infatti ripartisti. Mi hai dimenticata per tanti anni e io te, e ora non ricordo nemmeno la ragione del nostro litigio. Invece a Roma ci amavamo eccome. E anche a Parigi, nella nostra casetta vicino al cinema. E anche se pensi di no io ti amavo anche in Grecia, ma te avevi già perso il capo per quell’altra. Scusa ma vuoi uomini siete proprio stupidi a volte. Comunque in assoluto il mio periodo preferito è stato in Toscana, anche se eravamo poveri. Come è bello aver raggiunto la maturità per poterti esprimere questo amore senza paura e senza rimpianti. Però sono una bugiarda, qualche rimpianto ce l’ho…non mi perdonerò mai la notte del premio letterario a Torino e mi vergogno ancora a ricordarla. Non avevi più stima di me e io lo sentivo, fu triste. Poi smisi di pensarci e ripresi la mia vita di avventure, e tu la tua, tra isole e arcipelaghi. Sei il mio amico più caro. Chissà come sei adesso. Bello di sicuro, mi sei sempre piaciuto in ogni tua forma. Forse un po’ di capelli bianchi? Vieni a farmeli vedere? A fare un bagno in piscina? A dare un’occhio a questa veranda? Devo anche mostrarti un posto segreto…
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Viola Giacalone, o Viola Valéry, nasce a Firenze nel 1996. Nei suoi anni parigini lavora nei cafés, e si laurea in letteratura comparata alla Sorbonne Nouvelle, con una tesi sulle nuove scritture creative del web. Prosegue i suoi studi in giornalismo culturale al City college di New York e all’Accademia Treccani di Roma, due città in cui cammina molto. Scrive storie sulle sale cinematografiche sulla rivista In Fuga Dalla Bocciofila, e ha tradotto dal francese un libro su un’ultra maratona sadica in Tennessee per Mulatero. Intervista superstar, recensisce libri e film, e fa esperimenti letterari su diverse realtà editoriali interessanti. Presenta i libri di amiche e amici. Indaga il potenziale del fare letteratura sui social network. Le piacciono Hap & Leonard di Joe Lansdale e la magia.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
