bronzi

Questa mattina riapre a Reggio Calabria il museo archeologico della Magna Grecia, che ospita i bronzi di Riace. L’articolo di seguito è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Fu un chimico romano, un sub estivo, a ritrovarli, il 16 agosto 1972. A trecento metri dalla costa di Riace, otto metri di profondità, fra Locri e Punta Stilo, Stefano Mariottini vide un braccio, ebbe paura, pensò che si trattasse di un cadavere, tornò a immergersi.

Non poteva sapere di essere il protagonista di uno dei più straordinari ritrovamenti archeologici del secolo. Né del mistero che sarebbe seguito. Chi erano quei due ragazzi di bronzo tirati fuori dalle acque cinque giorni dopo dai carabinieri sommozzatori del nucleo di Messina? Da dove provenivano? Chi li aveva creati? Eroi greci? Statue  trafugate e affondate in un naufragio? E gli scudi che imbracciavano? E le lance? Gli elmi? Molte delle domande che sarebbero sorte nei giorni e negli anni seguenti non hanno mai avuto risposta.

Ma gli studiosi ne hanno formulate parecchie e a quarantaquattro anni di distanza possiamo elencarle. I due formidabili bronzi sono due giovani uomini ribattezzati A e B dagli esperti, il Giovane e l’Adulto dai più poetici. Il primo è quello che ha colpito tutti, con i suoi ricci perfettamente definiti, le ciglia, i denti che emergono tra labbra appena dischiuse, gli occhi costituiti da cornee in calcite e iridi perse nei secoli ma ammalianti nella loro assenza. Il secondo è quello che ha colpito gli esperti di statuaria antica con il movimento del busto più plastico e morbido, opera certamente di un artista superiore.

E infatti non sono gemelli, i bronzi ribattezzati dal paese di Calabria dove furono portati a riva: Riace. Non furono opera della stessa mano. Chi li immaginò e ne definì i lineamenti nella cera per distribuire fra la cera dell’argilla, da una parte e dall’altra, su cui far scolare bronzo fuso che prendesse il posto della cera (la cosiddetta fusione a cera persa) furono due artisti di cui oggi sappiamo la provenienza ma non i nomi. Poiché l’argilla rimase all’interno dei bronzi fino ai numerosi restauri di questi quarant’anni, sappiamo che furono prodotti a Argo e Atene, nelle botteghe dei migliori artisti dell’antichità, durante il V secolo a. C.

Molte sono le ipotesi sugli autori di questi inarrivabili pezzi d’arte. Il Giovane testimonia dello stile detto Severo, tra il 480 e il 450 a.C. L’Adulto dello stile Classico, trent’anni più tardi. Secondo alcuni a creare il Giovane fu Ageladas di Argo, bronzista della Scuola del Peloponneso.  L’Adulto fu poi opera del discepolo più celebre di Ageladas, Policleto, colui che scrisse il Canone, definendo per sempre (soprattutto per gli artisti rinascimentali) le proporzioni geometriche con cui ricreare la bellezza.

Secondo altri, il primo fu opera di Fidia, il più straordinario artista che fu chiamato da Pericle alla realizzazione dell’Acropoli di Atene. E il secondo fu creato da Alcamene, allievo di Fidia, originario di Lemno. Numerose sono le illustri alternative. Ma chiunque sia stato artefice di questi pezzi d’arte, quel che sappiamo è ciò che abbiamo in mano, ciò che possiamo contemplare, studiosi come comuni osservatori, a partire dalle folli code che sancirono il successo dei due bronzi negli anni Ottanta fino alle nuove, modernissime, installazioni dei nostri giorni.

Sappiamo che il Giovane ha un atteggiamento altero e in parte sprezzante che ha fatto pensare ad Agamennone o a Tideo (uno dei membri della famosa spedizione dei Sette contro Tebe). E che l’Adulto è più maturo e posato e la calotta che gli copre il capo riproduce una cuffia in cuoio che sotto l’elmo indossavano gli strateghi. Si tratterebbe allora di Milziade (il vincitore di Maratona) o forse (mantenendo il parallelo con il Giovane) di un altro dei Sette contro Tebe: Anfiarao. Sappiamo con certezza che entrambi impugnavano un grande scudo (un hoplon) nella sinistra e una lancia (la dory) nella destra, e che in testa, reclinato all’indietro, come usava nei momenti di riposo, portavano un elmo corinzio.

Dove siano finiti elmo, lancia e scudi nessuno sa dirlo. Si tratta di uno degli innumerevoli misteri che girano attorno ai Bronzi di Riace. Alcuni sostengono che siano stati trafugati (ma di essi non si è mai saputo nulla, in nessuna delle inchieste portate avanti in questi decenni). Altri credono che siano andati semplicemente persi nel naufragio. Ma fu vero naufragio? O la nave che li portava se ne sbarazzò quando il pericolo del mare rese il carico insopportabile? Impossibile dare risposta. Il fondale di Riace, esplorato accuratamente solo un anno dopo, non ha restituito nulla.

Dove andavano allora i Bronzi, quando finirono in mare? Molto probabilmente arrivavano dalla Grecia e erano diretti a Roma o dintorni, nell’epoca in cui i Romani, sedotti dalla bellezza di quel che avevano creato i Greci, cercavano di adornare le loro case con pezzi di un’arte inarrivabile e che essi si sarebbero affannati a riprodurre in copie di marmo. Copie che hanno fatto la nostra fortuna di amanti e ammiratori tardivi. I bronzi greci, infatti, costosi magnifici e unici, benché innumerevoli a suo tempo (se ne contavano a migliaia), sono arrivati a noi solo attraverso le copie in marmo romane, fuorché per quel centinaio (in gran parte salvato dalle acque) che fu sottratto per necessità alla furia delle epoche posteriori, in cui l’ignoranza di tanta bellezza spinse a fondere il bronzo per ricavarne tutto fuorché arte (soprattutto armi).

Nei bronzi noi oggi possiamo ammirare – seguendo le informazioni degli studiosi (raccolte con ottima bibliografia da Alberto Angela, I Bronzi di Riace. L’avventura di due eroi restituiti dal mare, Rizzoli, pp. 177, euro 15) – l’abilità di artisti che inserivano laminelle di rame sfrangiate per creare le ciglia o labbra forgiate in rame quasi puro per dar loro il colore rosato. Possiamo ammirare le vene, i riccioli posticci, lo scroto dietro cui si intuisce la forma dei testicoli. Tutto quel che solo i grandi artisti greci del V secolo seppero ricreare sull’osservazione del corpo umano.

Fra le altre cose, ammireremo i membri maschili, da molti considerati con sorpresa eccessivamente piccoli. Ma i tempi erano diversi. Peri greci il membro lungo e grosso definiva un uomo volgare, selvaggio, in generale barbaro. Il bello era altra cosa. Come scrisse Aristofane nelle Nuvole: “Petto sano, spalle larghe, lingua corta, glutei forti e membro piccolo”. La bellezza dell’uomo greco era eleganza. L’eleganza era ciò che traluceva attraverso il comportamento e il portamento. Ossia la virtù e la profondità dell’animo. Bellezza e bontà. La kalokagathia. Niente a che vedere, quindi, con quello a cui la chirurgia plastica dell’omologazione che domina sui nostri giorni ci sta educando.

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Autore

matteonucci@minimaetmoralia.it

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha pubblicato con Ponte alle Grazie i romanzi Sono comuni le cose degli amici (2009, finalista al Premio Strega), Il toro non sbaglia mai (2011), È giusto obbedire alla notte (2017, finalista al Premio Strega), e il saggio narrativo L'abisso di Eros (2018). Con Einaudi ha pubblicato traduzione e commento del Simposio di Platone (2009) e i saggi narrativi Le lacrime degli eroi (2013), Achille e Odisseo (2020), Il grido di Pan (2023). Per HarperCollins sono usciti il romanzo Sono difficili le cose belle (2022) e il saggio narrativo Sognava i leoni. L'eroismo fragile di Ernest Hemingway (2024). I suoi racconti sono apparsi in riviste, antologie e ebook (come Mai, Ponte alle Grazie 2014), mentre i reportage di viaggio e le cronache letterarie escono su La Stampa e L'Espresso. Cura un sito di cultura taurina: www.uominietori.it

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