di Christian Raimo
Qualche anno fa, precisamente nel 2005, partecipai alla GMG di Colonia. Ci andai con un piccolo gruppo di amici, senza organizzazione, e anzi con un po’ di disorganizzazione. Ci andai da cattolico critico, pigro, e abbastanza refrattario a ogni forma di manifestazione di massa. Nel frattempo, in questi sei anni, sono rimasto un cattolico, ma sono diventato diventato molto più critico, più autocritico, il che vuol dire anche più pigro da un punto di vista della fede e massofobo. Come è normale che sia, ho cambiato idea su molte cose.
Allora Valerio Mattioli mi chiese un breve e estemporaneo resoconto “a caldo” che formulammo in un’intervista senza domande; era per una rivista di controcultura, bella, iconoclasta, che allora esisteva e ora non c’è più. Si chiamava Catastrophe, e i pochi numeri usciti si trovano in rete.
…Non so come descriverti il mio stato d’animo rispetto alle Giornate Mondiali della Gioventù. Probabilmente ci sono andato con lo spirito sbagliato, non lo nego. La mia intenzione, in realtà, era quella di fare un pellegrinaggio di alcuni giorni in Germania, con meta finale Colonia quale culmine del percorso. Ma poi le cose sono andate diversamente, quindi…
…D’accordo, se vuoi sapere del clima esteriore, di quello che hai visto dalla televisione, posso dirti anche di più: per esempio, il Vicariato aveva fornito delle magliette, no?, delle magliette con su scritto Arieccoce. La DHL, che era uno degli sponsor, aveva stampato delle piantine riportanti una citazione dal Vangelo di Matteo, del tipo “Ognuno porti all’altro il suo fardello”. Ecco, accanto alla scritta, la DHL suggeriva “Dove vuoi che portiamo il tuo?”. A una mia amica ho regalato un lecca lecca con la faccia di Ratzinger, per dirti… Il giorno prima della veglia, in questo clima – diciamo così – di Woodstock cristianizzato, in mezzo al fango e a cessi chimici, sono andato a una festa di italiani, in cui piuttosto che i Rolling Stones si cantavano le canzoni del Torretta, sigle dei cartoni animati, roba così… È ovvio che questo pattume pop non può che essere, per sua stessa natura, fortemente antagonista rispetto al Messaggio di Cristo. Ma vedi, anche se considero i Papa Boys un’aberrazione, anche se Colonia è stata vissuta tra mille fraintendimenti giovanilistici, il cuore della Chiesa per me rimane altrove…
…Queste manifestazioni, questa feticizzazione ai limiti del ridicolo – i lecca lecca, i cori da stadio, le magliette ecc. – sono per di più manifestazioni ingenue. Sì, magari sono alimentate da un atteggiamento generale, non so… La Chiesa forse ha pensato che, a furia di Mtv, siano queste le cose che piacciono ai giovani. Ma naturalmente il concetto di gioventù è di per se fallace, voglio dire: si riferisce più che altro a un target pubblicitario, a una classe di marketing. Ma non credo che il discorso della Chiesa sia quello di partorire una propria sottocultura giovanile… Non sono d’accordo, no… Non la vedo in questi termini. Anche perché credo che semplicemente non sia possibile creare una specie di universo giovanile cristianizzato concorrente (o coi papa boys in qualche misura limitrofo) alla Mtv generation…
…Tu dipingi una specie di terzo pubblico cristiano, una platea in cui il sentimento religioso magari non è veramente tale, ma i valori comportamentali sono quelli imposti dalla Chiesa, declinati in prospettiva giovanilistica secondo mere applicazioni di marketing… Ma se questo fenomeno esiste, credimi, è un fenomeno minoritario, destinato ad esaurirsi in fretta a meno di non cadere nel fariseismo puro e semplice. Il fatto è che, in primo luogo, il messaggio cristiano è per definizione perdente rispetto a una possibile dialettica con questo tipo di universo. E poi, questo bisogna capirlo, essere cristiani significa essere pronti a decisioni drastiche. La retorica del “sono cristiano non praticante” è un abominio. Il cristianesimo richiede un’adesione forte, non atteggiamenti di facciata. D’accordo, può esserci al giorno d’oggi una specie di fascinazione per l’universo Chiesa, possono esistere in Italia personaggi come Marcello Pera o Giuliano Ferrara, che non sono cattolici e che pure reclamano un’identità culturale cristiana a livello d’identità europeo, ma poi basta: a un certo punto bisogna scegliere di dare la vita per Cristo. A questo non si sfugge, punto. Quindi non è il caso di mescolare le cose. Anche la cornice giovanilistica delle Giornate della Gioventù, non può e non deve relegare a un angolo le motivazioni e le scelte valoriali di chi vi ha partecipato – manifestazioni di ingenuità a parte…
…I giovani di Colonia non sono una specie di esercito mandato da Ratzinger a evangelizzare il popolo di Mtv o chi per loro. Le giornate della Gioventù sono nate sotto Giovanni Paolo II, e vivono ancora della sua luce riflessa. Giovanni Paolo II è stato molte cose: è stato il papa del percorso identitario cristiano, ma anche il papa ecumenico, il papa dell’apertura alle altre religioni, dell’espressione mediatica e dell’espressione superpersonale della fede. Nonostante tante diversità, Giovanni Paolo II è riuscito a far coesistere tutte queste espressioni in un’unica Chiesa comune; al momento della sua morte, queste sono venute allo scoperto anche in maniera contraddittoria, d’accordo. Ora, secondo me l’avvento di Benedetto XVI ha riportato il discorso della Chiesa su basi interne, secondo una prospettiva piuttosto chiara: il cristianesimo sopravvive non attraverso un falso ecumenismo, ma tramite la sua stessa identità. Quello di cui abbiamo bisogno è una sorta di evangelizzazione interna, una ricristianizzazione dei cristiani stessi, contro l’abominio del “cattolico non praticante”. La sua omelia a Colonia, bellissima, va intesa in questo senso. Anche se magari potrà non aver detto molto a chi cristiano non è…
…In questo discorso è ovvio che l’Europa riveste un ruolo centrale: perché è l’Europa – la culla delle radici cristiane dell’Occidente – che vive il più forte ’ ’Europa ’ processo di decristianizzazione, è l’Europa che sta lasciando morire quel ’ ’Europa grande depositato che è la tradizione cristiana, è l’Europa che soffre della ’ ’Europa perdita di fedeli e della rovina dei beni religiosi. Detto questo, il cristianesimo – secondo me – non può e non deve essere una cultura condivisa, checché ne pensino i vari Ferrara e Pera…
…Per quanto tu dipingi una specie di progetto ordinato, secondo il quale la Chiesa tenta tattiche di infiltrazione al fine di segnalare una sua presenza forte anche in chiave pop, resta il fatto che la Chiesa si salva da se stessa. La sua forza è data dall’amore di Gesù Cristo, dalla Scrittura, dalla tradizione dall’amore dei santi, dalla riflessione dottrinaria continua. La sua forza è nel vivere l’esperienza di una comunità multiforme, diversissima al suo interno, ma l’esperienza comunque una e unica. Quindi, un progetto culturale cristiano ad ampio raggio non mi interessa, a meno che non sia finalizzato a una conversione reale. A meno che, appunto, non si decida di donare la propria vita al Cristo, in tutto e per tutto…
…Flannery O’ Connor, ai suoi amici della borghesia intellettuale newyorchese, che la guardavano con curiosità (e incredulità) per via della sua fede, ripeteva che se l’eucarestia non è altro che un simbolo, allora tanto vale buttarla al cesso. I simboli non valgono niente se non sono vissuti. E la vera fede non può che essere un processo minoritario, esclusivo, inadatto alle folle checché tu ne pensi dopo aver visto la Woodstock di Colonia. I cristiani in questo mondo sono condannati alla stranezza e alla bizzarria, non c’è verso, ed è giusto che così…
…Quando ti dico queste cose, posso darti l’idea di debordare nel radicalismo, e infatti è così. Per il semplice fatto che dare la propria vita al Signore, è il più radicale dei gesti, la più radicale delle scelte. Essere cristiani significa essere radicali, non c’è alternativa.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

A proposito di Cristo, Chiesa, Cesare, cristianesimo, Scritture, e soprattutto radicalità, Pasolini (che non è il quinto evangelista, che si può ovviamente mettere in discussione, e scavalcare – anche a ragione – ma difficilmente aggirare) nel ’74 diceva questo:
Un compito della Chiesa per la sua rinascita dovrà esser quello della liberazione dal potere con la radicale distinzione fra Chiesa e Stato. Rovesciando il grande imbroglio dell’interpretazione clericale della frase di Cristo: Dà a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.
In essa è concentrata tutta l’ipocrisia e l’aberrazione che hanno caratterizzato la Chiesa controriformistica. Si è fatta passare come moderata, cinica, realistica una frase di Cristo che era radicale, estremistica, perfettamente religiosa. Cristo non poteva voler dire: accontenta questo e quello, non cercar grane politiche, dà un colpo al cerchio e uno alla botte. In assoluta coerenza con la sua predica lui voleva dire: distingui nettamente far Cesare e Dio, non confonderli qualunquisticamente, non conciliarli. Cristo poneva una dicotomia estremistica e invitava all’opposizione perenne a Cesare, anche se magari non violenta.
concordo con nicola. E’ forse il caso di ricordare la polemica di Dostoevskij nei confronti della Chiesa Cattolica nel racconto “il grande inquisitore”, ripreso dall’ultimo lavoro di franco cassano “l’umiltà del male”. Ne riporto un passaggio
“L’Inquisitore ha un rimprovero durissimo da muovere: consegnando la fede ad un atto di libertà, Cristo ha proposto agli uomini un compito del tutto superiore alle loro forze. Gli uomini, dice il vecchio prelato, non sono fatti per la libertà perché non ne sono all’altezza (p. 9)” . Dunque l’inquisitore (che rappresenta qui la chiesa cattolica) è cosa assai diversa da Cristo e dai suoi insegnamenti. In fondo Dante Alighieri scrive la “commedia” spinto da una forte esigenza di risanamento morale e religioso della Chiesa scaduta nel mercantilismo e nell’affarismo, offensivi dei più basilari principi religiosi e morali e nei confronti degli stessi cristiani. Ricordo sempre molto divertito l’artifizio letterario con cui Dante riesce a smascherare Bonifacio VIII, le sue malefatte, le responsabilità che ebbe per il declino della Chiesa. Ed infine eroica e commovente è l’invettiva contro i papi simoniaci. Tutto questo per sottolineare che non c’è nulla di nuovo. Se la Chiesa seguisse davvero l’insegnamento di Cristo sarebbe naturalmente povera ed umile senza alcun potere politico/economico. Ma suppongo che ci sarebbe almeno più giustizia sociale.
E se si iniziasse a riscoprire la natura apocalittica delle prime comunità cristiane? Cercando, veramente, di comprendere la natura e il clima di un Evento atteso di cui si era avuta solo lontana avvisaglia?
Ma anche se gli italiani (per esempio) iniziassero a leggere il “Vangelo” sarebbe già qualcosa…
Questo articolo mi confonde. Il fatto è che non riesco a distinguere, nel discorso generale, la differenza netta tra “cattolico” e “cristiano”.
Dal punto di vista di una non credente quale io sono, con sincero rammarico, il cattolicesimo è la becera degenerazione di un discorso iniziato più di 2000 anni fa e le giornate della gioventù non sono che un’aberrazione alla pari dell’ostentazione dei simboli religiosi nei luoghi pubblici, delle stucchevoli trasmissioni televisive nelle domeniche italiane e delle esenzioni fiscali e dei vari privilegi di cui la Chiesa gode praticamente dall’editto di Costantino (e quindi, Nicola, davvero riesci a sperare nella separazione Chiesa-Stato?). Tengo da parte le crociate, i roghi dell’Inquisizione, la vendita delle indulgenze e la misoginia intrinseca al culto mariano, per il quale, la donna deve mantenersi incontaminata e dire sempre sì al suo uomo e padrone: il padre prima, il marito poi. Ma sono d’accordo con Raimo: la scelta religiosa dovrebbe essere un’esperienza totalizzante, radicale. E però come faccio ad abbracciarla, questa scelta, se mi si predica la verginità fino al matrimonio, l’omosessualità come una malattia, il divorzio come una colpa, l’aborto come un crimine? E quindi, la mia risposta, radicale, è NO. Preferisco rimanere non credente.
Ma un tempo, la Chiesa, mi offriva almeno il ristoro di un’alternativa culturale: era quella dei Michelangelo e dei Brunelleschi, o dello Stabat Mater del Pergolesi (e sì, mi piace troppo) e delle Messe di Bach. Adesso è quella delle magliette sponsorizzate da DHL e delle cafonate extralusso “a Padre Pio”, o dei rosari in plastica con la voce preregistrata.
Padre, perché ci hai abbandonati?
da 25 anni le gmg radunano milioni di giovani e ogni volta si ripetono i miseri tentativi di ridimensionare l’evento e denigrare sia esso che coloro che l’organizzano e che vi partecipano. incapaci di ammettere che si tratti (quasi esclusivamente) di una dimostrazione di fede, bloccati dal terrore di interrogarsi sulla causa della felicità di quei giovani, gli epigoni dell’anticlericalismo si rendono ridicoli cercando i pretesti per avvalorare i propri pregiudizi. Se intervengono giovani disabili gridano allo scandalo di una Chiesa che predica solo sofferenza e che si compiace delle malattie che colpiscono quella carne che tanto odiano. Se intervengono giovani di bella presenza accusano la Chiesa di piegarsi alle squallide regole dello show business. Se si esibiscono cantanti e ballerini si dimostrano sicuri di riconoscere in tali spettacoli il motivo della partecipazione dei pellegrini. Se si distribuisce qualche gadget come ricordo e come ringraziamento si grida subito alla mercificazione della religione.
A volte si cade nel comico, come quando alla gmg romana del 2000 un articolo de Il messaggero paventava un aumento della vendita dei preservativi, non specificando però il numero di farmacie interrogate in materia, il tasso del presunto aumento né il periodo di riferimento. Naturalmente il giornalista non prendeva nemmeno in considerazione il fatto che i responsabili di tale (presunto) aumento potessero essere romani o turisti che niente avevano a che fare con la gmg né si chiedeva in che luogo le orde di pellegrini vogliosi avrebbero potuto sfogare i propri istinti…
Lo strabismo degli anticlericali li permette di vedere solo le scritte sulle magliette, le chitarre, i canti e i balli, e li fa ignorare gli anni di preparazione spirituale che quasi tutti i partecipanti fanno nelle proprie parrocchie, le catechesi, gli incontri di preghiera, le confessioni, le adorazioni eucaristiche.
Entrando nello specifico delle riflessioni di Raimo e mattioli, non capisco perché il cristianesimo non possa essere una cultura condivisa. Perché non è cultura ma stile di vita? Ma lo stile di vita cattolico deriva da precetti che pur essendo di derivazione divina vengono interpretati e attualizzati al variare dei contesti socioculturali (“non è il Vangelo a cambiare ma la nostra capacità di comprenderlo”). Perché è talmente anacronistico da non poter essere condiviso? La croce è stata motivo di scandalo in qualsiasi epoca umana ma questo non deve impedire ai cattolici di impegnarsi perché ciò non avvenga. Naturalmente non parlo né di crociate né di tribunali dell’Inquisizione ma di testimonianza, ovvero di ciò che è l’attuale programma missionario della Chiesa (che poi non sia condiviso da tutti è un altro discorso), essere un luminoso esempio di fratellanza universale, amare
il prossimo senza pretendere di convertirlo.
E’ alquanto difficile dibattere su questi argomenti senza essere polemici, dal momento che l’attitudine di giovani, alcuni, partecipanti alle iniziative ecclesiastiche paesane e di piccole città dimostrano spessissimo una superiorità etica verso chi non vi aderisce, loro sono i “bravi ragazzi” che poi trovano lavoro per conioscenze di giro, giudicano tutti dal loro inattaccabile fortino morale, si legano uno con l’altro e così comportandosi si fermano dal conoscere con buonafede tante persone.