di Christian Raimo

Come mi fa notare il mio amico Marco, il Ponte delle Valli, qui a Roma – nel quartiere dove siamo nati tutti e due, dove siamo cresciuti e abbiamo imparato, bene o male, ad annoiarci: del resto crescere cos’è? – divide in due le confraternite della memoria. Da un estremo, dalla parte di Via Conca d’Oro e Piazza Sempione, c’è una grande scritta: VALERIO VIVE, rossa, fatta a mano, con le lettere grandi stampatello. La casa sua, di questo Valerio, era il palazzo sopra la scritta; fino a poco tempo fa ci viveva Carla, la madre.
Dall’altro lato del ponte, sul marciapiede sinistro, all’inizio di Viale Libia, appena dopo Piazza Gondar, si staglia invece il murale in rosso contornato di nero (i colori dell’anarchismo di destra) che dice PAOLO VIVE. Prende il basamento di un palazzo intero, l’estensione di quattro finestre, e si espande, con le scritte-corollario, i manifesti-ricordo sovrapposti, per tutto l’isolato. Poi, come epidemicamente, si dirada per il quartiere Africano, lungo viale Somalia e Viale Eritrea, per insinuarsi accostato a celtiche e rune in mezzo alle viuzze a senso unico che risalgono la collina di Villa Chigi, fino a piazza Vescovio, alla fine si disperde in tutta Roma.
Valerio e Paolo Vive sono fratelli forzati, nati entrambi a febbraio e morti entrambi a febbraio, ammazzati qualche giorno dopo i loro compleanni. Sono fratelli forzati, dice il mio amico Marco: li ha adottati insieme il Comune di Roma. A ognuno ha dedicato un piccolo mausoleo urbanistico, una via, una targa, sancendo una conciliazione che dev’essere speculare altrimenti conciliazione non sarebbe – vorrebbe dire che si preferisce un figlio all’altro nella famiglia Vive. Ma chiunque era ragazzino tra gli anni ’70 e ’80 a Montesacro aveva il suo fratello preferito. Io, ad esempio, a pelle, già prima di essere antifascista, odiavo Paolo: a partire da quella scritta enorme, volgare, che doveva restare intatta come se un pezzo di strada potesse essere la proprietà personale di qualcuno.

Paolo Di Nella fu ammazzato il 2 febbraio 1983 mentre – proprio sul muro dove c’è adesso il suo nome a monumento – attacchinava i manifesti in cui si chiedeva di riaprire al pubblico Villa Chigi, il parchetto che sta sopra Viale Libia. A dire il vero, Di Nella non morì sul colpo: lì davanti al muro fu sprangato alle spalle, colpito alla nuca da nonsisachi che scappò in motorino senza lasciare traccia. Lui tornò barcollando a casa, e durante la notte l’emorragia si diffuse, fu ricoverato al pronto soccorso e resistette sette giorni di coma. Qualcuno sostiene che sia stato l’ultimo di una guerra intestina tra rossi e neri e tra rossi e neri e guardie, che tra il 1978 e il 1982 produsse cento morti e più di quattrocento feriti e mille arresti. L’ultimo, dice, perché il gesto che interruppe (o quantomeno rallentò) la vertigine di vendette incrociate lo fece Sandro Pertini la mattina del 5 febbraio, andando a trovare al Policlinico Umberto I il ragazzo in coma. Era il presidente antifascista che rendeva omaggio alla veglia dove si erano riuniti tutti i neofascisti di Roma.

Oggi Villa Chigi è aperta al pubblico, inaugurata un paio di anni fa dall’amministrazione comunale. Ci si può arrivare col 310 scendendo a Piazza Vescovio, la piazza nera di Roma, ribattezzata sulle insegne Piazza Francesco Cecchin (altro militante del Fronte della Gioventù morto dopo un agguato notturno e diciassette giorni di coma il 16 giugno del 1979). Su tutta la piazza, sulle saracinesche dell’edicola, sui marciapiedi, ci sono solamente scritte neofasciste. Rivendicazioni del passato, omaggi a Leon Degrelle e Mikis Mantakas, e anche cose tipo RUMENO T’AMMAZZO. Villa Chigi è cinquanta metri più sotto, e la domenica è piena di sudamericani e rumeni che si portano i minifrigobar e gli stereo per ballare in mezzo allo spiazzo intorno al viale intitolato a Paolo Di Nella, che attraversa da un’entrata all’altra il parco. La targa di questo viale diceva: PAOLO DI NELLA 1963-1983, VITTIMA DELLA VIOLENZA. Senza un aggettivo, senza una contestualizzazione storica. Poi qualcuno, Alemanno, ci ha ripensato e ha rifatto la scritta: VITTIMA DELLA VIOLENZA POLITICA. Poi qualcuno ha rotto la targa e per un po’ si leggeva soltanto VIA PAOLO.

Nell’area attrezzata per bambini ci sono delle mamme come Donata che si ricordano quando accadde l’aggressione a Di Nella. Il padre di Donata era nato nel 1910, cresciuto nel fascismo, convinto missino. E sua madre ogni 9 febbraio da piccola la portava a fare il “Presente!” di fronte alla scritta. Dall’alba alla notte, ogni quarto d’ora due ragazzi fanno il cambio della guardia; e il resto dei camerati, schierato a falange, risponde con il braccio alzato: Presente!
I primi anni, dice lei, la gente era così tanta che occupava la strada da una parte all’altra, e Viale Libia per un giorno era praticamente chiusa al traffico. Oggi si arriva al massimo a quattro, cinque file. Però fa ugualmente impressione: quando urlano tutti all’unisono l’asfalto trema.

In prima e in seconda elementare ero in classe con un bambino che si chiamava François. Lo ammiravo perché era il più grosso tra noi bambini, perché aveva una madre francese, e perché suo padre era un cantante, e d’estate al paese dei miei nonni potevo vantarmi con i miei amici delle vacanze che un mio compagno di classe era il figlio del tizio che loro mettevano sul juke-box.
Ci perdemmo di vista fino ai tempi del liceo, all’inizio degli anni ’90: io praticavo senza troppa disciplina e coscienza un po’ di politica a sinistra, lui altrettanto goffamente faceva parte di un’associazione che si chiamava “La Vandea”. Io scrissi sul giornalino scolastico qualche articolo che li prendeva per il culo: un fumetto intitolato Il Vandeano, che ritraeva un picchiatore fascista ottuso che va a fare una spedizione in un campo nomadi e dentro una roulotte al posto dei rom si ritrova di fronte due poliziotti; oppure un piccolo centone che parodizzava i loro comunicati che s’intitolava “François B. e i ragazzi dello zoo della Vandea”.
Loro, François e i suoi amici, si incazzarono, “Di’ quello che cazzo ti pare di mia madre ma non mi toccare la mia fede”. E il primo giorno dei miei diciott’anni, l’ultimo giorno del liceo, mi aspettarono fuori dalla scuola per pestarmi, mi misero le mani addosso e mi lasciarono stare soltanto perché c’era una volante della polizia appostata lì vicino.
Ci portarono in otto al commissariato di zona. Io non me la sentii di denunciarli, non so per viltà o perché mi sembrava fetido sporcare la fedina penale a uno che aveva la mia stessa età. Passai un’estate di merda. Mi sentivo braccato, verità o paranoia che fosse. Uscivo il meno possibile di casa e mi voltavo nel panico se sentivo un motorino che mi sgommava alle spalle. Un tizio che si chiamava Michele aveva detto una frase che dopo varie bocche mi era arrivata: “Raimo ha fatto il passo più lungo della gamba e la gamba va spezzata”. Era, a guardarla con gli occhi di oggi, in gran parte un’emulazione della violenza, una prova d’esercizio. Ma, a quell’età, come distinguere le cose? Nella giovinezza, a conti fatti, non è tutto vita vera, e tutto un tentativo?

Ho rincontrato François qualche anno fa. Ero andato a trovarlo in un monastero dei Frati dell’Immacolata fuori Roma. Era lì da un anno e un mese, aveva la professione di fede il settembre dopo. Era sempre grosso e col vocione. Lo incontrai fuori dal monastero. Era uscito per la processione di Sant’Antonio Abate. Altrimenti le sue giornate le passava in clausura. Mi raccontò la conversione e la vocazione, mi disse: “Se ti ricordi com’eri, capisci che Dio esiste”. Mi chiese di pregare per lui, mi raccomandò di leggere una rivista di apologetica che si chiama “Il Timone”. Mi disse che io sono nelle sue preghiere da adesso e per sempre.

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Autore

fandzu@gmail.com

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo - sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory - ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L'Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

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