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di Francesco De Sanctis

L’ultimo romanzo di Daniela Ranieri, Stradario aggiornato di tutti i miei baci (Ponte alle Grazie), non è un’autobiografia: è l’appassionante vicenda del singolare che si libera dall’omologazione che ci vuole “individui” (non divisibili) stupidamente uguali. Non è tipicamente romanzo, non racconti: più essais, à la Montaigne, carotaggi (anche linguistici) in giù, in su (nei “cieli” della preghiera), nel passato e nel futuro ma anche nello spessore del presente che l’uno e l’altro non rendono necessariamente fugace. Ma ci sono anche la materia e la vita, l’eros e l’indifferenza, l’anamnesi e la visione. E la scrittura si porta dietro le lingue parlate da pubblicità, scienze, filosofie, arti… ma non le cita: le riparla scrivendone. Stradario è una sorta di “rivoluzione copernicana” in cui, rispetto al precedente dell’autrice, Mille esempi di cani smarriti, l’“Io” si sostituisce alla descrittività spettante alla terza persona e si proclama “potere costituente” del mondo – inteso sia come lo spazio delle relazioni che si aprono a partire dal luogo che si occupa, sia come mundus, la porta degli inferi aperta e chiusa nell’atto fondativo della città che sa il valore ineludibile dello ctonio, come lo sa l’io che fonda e  costituisce, con la sua normazione linguistica, la città parlata di Stradario.

Le parole di Ranieri circa “la matrice topografica della mia ansia” retroagiscono su molte pagine dedicate alla urbs desertificata da ogni civitas. Il costruito della Roma “post-nucleare” appare come matrice del vissuto: abitare significa essere localizzati e lo spazio della vita dipende in larga parte dal luogo in cui si radica (anche nella sradicatezza c’è un “luogo originario” da cui si è costruito-determinato lo spazio circostante e perciò il mondo come suo involucro). I luoghi, Ranieri ce lo ripete, sono presupposti dei mondi che abiteremo, e ci scrivono dentro cifre che poi diventano algoritmi che governano le parti automatiche dell’esistenza, soprattutto sotto il segno della ribellione. Fare da guida al proprio amore (A.) nel regno dei morti (le pietre dell’urbs senza civitas sono accozzate su un giacimento di morti e di storia esaurita – anche nel non-più-detto “centro storico”) è un modo di presentarsi al di là della “rappresentazione”: è amore. Ma anche fiducia, messa a rischio.

Quella fiducia che si stenta a consegnare al rapporto amoroso ostentando il dubbio. Perciò l’importanza del “Sono nata” a cui non fa seguito il tempo, la stagione, l’epoca, ma il luogo: un luogo affidato alla liquidità.  A proposito dell’amore. L’ “A.” che attraversa il romanzo cifra un nome o è la prima lettera di Amore? Perché la spina dorsale di Stradario, nel suo essere elencazione e mappa di una serie di sentieri interrotti, è il “mito” di A.– racconto e rivelazione: il thauma che sembra esautorare l’esperienza coatta della delusione, l’aspettativa della superficialità obsolescente di ogni legame, l’esito scontato del pregiudizio fallimentare dell’innamoramento (“disastrologia”, per Ranieri).

Mito vissuto con tutti i sapori della terra del mito, nel triangolo che va dai Faraglioni di Aci Trezza alle scogliere di Siracusa e poi ai crateri dell’Etna: la Sicilia emana eros, anche olfattivo, sia dalle pietre bianche di Siracusa sia da quelle nere della Montagna. Il consegnarsi ad A., afferrarlo come kairos, occasione, momento magico, opera una catarsi dall’inautentico (pur combattuta, senza facili abbandoni all’estasi) che apre la possibilità del racconto di sé come qualcosa di sensato: la legittimazione della prospettiva dell’io; e si compie nel luogo della rivelazione, dove con fiducia, finalmente vittoriosa, A. è condotto (e ammesso?) proprio nella “matrice topografica della mia ansia”.

Nella più generale fenomenologia del sentimento-passione-ebrezza-stupore-inganno, il saggio Daltonismo è dedicato all’amore come manifestazione fàtica (“ti amo”) che spazia, con finezza e ironia, nella semantica dovuta ai contesti. Come apprezzamento – considerarne il valore, oggettivo prima e soggettivo poi, traducibile in un prezzo che si è disposti a pagare (perché l’amore si paga con tormenti, conflitti, delusioni, rinunce, ma soprattutto con la fine che ne abita il portento iniziale. Come verità-evento – non esauribile, la “radura’”nella ingens sylva (sia nel senso psicoanalitico di inconscio sia in quello letterario di raccolta occasionale di pensieri e annotazioni), ma anche ri-velazione (col velo sempre pronto a intromettersi di nuovo). E in relazione a questo onere veritativo, che ci portiamo tra polmoni e fegato (la testa, quando è sana, se ne fa beffe!), esplode la domanda: “Dopo quanto tempo si sa che è amore?” – e qui il thauma diverge da quello che ci spinge al sapere: il superamento della meraviglia, il raffreddarsi del meraviglioso, è un diverso compimento: mentre il filosofo dopo Thaumante vede l’idea, l’amante, dopo, vede il nulla, il non-è-più. Ma, bisogna chiedersi: che vuol dire sapere “se è amore”? Che già sappiamo amore cosa sia? Ma se non è già provato, come lo sappiamo? O abbiamo sempre saputo cosa sia e lo ri-cerchiamo? E tuttavia, nella Villa Adriana, luogo eminente dello Stradario, sfilano amori diversi, non riducibili al più o meno rispetto a una qualsivoglia misura ideale, e neppure ad Antinoo (con le diverse Memorie che lo assediano). E la Sicilia, eminente come la Villa, è, per contrasto col resto del mondo, evocata con levità, quasi come utopia: dove la u è la contrazione di eu-, eutopia: il luogo buono.

Il Continente parla l’amore in una lingua diversa e diverso è il vino che beve. Può un amore nato a Siracusa somigliare a un amore nato a Piazza Navona? Può essere assente il mare all’inizio o alla fine di un amore? Ma torniamo al thauma: che relazione ha con il tempo? È istante e tuttavia fugace? Ma se il tempo non esiste, che importa di chi sarà il collo “quando il collo non sarà più il mio”? Invece amore non risiede nel nunc stans: tras-corre. Costruisce sulla sabbia dove scriveva Catullo. E anche questa percezione è istantanea: la diastole che segue la sistole e la insidia con la sua necessità.

Più complicato il tema “amore-libertà”: per A. (siciliano e greco) si è liberi se si appartiene a qualcosa (eleutheria); se la libertà, invece, è scioglimento, l’amore, allora, è un legame o un giogo. Ma siamo liberi di volere ciò che vogliamo? E così siamo in presenza di Schopenhauer che inaugura il capitolo su Lo scrittore. È una prestazione di fine antropologia della fine. Depauperamento in mera gestualità di quella genialità senza di cui, per Schopenhauer, non è possibile parlare di arte. Al massimo di talento. Il ritratto è parlante. L’autoreferenzialità e l’antisocratismo: sono pagine da sbellicarsi. Con notazioni preziose sul Nulla che avanza e sui consigli per il successo letterario (che suonano divertitamente antifrastici). Conclusione esilarante: “Il fondamentale ruolo della donna: non far sentire gli uomini inferiori”. Solo due “saggi” ho ricordato, ma gli esempi di ulteriori stoccate di rilievo, di assaggi avvelenati nel disincanto di una matura ironia, si potrebbero moltiplicare fino a esaurire l’intera articolazione del libro.

Nessun lemma è destituito di cittadinanza in questa scrittura: il recupero è globale e mostra il rovescio ordinato, armonico, iperinformativo della performance linguistica esonerata dagli “specialismi” che in essa si risolvono – una sorta di ritorno a Babele, un attimo prima della confusione. E la sensibilità dell’intero corpo è centrata sull’iperosmia (il sentir troppo gli odori) regalata dall’asportazione di un intoppo olfattivo. Iperosmia come liberazione del naso, ma soprattutto come liberazione degli stessi odori dalle tassonomie valoriali imposte e sclerotizzate dalla tradizione. Essa opera come la scrittura: non c’è odore che non possa essere redento all’interno della mescolanza opportuna di quantità e qualità; ma non c’è olfatto che, se buono, non li ritrovi tutti redimendoli uno a uno dall’esaltazione o dalla condanna del “senso comune”. Al di là delle molteplici e forse tutte indovinate parentele letterarie rintracciate in Stradario, il Maestro-conduttore credo sia Nietzsche, sia per la struttura delle proposizioni sempre aperte all’imprevedibile (sintattico e semantico), sia per la trasvalutazione, non tanto dei valori che sono già tutti consumati senza rimedio (Roma pars pro toto), quanto trasvalutazione sensoriale e percettiva della cosalità alienata del reale: Umwertung – dove il prefisso um- conserva l’originario senso circolare e allude al periplo faticoso, ma inebriante, per poter dire un deciso “sì” alla vita – alla zoe, nonostante la pochezza dei bioi che si incollanano sul filo del suo eterno presente. Stradario è un libro da leggere, sia per la forma affascinante e lussureggiante, sia per i contenuti affilati in una coinvolgente esperienza femminile. Ma soprattutto un libro capace di articolare il “piacere del testo” in una tessitura di motivi e di accordi sempre sorprendenti, immuni dal banale, capaci di autentica comunicazione, dove Daniela Ranieri ci fa partecipi del munus che ci unisce sul teatro del mondo.

Francesco De Sanctis è professore emerito di filosofia del diritto all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

 

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