di Christian Raimo
Una parte sempre più cospicua dell’informazione e della politica di questi ultimi tempi consiste nello smentire, nel fare faticosamente le pulci alle notizie – che invece non lo sono – riprese e propalate da altri giornalisti e politici (in genere in Italia la Lega e il Movimento 5stelle). Soltanto nella passata settimana molto dello sforzo dei migliori giornalisti e politici che conosco si è concentrato nel verificare e smentire la balla del coinvolgimento illegale delle ong nell’immigrazione dalle coste africane. Luigi Di Maio e Matteo Salvini avevano fatto da megafono alle sparate di trasmissioni televisive come Striscia la notizia e alle dichiarazioni del procuratore di Catania che a loro volta avevano fatto da megafono a video come quello di Luca Donadel che insinuavano scoop sul traffico di migranti o a citazioni malcomprese di documenti ufficiali come quello di Frontex.
Per dire, la pazienza dell’anonimo account dell’Unicef nel controbattere una a una alle accuse su twitter è stata l’espressione più flagrante di una fatica sisifea, davvero necessaria ma improba: sulle ong complici degli scafisti il sospetto è già passato, il danno è solo in piccola parte reversibile, ci sono già quelli che c’hanno fatto le magliette e gli striscioni per la prossima manifestazione.
E poi passa un altro giorno e toccare ricominciare da un’altra parte, per esempio a mettere insieme tutte le
occorrenze che provino come Beppe Grillo e il Movimento 5stelle abbia ripetutamente suggerito una correlazione tra le vaccinazioni e l’autismo – il New York Times l’ha scritto, Grillo l’ha negato – e via a ritrovare i video degli spettacoli del ’98, i post sul sito, le centinaia di recenti prese di posizioni anti-vax di esponenti anche di spicco del M5s. Senza finire mai.
Questo contesto viene rubricato – a seconda dei casi – con nomignoli onnisignificanti come populismo, l’era della post-verità, o il mondo delle fake news; è impossibile sottrarsi, districarsi, come è abbastanza inutile rintracciare dei riferimenti puntuali contro cui intestarsi una battaglia politica.
La novità di questa pseudopolitica mista a pseudogiornalismo – l’ibridazione di Grillo è ormai storicizzata – è che non si tratta di un qualcosa che possa essere avversato con una contrapposizione ideale. Qualunque sia il terreno di confronto – dalla tv al web, dalle aule del parlamento a quelle di un municipio – non si sta mai giocando veramente, non c’è mai una vera dialettica.
Il grillismo, chiamiamolo così anche nelle sue forme spurie – il grillismo di un Salvini o di una Meloni o di quegli esponenti di altri partiti che cercano di emularne il metodo – non corrisponde a nessuna idea del mondo, ma a una pratica, e questa pratica è la compulsione.
Il blog Beppegrillo.it, la messe infinita di post, rilanci, segnali che compongono senza nessun ordine né gerarchia quello che è il discorso del Movimento 5stelle rimandano a una cosa sola, un bisogno travolgente di esprimersi, di essere sul pezzo, di indignarsi, di replicare, di sensibilizzare, di manifestare, di poter mettere un punto esclamativo da qualche parte: una insopprimibile indisciplina. La stessa sfrenatezza di Donald Trump a cui – anche ora da presidente – nessuno ha tolto il twitter dal cellulare.
In questo senso il grillismo o il salvinismo o il trumpismo sono simili e sono l’opposto del fascismo. Sono l’opposto perché dove il fascismo aspira alla disciplina massima, al controllo assoluto, a imporre con la brutalità la sudditanza nei confronti di qualche potenza supergoica, questo fascismo rovesciato aspira solo alla rottura della diga dell’ansia. Dall’altra parte sono simili perché come il fascismo sono pratiche prima che ideali, che si fondano su bisogni che appartengono a un’emotività immatura, che non sopporta nessun tipo di mediazione. I giornalisti o i politici o i sindacalisti o persino i papi vengono insultati da Trump o da Grillo ogni volta che segnalano la possibilità, l’opportunità o – mal gliene che incolga – la necessità di un freno alla compulsione. Il non sapersi controllare, il perdere le staffe per nulla, il cambiare repentinamente idea, persino la confusione, quelli che erano i peggiori difetti che poteva avere un politico fino a dieci anni fa, oggi sono le qualità da coltivare. Per gli altri è frustrante, è scoraggiante avversare un compulsivo. Lui stesso non si sentirà responsabile delle sue azioni in un immediato futuro, né crederà per molto alle sue affermazioni: lo sforzo di smentirlo o di fargli presente che le conseguenze dei suoi atti o delle sue dichiarazioni è lodevole ma ha purtroppo tutto il sapore della testimonianza.
Ognuno di noi per una certa parte del giorno è grillino; quando stressato, affaticato, riduce le pretese che in genere un adulto ha da se stesso, e si lascia andare alla compulsione: twitta cose di cui forse non è convinto, scorre senza leggere per ore la sua timeline su Facebook, commenta senza pensarci il post violento di un amico, cerca di placare l’ansia con altra ansia. Per questo non esiste nessuna possibilità di contrastare questa cultura politica della compulsione se non in tempi lunghi con i tempi lunghi, credendo nel suo opposto, ovvero nella pedagogia, nell’educazione a una sensibilità diversa che porti a pratiche diverse. Questo è il compito dei mediatori, di qualunque tipo siano, giornalisti, politici, sindacalisti, operatori sociali, di essere educatori. Magari cominciando ora fra qualche anno si farà un po’ meno fatica.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

Il problema, caro Raimo, non è la cultura politica del grillismo ma il sistema mediatico imbarbarito e disinformante in cui siamo immersi da un bel pezzo, ben prima dell’avvento di Grillo. Se i principali giornali e televisioni parlano per giorni e giorni di notizie poco importanti o addirittura fasulle, se i talk show macinano sempre gli stessi discorsi insignificanti (con gli stessi ospiti) non è colpa di Grillo, che anzi è spesso vittima di tale disinformazione (talvolta però approfittandosene per allargare il proprio bacino elettorale). Il suo blog sta comunque discutendo da qualche settimana di programmi politici concreti, affrontando temi a volte interessanti (la riduzione delle spese militari, il ritiro dall’Afghanistan, per esempio), a volte meno, ma i giornalisti – e anche lei, Raimo – preferiscono scrivere che i 5 stelle “non hanno nessuna idea del mondo” e che sono loro i principali diffusori del caos. L’accostamento che poi lei fa al fascismo non ha molto senso, e serve solo a non far capire cos’era veramente il fascismo.
La democrazia funziona solo quando i cittadini esprimono con il voto una propria informata opinione. L’aggettivo “informata” è la chiave di tutto. Il mezzogiorno della democrazia liberale coincide con quello dei grandi giornali; il suo tramonto, con quello del sistema informativo che la dovrebbe sottendere. Ora siamo nell’era di una disinformazione figlia, prima che dei nuovi modi di circolazione delle notizie, della combinazione di diseducazione e mercato. Il mercato che spinge televisioni e giornali a cercare di attrarre un pubblico sempre meno abituato a ragionare, sempre meno disposto a pensare, in una spirale tutta in discesa. Il risultato? Finiscono in prima pagina solo, o quasi, le notizie capaci di provocare forti emozioni. Una scelta che modifica radicalmente la percezione della realtà. (Tanto per fare un esempio, in Italia accade un quarto o un quinto dei delitti di trent’anni fa, ma oggi, solo oggi, abbiamo paura). Non bastasse questo, si dedica spazio solo ai politici capaci di sfornare slogan e battute; e quanto più cretini gli slogan, quanto più offensive le battute, tanto meglio. Per spiegare come le elezioni si siano ridotte a una scelta tra “cazzari”, tra personaggi che fino all’altrieri se ne sarebbero rimasti a sproloquiare in un bar, non serve altro. La disinformazione seminata a bella posta (che c’è, eccome) a questo punto è solo la ciliegina su una torta che sarebbe comunque pessima.