Pubblichiamo un estratto da “Cinema di Babele” di Ida Amlesù, in uscita il 30 giugno per FVE.

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di Ida Amlesù

Dove comincia la vera storia dei miei oggetti perduti e di come li ho ritrovati, e dove apprendiamo che l’Inferno non è altrove, ma proprio qui, sotto la città: e non è un posto triste, o tetro, o di perdizione, ma al contrario lindo e allegro e piuttosto bene organizzato. E apprendiamo, pure, della tua esistenza: mio bellissimo e ancora sconosciuto amore

La prima cosa che ho perso erano due. L’inizio di questa storia lascia un po’ a desiderare: non ho detto chi sono, cosa faccio, e soprattutto do per scontato che delle mie chiavi importi a qualcuno. Sì, erano chiavi, due, coi denti simili a merli di castello; una apriva la porta e l’altra il portone. Le ho perse una notte, ancora giovane, giovanissimo, fresco assunto al teatro, staccabiglietti e apprendista nonsoché. Camminavo mani in tasca, fischiavo, spensierato saltellavo fra i tombini. E una di quelle griglie della maledizione le inghiottì. Caddero senza rumore, giù, in una pozzanghera.

Difficile immaginarsela così, la prima visita all’Inferno. Eppure ti giuro: ogni volta che ho perso qualcosa, e ne ho perse di cose negli anni, sono finito a passeggiare per le strade di uno squinternato Ade. A fare che, domanderai tu. E che ne so? Non si può sempre saper tutto.

Questa storia comincia una notte buia, come spesso le notti sono. Erano tempi strani quelli, per chiamare qualcuno dovevi proprio usare la voce, andargli a bussare, riunire a raccolta il vicinato. Telefonare era un tirare di sassi, ripetuti sassi, contro le finestre: gridare il nome dell’uomo e, se non sentiva, miagolare nomi di donna, la moglie, la figlia, a volte la cameriera. E quando quello, sciagurato, alla fine si affacciava, rischiava pure di pigliarsi una sassata.

Ma vallo tu a chiamare, un portiere che dorme. A lui, che non puoi entrare, mica interessa. La sua camera non dà sulla strada: a niente servirebbero le pietre, figuriamoci le grida. Io già sto per rassegnarmi, quando per caso incontro il figlio del portiere, Fredabello, mentre se ne ritorna al palazzo da chissà quale luogo misterioso.

È così sbronzo che trema sulle gambe divaricate.
“Che c’è, che c’è?”, mi guarda quasi non mi conoscesse.
“Mi son cadute le chiavi nel tombino, apritemi.”
Fredabello mi fissa ora come fossi completamente scemo.
“E di sopra come vi apro? Occorre il fabbro.”

Mi ci manda di corsa, dal fabbro: il quale è a letto e dorme e dice se ne parla domani chiamate un altro. Al ritorno padre e figlio me li ritrovo tutti e due sotto al palazzo, in pigiama, col disprezzo che gli pende dal labbro. Fredabello ha ancora le gambe divaricate, coi pantaloni flosci sembra un danzatore indiano. Il portiere si gratta la testa sotto al berretto da notte.

“Il fabbro?” comincia.
“Non viene.”
“Potreste andare, forse, al teatro”, prova.
“A quest’ora sarà chiuso. E poi, a far che?”
“A dormire.”
Già capisco dove vogliono andare a parare: cercano di liberarsi di me.
“No, perdonate, non potrei mai. Sono assunto da poco, che figura ci faccio… E poi il teatro è grande: e se mi perdo?, e se ci sono i fantasmi? Capite anche voi… Non si può. Invece sapete qual è una buona idea? Che io venga a dormire da voi. Per il letto, mi adatto. E poi voi siete due, mentre il tre è numero fortunato, della trinità, del trifoglio, di tante cose belle insomma.”

Il portiere e il figlio si consultano.

“Ne dovremo per forza parlare al padrone”, dice il portiere, scontento, facendo cenno di seguirlo.
“Si sa, si sa!” gli corro dietro. “Il padrone è padrone! Lui comanda, fa, dispone. È padrone, d’altronde! La casa è sua… Questo si sa… Ma le chiavi?”
“Vorrete mica calarvi nel tombino. Domani, domani.”
“Domani, domani”, fa eco Fredabello, il quale non sa che andrà al fronte e morirà di dissenteria due mesi prima del congedo.

L’indomani viene il fabbro, rimesso a nuovo dal sonno e da una buona colazione. Sfonda con un calcio la porta, cambia la serratura, mi consegna le nuove chiavi, e chi s’è visto s’è visto. Niente merli di castello stavolta. Posso entrare in casa, uomo fortunato. E sembrerebbe che la storia finisca qui, e per un certo verso è vero. Ma riprende, come le storie a volte fanno, anni dopo. Precisamente: un martedì.

Magnifico martedì di qui pro quo! Cappotti scambiati, cappelli rubati, gente in fila che mastica e a volte sputa. Stacco con ineffabile grazia biglietti, occhiolino ai bambini, sorriso alle dame. La fila si snoda, si sfalda e riassembla in migliaia di geometrie. E sparisce dentro alla sala. Sto per andare al guardaroba, a pescare spicci dai cappotti di chi ha fiducia nel prossimo, quando mi accorgo che ho qualcosa in tasca.

Una lettera. E come ci è capitata? Nessuno più mi scrive. La guerra è finita, i parenti, come accade, tutti morti. Per carità, succede. Ma la lettera?

È solo un foglio di carta straccia, biglietto più che altro. Lo apro, e dentro: parole incomprensibili. Leggo solo un indirizzo. Sembra una grafia importante. Ci vado volentieri, è anche ora di cena.

Esco quasi contento, perché ti ho vista nella folla: cliente del martedì, come fossimo dal dentista, se dal dentista ci si andasse ogni martedì. Bella sei bella, con quei capelli da piovra, il corpo troppo magro nel cappotto azzurro, i guanti in cui nascondi un accenno di raffreddore… Sarebbe un sogno, se la lettera fosse tua.

Il tram lo prendo al volo. E sento tutti che mi guardano, quasi sapessero già del foglio e delle chiavi e di te, di quei tombini clamorosi in cui gli oggetti migliori al mondo vengono risucchiati verso uno sconosciuto Inferno, e della bellezza chiusa nel tuo silenzio invalicabile, e della mia mancanza di biglietto di fronte al controllore, che ora mi guarda, mi guarda con certi occhi celestiali – meglio quindi scendere subito, e di corsa.

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