Photo by engin akyurt on Unsplash

Il 5 marzo 2021 sono stato ricoverato al Policlinico di Roma Tor Vergata perché affetto da Coronavirus con alcune complicazioni. In assenza di letti liberi nel reparto, sono stato collocato in una grande sala quasi completamente vuota, nella quale si trovava solo un’altra paziente. Mi hanno posizionato un ago cannula in vena per le flebo e hanno cominciato a fare vari prelevi di sangue. All’ennesimo prelievo, l’infermiera mi annuncia solennemente che mi avrebbe fatto male. Io ho sorriso, perché non temo gli aghi, e non capisco come uno così fino potesse causarmi del fastidio.

Si trattava di un’emogas, ovvero di un prelievo arterioso che consente di verificare la percentuale di ossigeno nel sangue. L’ago era insidioso veramente. Il dolore sottile ma acuto. Tutto sommato, comunque, niente di insopportabile.

Appena vieni ricoverato in un ospedale, non fai caso allo stato di salute delle tue vene. Ti sembra normale che siano integre e facilmente riconoscibili. Non entri in ansia ogni volta che ti fanno un prelievo per paura che possano non trovare la vena, o che la trovino vuota o rovinata.

Poi, a poco a poco, inizi a notare che le tue vene sono piene di buchi e che molte di esse hanno assunto un colore violaceo molto scuro. Allora, ogni volta che qualcuno viene a farti un buco, hai l’ansia che debba provare numerose volte prima di trovare una vena buona. Il tuo braccio somiglia a un cielo punteggiato di stelle, un cielo vermiglio in una infuocata sera d’estate.

La prima notte non la trascorro neanche su una barella, ma su una specie di poltrona, sulla quale è impossibile anche distendere le gambe. Non c’è verso di riposare, figuriamoci di dormire.

Assisto a tutto ciò che avviene nella mia stanza. Altre persone vengono ricoverate vicino a me. Vengono tirate delle tende di protezione intorno ad alcuni pazienti per cui è impossibile vedere cosa gli succede.

Alcuni degenti, nonostante la maschera di ossigeno, non saturano bene, ovvero hanno una percentuale di ossigeno nel sangue insufficiente. A questi pazienti viene fatto indossare il cosiddetto casco. Il casco somiglia proprio a un casco spaziale, e al suo interno viene erogato un tasso di ossigeno molto elevato. Ha una forma sferica, spaziosa, ed è interamente trasparente. Somiglia ai caschi dei film di fantascienza, quelli indossati dagli astronauti che camminano nello spazio al di fuori della loro navicella. Non so perché, ma mi fa paura. Quelli che lo indossano vengono trasferiti nel reparto di terapia sub-intensiva. Sembrano isolati dal mondo, proprio come degli astronauti, come se si preparassero a tagliare la fune che li vincola all’astronave per essere abbandonati nello spazio profondo.

Sembra che l’ossigeno erogato nel casco li renda più leggeri, e si muovono come in assenza di gravità. Hanno lo sguardo lontano, rassegnato, come se non stessero indossando uno strumento di salvezza bensì uno stigma di condanna.

Ho subito il terrore che mi propongano di indossarne uno, ma per fortuna la mia saturazione è discreta, e quella misura non risulta necessaria.

Mi fanno una tac ai polmoni, dopo di che passo la notte in poltrona, senza riuscire quasi a chiudere occhio. Vorrei tanto riposare ma non riesco a trovare una posizione comoda. Non so perché, non mi tolgo nemmeno le scarpe, e questo ovviamente complica le cose.

La mattina passa da me un giovane medico molto educato, che mi riferisce l’esito della TAC, dalla quale risulta che sono affetto da una polmonite interstiziale. Il sintomo che l’accompagna è una tosse stizzosa che, quando tento di parlare, mi lascia senza fiato, con lo stupore di non riuscire a esprimere ciò che vorrei dire. Il medico mi comunica che, purtroppo, nel loro reparto non c’è disponibilità, e che mi ha inserito in una lista per essere trasferito nel primo ospedale in cui si liberi un posto.

Rimango sulla poltrona per tutto il giorno. All’ora di pranzo mi portano un pasto del quale, con mia grande sorpresa, riesco a mangiare del riso al pomodoro con un sapore pessimo. Io ho un problema con il cibo dell’ospedale: non riesco neanche a sentirne l’odore senza provare disgusto, anche per le pietanze che normalmente mangio senza problemi. Ma stavolta faccio uno sforzo e ingoio quasi tutto il riso. Mi sento fiero di me.

Dopo aver subito altri due o tre prelievi, verso le cinque torna il medico gentile, che mi comunica che ci sarebbe un posto per me all’Ospedale Israelitico.

Io non ho idea di dove si trovi, ma non ho altra scelta che accettare. Mi sottopongono a un questionario sul mio disturbo bipolare. Vogliono sapere tutto, e un po’ mi sorprendo perché mi chiedo esattamente cosa c’entri col COVID quell’indagine così minuziosa sul disturbo bipolare. Forse temono di far entrare nella loro struttura un paziente disturbato? Scendono due medici con una buffa uniforme che si posizionano davanti a me e mi salutano con un sorriso falso. Io rispondo al loro saluto e mi chiedo chi siano.

«Siamo gli psichiatri», mi dicono prevenendo la mia domanda. Mi rivolgono un po’ di quesiti sulla mia storia clinica ed effettuano una litiemia.

Poi mi salutano senza dire niente, lasciandomi con il dubbio se abbia superato o meno l’esame, ma evidentemente l’ho superato, perché dopo mezz’ora si presentano due individui con una tuta bianca di quelle super protettive. Senza lasciarmi nemmeno il tempo di capire cosa stia succedendo, impacchettano tutte le mie cose e le caricano su una barella. Io posso camminare, quindi mi chiedono di seguirli a piedi.

Depositano ogni cosa, me compreso, su un’autoambulanza, e partono. Mi lasciano da solo nel vano posteriore dell’autoveicolo, e questa cosa mi lascia a disagio, non so perché.

Giunti all’ospedale, sistemo le mie cose e mi rendo conto di aver lasciato a casa parecchi oggetti che mi sono indispensabili. In famiglia sono tutti positivi tranne Jacopo, quindi fortunatamente ha la possibilità di portarmi quello che mi manca. Oltre ai farmaci che devo prendere quotidianamente, al dentifricio e allo spazzolino, mi faccio portare del cibo alternativo da utilizzare se il cibo dell’ospedale non dovesse piacermi, come avverrà sicuramente nel novanta percento dei casi: un Pan Bauletto del Mulino Bianco, dei formaggini, dei salamini Beretta.

Sistemarsi in un letto di ospedale è sempre un’operazione complicata. Devi assicurarti di avere le cose più importanti a portata di mano, e quelle meno importanti in luoghi comunque facilmente raggiungibili. Sistemo i miei farmaci nei cassetti del comodino, attacco alle prese i cavi per caricare i cellulari, colloco le scorte alimentari nello sportello posizionato al di sotto del mobiletto.

Poi mi infilo il pigiama e mi metto finalmente a dormire.

Il giorno dopo mi svegliano alle 4.45 per farmi un prelievo e misurare i cosiddetti parametri (pressione, temperatura, saturazione). Subito ho una brutta sorpresa. La saturazione è molto bassa: 89, massimo 90, mentre non dovrebbe scendere mai al di sotto di 94/95. I medici decidono di mettermi la maschera con l’ossigeno. Fortunatamente, con la maschera i valori risalgono quasi subito. Per controllare che l’ossigeno nel sangue sia a posto mi fanno un’emogas. Questa volta l’infermiera non riesce a scovare subito l’arteria e deve fare parecchie prove prima di trovarla. Non nascondo che l’operazione è parecchio dolorosa, ma l’affronto soffrendo in silenzio, senza lamentarmi mai, stoicamente.

L’ossigeno mi provoca un leggero fastidio in gola, ma non è niente di insopportabile, soprattutto in confronto alla sensazione di soffocamento che provo quando non indosso la mascherina.

Il mio compagno di stanza è un signore anziano, di un’ottantina d’anni. Chiama continuamente gli infermieri per qualsiasi motivo, sia con la voce che utilizzando l’apposito campanello. Ha un tono direttivo, di chi nella vita è sempre stato in posizioni di comando. Quando gli infermieri non gli danno retta, minaccia di rivolgersi al direttore sanitario, come se il direttore sanitario servisse per dare ascolto ai pazienti intenzionati a esporre lamentele.

L’uomo non ha una moglie, ma ha due figli, che videochiama continuamente. Durante le videochiamate l’uomo diventa sdolcinato come non mai, in un modo che stride con il tono antipatico che usa con il personale dell’ospedale. Il figlio è un magistrato, il più giovane magistrato italiano, a suo dire. La figlia è una dottoressa, e a ogni chiamata insiste con il padre affinché la faccia chiamare da qualcuno per informarla sulle sue condizioni di salute.

A parte l’età differente (che per il COVID è particolarmente importante), l’uomo ha gli stessi miei sintomi, e viene curato con la stessa terapia: ossigeno, cortisone endovena, flebo di antibiotico e antivirale, puntura di eparina sulla pancia. Solo che, mentre io registro dei miglioramenti, lui sembra peggiorare. Un giorno, dopo l’ennesimo risultato sconfortante dell’emogas, decidono di fargli una tac. La tac evidenzia che l’uomo ha contratto un’embolia polmonare.

Lo attaccano a una macchina che monitora costantemente i suoi polmoni. È una macchina che emette un rumore continuo e fastidioso, che mi impensierisce. Mi chiedo: se avevamo gli stessi sintomi, e se siamo stati curati nello stesso modo, perché lui ha contratto un’embolia polmonare e io sto migliorando?

La risposta me la dà un medico durante un colloquio: il COVID è una malattia infida, che può passare da un esito fausto a un esito infausto senza una spiegazione apparente.

Detta così, sembra che c’entri qualcosa il destino, oppure Dio. La verità è che ne sappiamo ancora troppo poco su questa malattia per riuscire a capirne l’andamento.

Quella sera stessa il mio compagno di stanza viene caricato così com’è su una barella e trasportato in un altro ospedale meglio attrezzato per affrontare la sua situazione.

Io rimango a lungo pensieroso e spaventato. Per la prima volta mi rendo conto della gravità della malattia che sto affrontando. Sto davvero rischiando di morire a cinquant’anni per un virus che molti considerano alla stregua di una semplice influenza? Vorrei chiedere la disponibilità di un prete per potermi confessare e ricevere l’unzione degli infermi. Ma ci troviamo all’Ospedale Israelitico, e non ho molte speranze che la mia richiesta possa trovare ascolto, quindi la rimando a quando le mie condizioni mi sembreranno davvero critiche.

Mi affido alle cure mediche con totale fiducia. Aspetto ogni giorno la puntura di eparina sulla pancia, l’iniezione di cortisone e la flebo di antibiotico e antivirale. Osservo le gocce della flebo che cadono dalla boccetta e si infilano nel tubicino, e da quelle gocce minuscole mi aspetto la salvezza. Sento la bassa temperatura del liquido e credo fermamente che quel freddo si riveli in qualche modo salutare per il mio organismo.

Il giorno dopo mi godo la stanza tutta per me. La camera si trova al terzo piano, ha degli ampi finestroni e una splendida vista. Apro le serrande all’altezza che mi va, tengo la televisione spenta e le luci accese come dico io.

Ma la pacchia dura poco. Verso le cinque viene portato in stanza un nuovo paziente. Ha qualche anno più di me ma se li porta particolarmente bene. È un militare ed ha delle abitudini molto rigide.

Gli piace tenere la TV accesa quasi tutto il giorno, e guarda dei canali che io non guarderei neanche sotto tortura. Ma a me piace il quieto vivere, perciò non protesto, non dico niente. Mi trovo delle attività che riesco a fare astraendo il cervello dal rumore fastidioso della TV e mi immergo completamente in esse.

Leggo qualcosa sul Kobo, scrivo un sonetto, provo a dormire un po’.

Il nuovo compagno di stanza è un po’ rigido ma è una brava persona. Scambiamo pochissime parole, ma si stabilisce un clima amichevole, cordiale. Riusciamo addirittura a farci qualche risata.

Nelle stanze femminili ci sono due donne altamente moleste, che gridano, alternandosi, dalla mattina alla sera. Non si capisce bene che cosa vogliano, ma non la finiscono mai di gridare, di attirare l’attenzione di qualcuno sulle loro esigenze, chiamando gli infermieri per nome e usando un tono lamentoso. Il personale ha capito che cedere a qualsiasi richiesta sarebbe completamente inutile, e dunque le ignora. Ma più vengono ignorate, e più le donne gridano.

Con il passare dei giorni le mie condizioni migliorano. Passo dalla maschera di ossigeno ai cosiddetti occhialini, ovvero delle cannule di gomma con due giunture che si infilano direttamente nelle narici, dalle quali esce un quantitativo minore di ossigeno e si rivelano meno invasive.

La tosse mi è passata quasi completamente. L’antivirale mi viene sospeso e il cortisone diminuito.

Un giorno mi fanno un’emogas aria ambiente, ossia dopo avermi fatto respirare per mezz’ora senza alcun ausilio meccanico. Il risultato è buono, e dunque mi sospendono l’ossigeno terapia. Posso muovermi liberamente per la stanza senza essere vincolato a un erogatore di ossigeno che in qualche modo mi obbliga a rimanere vicino al letto.

Ormai la guarigione è prossima. Una mattina mi fanno il tampone per verificare se il COVID è ancora positivo. Io sono ottimista. Mi sento bene. I miei familiari a casa, che si sono ammalati contemporaneamente a me, sono già tutti negativi da una settimana.

Purtroppo, però, mi sbaglio. La mattina del 19 marzo si presenta una dottoressa che mi comunica la positività del tampone. Non sono ancora guarito, ma devo lasciare l’ospedale il giorno dopo, perché hanno bisogno del posto letto. Essendo ancora positivo, non posso farmi portare a casa da qualcuno a rischio di infettarlo. Per queste situazioni è stato approntato un pulmino che riporta a casa i malati positivi.

Il 20 marzo fornisco il mio indirizzo e l’addetto sigilla tutte le mie cose prima di caricarle sul pulmino.

A casa dovrò rimanere segregato in una stanza interdetta a tutti gli altri membri della famiglia, mangiare separato dagli altri e usare un bagno a parte. Ma almeno sarò a casa, potrò sentire l’affetto della mia famiglia per me.

Penso alla persona che erediterà il mio letto, alla storia che avrà, se sarà più o meno fortunato di me.

Penso a quando tutto questo finirà. Penso a quando avrà termine questa terribile malattia, che per qualcuno è meno grave di un’influenza e per altri una trappola mortale.

Penso al numero dei morti che quotidianamente ascoltiamo al telegiornale. Penso alle persone che sono dentro a quel numero. Penso che facilmente potevo finirci dentro anch’io. Penso alla mia vita. Ai miei affetti, ai miei sogni, alle mie ambizioni, che non riesco ad assimilare a un semplice numero.

Penso che un numero che conta delle vite umane non può essere riportato al telegiornale solamente come un numero. È un universo vero e proprio. Un universo di universi. Un contenitore di qualcosa che non entrerà mai in una semplice cifra.

Un conto è vederlo dall’esterno, un numero. Un conto è vederlo da dentro il vortice che ti ci può trascinare all’interno vertiginosamente.

 

Condividi

1 commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

lucaalvino@minimaetmoralia.it

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2025 ha pubblicato per Il Convivio la raccolta poetica Sono il poeta. Nel 2023 ha tradotto e curato per Interno Poesia un’ampia antologia delle poesie di John Keats, intitolata Mio cuore. Nel 2021 ha pubblicato, ancora per Interno Poesia, la raccolta poetica Cento sonetti indie. Nel 2018 è uscita per Castelvecchi la sua raccolta di saggi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza.

Articoli correlati