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Pubblichiamo, ringraziando la rivista e l’autrice, l’intervista di Giada Ceri a Elisa Taddei, regista della Compagnia di Sollicciano, uscita sul numero 289 di “Una città”, qui arricchita da un’introduzione e da note inedite. Si tratta della sesta di una serie di interviste di Giada Ceri a persone variamente impegnate nell’ambito penitenziario. 

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Il carcere era ed è tuttora per me metafora di una prigione più grande in cui siamo tutti rinchiusi, dice Armando Punzo, che da trentadue anni lavora nella Casa di reclusione di Volterra con la Compagnia della Fortezza. Teatro rieducativo? Teatro sociale? Per carità. Punzo racconta di aver mentito spudoratamente, per poter entrare nel carcere di Volterra: scrisse un progetto con l’aiuto di assistenti sociali copiando un lessico che non gli apparteneva allora e non gli appartiene nemmeno oggi. Non tutti la pensano così e in molti sostengono invece, convintamente, la funzione riabilitativa del teatro in carcere. L’attività teatrale, sostengono, valorizza le capacità introspettive spingendo la persona a entrare in contatto con il sé più profondo, e questo nel trattamento penitenziario rappresenta un processo fondamentale. Una maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità e dei propri limiti può contribuire alla costruzione di un percorso rieducativo quanto più possibile individualizzato, secondo quanto prevede l’Ordinamento penitenziario all’articolo 13. E poi il lavoro teatrale, attraverso una progressiva riscoperta della propria identità, può modificare la percezione che la persona detenuta ha di sé influendo in maniera positiva sugli effetti criminogeni che il carcere stesso tende a produrre. Effetti che inevitabilmente si riverberano sulla collettività e, prima ancora, sulla comunità più prossima, quella degli operatori penitenziari. L’esperienza teatrale, dicono i suoi numerosi estimatori, permette di sperimentare ruoli, relazioni e dinamiche diversi da quelli usuali dentro il carcere: non l’esercizio del potere, il controllo, la sfida, ma il confronto e la cooperazione. (Rappresenta ancora un tabù, invece, la possibilità di una collaborazione fra attori detenuti e agenti sulla scena nei termini di quella cerimonia istituzionale di cui parla Erving Goffmann (Cfr. E. Goffmann, Asylums. Essays on the social situation of mental patients and other inmates (1961).): si aprirebbe uno spazio nel quale, sia pur per un breve intervallo di tempo, viene abbandonata la gerarchia formale che caratterizza i rapporti tra operatori e detenuti e la differenza tra gli uni e gli altri potrebbe mostrarsi come non inevitabile né immodificabile. Troppo rischioso? L’istituzione totale non può permettersi una destabilizzazione del genere. A ognuno il proprio ruolo.)

La letteratura e la ricerca scientifico-empirica si sono occupate ampiamente degli effetti apprezzabili che il teatro riesce a produrre nei contesti ristretti in quanto riduce l’aggressività, l’ansia e la depressione fornendo a chi partecipa alcuni strumenti per percepirsi e rappresentarsi diversamente a sé stesso, per progettare il proprio futuro su strade diverse da quelle della criminalità. La messa in scena degli spettacoli, poi, crea occasioni di uscita dagli istituti o di incontro, dentro, con gli spettatori venuti da fuori. In ultima analisi, si riduce la recidiva e, con essa, i costi che la detenzione comporta.

Ora, su quest’ultimo punto mancano valutazioni sistemiche e aggiornate. Nel 2013, per esempio, la Corte dei conti rilevava la scarsità di monitoraggi qualitativi e quantitativi, condotti in base a indicatori condivisi, che permettessero di verificare gli obiettivi raggiunti nell’ambito della rieducazione penitenziaria. Il teatro in carcere comunque va avanti e celebra in Italia la sua IX Giornata nazionale, le direzioni penitenziarie, le associazioni, le compagnie teatrali, i singoli operatori organizzano spettacoli, performance, dibattiti nelle carceri e fuori. I numeri sono significativi di un fenomeno ormai strutturale: nel 2021 centoventiquattro laboratori hanno realizzato esperienze teatrali in centoquarantaquattro istituti, formando centotredici attori, trentasette scenografi e costumisti, trentacinque accompagnatori musicali, trenta danzatori e mimi. Già gli Stati generali dell’esecuzione penale del 2015-2016, del resto, avevano sottolineato la rilevanza centrale del teatro in carcere, formulando raccomandazioni perché esso divenisse oggetto di un censimento costante, perché si prevedessero spazi da destinargli negli standard di progettazione di nuovi istituti, perché si definissero gli indicatori in base ai quali valutare le iniziative avviate, così da far emergere modelli cui potersi riferire, e infine perché l’esperienza svolta dai singoli detenuti fosse documentata in un portfolio di cui tenere conto nella valutazione del percorso trattamentale.

Il binomio “cultura e carcere” è stato poi giudicato vincente, in tempi più recenti, dal vertice stesso del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e in Parlamento è oggetto di discussione una proposta di legge per istituire un Osservatorio permanente sulle attività teatrali negli istituti, individuare in ognuno di essi uno spazio dedicato a laboratori artistici, sostenerne le attività attraverso uno specifico fondo perché la risocializzazione dei detenuti rappresenta un interesse collettivo e il teatro è uno strumento utile a favorirla per le ragioni che si son dette. È un’esperienza “di cultura attiva” (insieme alle attività musicali e sportive), nelle parole degli esperti del Tavolo su Istruzione, cultura e sport degli Stati generali dell’esecuzione penale, per il ruolo che i detenuti-attori svolgono nella costruzione del “prodotto” culturale. E la lettura? Quel medesimo Tavolo l’ha definita un’esperienza di cultura passiva. Molta strada si è fatta, ma ancora un po’ ne resta da fare.

Nel 2004 Elisa Taddei ha fondato la Compagnia di Sollicciano all’interno della Casa circondariale del capoluogo toscano. Dallo stesso anno il laboratorio teatrale dell’istituto è entrato a far parte del Progetto teatro e carcere finanziato dalla Regione Toscana, al quale aderiscono le principali realtà artistiche del settore che operano in Toscana. Dal 2005 il progetto è inoltre finanziato dalla Fondazione Carlo Marchi di Firenze. Alle produzioni della Compagnia di Sollicciano assistono come spettatori, da vari anni, studenti delle scuole secondarie di secondo grado di Firenze e della provincia e nel tempo il legame si è stretto al punto che, dal 2010, gli allievi del Liceo artistico di Porta Romana di Firenze collaborano stabilmente con la Compagnia realizzando oggetti di scena, locandine, mostre fotografiche.

GC: Vorrei parlare con te dell’uso mirato della cultura con finalità rieducative partendo da un articolo che è stato pubblicato sul «Corriere della Sera» (25 dicembre 2021) con questo titolo: Carlo Bussetti redento dal teatro. Io ex balordo porto in scena gli altri detenuti. Ecco, il potere redentivo del teatro in carcere: che cosa ne pensi?

ET: A parte il fatto che “redenzione” mi sembra una parola molto grande, penso che molto lo fa la storia della persona. Il teatro in sé non è un pacchetto che, se scegli di acquistarlo, ti dà la soluzione e ti svolta la vita… Dipende dalla persona, dall’uso che ne fa, come per tutto. Nella mia esperienza ho visto persone detenute che effettivamente con il teatro hanno fatto un bel percorso. Poi non so cosa succede, perché con alcune di loro rimango in rapporto, in contatto anche fuori, però con la grande maggioranza, una volta che escono dal carcere, non ho più relazioni. Quindi ti posso dire che nell’esperienza che hanno fatto con me, nel corso del tempo, ho visto uno sviluppo, una crescita, così almeno mi è sembrata, non solo come attori ma come persone, però una volta usciti non so cosa hanno fatto nella loro vita.

GC: Quello che dici mi riporta ad alcune considerazioni che fece Edoardo Albinati in un incontro a Rebibbia nell’ottobre 2019. Impossibile dire quali effetti avrà leggere Dante o studiare la grammatica e la storia… Quello che mi ha colpito nell’articolo che ho citato, e che mi colpisce spesso negli articoli pubblicati sui quotidiani a proposito del carcere, è il modo in cui il mondo penitenziario viene comunicato a chi non lo conosce, come si racconta cosa accade dentro a chi sta fuori. L’idea di una redenzione, di un riscatto legato alla detenzione, o del suo fallimento, è molto diffusa. Ora, nella tua percezione, quell’uno per cento di cittadini che si interessano agli argomenti di cui stiamo parlando attribuisce al teatro in carcere un potere terapeutico oppure ha un’immaginazione un po’ più complessa e sfumata in proposito?

ET: Diciamo che al di là dell’uno per cento c’è il novantanove per cento che ha un’idea ben precisa sul carcere, secondo me, e pensa che il carcere non funzioni… Che poi è vero. Anch’io penso che il carcere in Italia sia un luogo che allo stato attuale non ha la capacità di svolgere la funzione rieducativa per cui nasce sulla carta, sembrerebbe fondarsi su un senso di vendetta: oltre a essere il luogo in cui le persone vanno punite, diventa anche quello dove se hai fatto del male dovrai stare male, al di là della pena che dovrai scontare. Penso sia così, penso che la stragrande maggioranza delle persone abbia questa idea del carcere, e mi capita di avvertirlo per esempio anche nelle scuole. Io lavoro in una scuola superiore, e cerco a volte, quando posso, di affrontare, di buttare lì l’argomento del carcere. La sensazione che ho a volte parlando con alcuni di questi ragazzi che hanno fra i quindici e i diciannove anni è che pensino: gira la chiave e buttala, hanno fatto del male e devono soffrire. Nell’amministrazione penitenziaria, nella legislazione che organizza le attività nelle carceri in Italia si pensa che queste attività siano uno strumento di – vogliamo usare questa parola? – redenzione. In realtà il carcere, almeno quello di Sollicciano, è un luogo dove si vive talmente male, ci sono problemi talmente grossi, che non è possibile pensare di fare un percorso di “redenzione”. Devi sopravvivere. In molti istituti in Italia fondamentalmente si sopravvive. Manca tutto, quasi niente funziona, e questo non lo dicono solo i detenuti, lo dicono gli stessi agenti penitenziari, gli educatori… Sollicciano è veramente un luogo di grosso disagio.

GC: Questa realtà di Sollicciano si conosce da anni: ci sarebbe da capire come mai nessuno riesca a metterci le mani. Perché quello è pur sempre il carcere dove, per dire, Giovanni Michelucci e un gruppo di detenuti in semilibertà progettarono Il giardino degli incontri, che non è soltanto un luogo, è l’idea dell’incontro possibile fra il carcere e la città… In un penitenziario tra i più fallimentari d’Italia, che era già fallito appena nato, nacque un’idea così visionaria. (L’idea del Giardino degli incontri, ultimo progetto dell’architetto Giovanni Michelucci, nacque per la volontà, espressa dai detenuti attraverso la stesura di bozze progettuali, di superare i limiti imposti dagli spazi dove si svolgevano i colloqui. Soprattutto, l’architetto e i detenuti vollero costruire uno spazio pubblico della città dentro il carcere. Ad oggi il Giardino di Sollicciano resta un unicum, con il teatro all’aperto e le opere annesse, destinato anche a iniziative che mettano in relazione la società civile e le sue istituzioni con il carcere stesso. Il mio interesse fondamentale, spiegava Michelucci, non è il carcere, ma la città)

ET: Sì. Ma Il giardino degli incontri è un’isola, il resto non c’è. E va sempre peggio. Il problema è che per molti anni non c’è stata una direzione stabile. In Italia il carcere non permette alla persona di fare un percorso di riflessione e di riesame, di comprensione degli sbagli, del perché abbia commesso dei reati, proprio perché le carceri sono spazi e luoghi di grandissima sofferenza e quindi la persona si mette nella posizione di sentirsi vittima dello Stato. Oltre alla libertà i detenuti sono privati di una serie di cose che spettano loro di diritto. La difficoltà di parlare con gli educatori, con gli psicologi, il fatto di vivere in un posto dove d’estate ci sono quaranta gradi, dove piove dentro, dove non è semplice iniziare un percorso lavorativo, sono tutti elementi che mi impediscono di capire, di trovare la tranquillità per capire quello che ho fatto nel mio passato. Nelle carceri del nord Europa so che è diverso. In Danimarca le carceri si sono svuotate, le hanno riconvertite perché la recidiva è bassissima. Per un progetto di partenariato europeo anni fa ho avuto la possibilità di visitare un penitenziario a Berlino, ad Amsterdam e la Santé di Parigi. Sono luoghi – parlo proprio degli edifici, tra l’altro – che non hanno nulla a che fare con i nostri. Luoghi dignitosi e agevoli, con celle anche singole.

GC: Edilizia versus architettura…

ET: Mauro Palma, garante nazionale delle persone private della libertà personale, ribadisce che in carcere non si va per essere puniti, ma perché si è stati puniti. Tornando ai giovani di cui parlavi, la compagnia teatrale di Sollicciano si avvale della collaborazione degli studenti di un liceo artistico di Firenze. Ecco, io ho la sensazione che carcere e scuola siano due facce della stessa medaglia, la società che esprime la cosiddetta Buona scuola è la stessa che ammette le carceri di cui stiamo parlando. E molti giovani esprimono sul carcere le idee cui hai accennato. Io lavoro come educatrice la mattina in un istituto tecnico che si trova nella periferia di Firenze, quindi quando dico che parlo con i ragazzi penso a quei ragazzi là, non a quelli del liceo artistico, con cui collaboriamo, a parte gli ultimi due anni, a causa della pandemia. Scelgono loro di partecipare ai nostri laboratori, non è un’imposizione, e già questo cambia… C’è una curiosità, forse un interesse verso il mondo del carcere. Gli altri ragazzi, quelli che frequento la mattina, hanno del carcere un’idea che probabilmente arriva loro un po’ anche dalla famiglia, dal contesto socioculturale in cui vivono.

GC: Quello che appunto poi magari parla di redenzione. Del resto, una buona parte degli italiani ripristinerebbe la pena di morte. Quanto al carcere, è l’unica istituzione totale che resiste. La scuola si è aperta (anche se resta, secondo me, molto autoreferenziale). Gli ospedali sono cambiati, sono stati chiusi addirittura gli ospedali psichiatrici giudiziari, che forse avevano una componente di pericolosità anche maggiore agli occhi dei più (non solo cattivi: anche matti). Il carcere, no. Si parla di abolizione, si parla di prospettive diverse, di riparazione, di ricostruzione, però fondamentalmente l’idea che abbiamo è quella di una giustizia retributiva: hai sbagliato e ora paghi. Il carcere rimane l’ultimo baluardo.

ET: Eh… Come mai? Dico una cosa che non è molto popolare: è una grossa industria, il carcere. Una grossa industria che dà lavoro a tantissima gente, io stessa ne faccio parte. Dirò un’altra cosa poco politically correct: del carcere non frega niente a nessuno. Riconvertire il carcere, così com’è in Italia, in un luogo che veramente permetta a una persona che ha sbagliato di avere un’altra possibilità, vorrebbe dire spendere tanti soldi, fare tanti investimenti, e non c’è realmente questo interesse secondo me in chi ci governa. Due anni fa sono stata invitata dalla direzione a un incontro col ministro della Giustizia di allora… Bonafede, può darsi, non ricordo. A sentirlo parlare sembrava che fosse imminente una rivoluzione del sistema penale giudiziario… Non è cambiato mai niente. Tante parole. Quello è l’unico incontro che ho fatto, ma chissà quanti ce ne sono stati prima, quanti ce ne saranno. Io penso che non ci sia un vero interesse, e poi nel carcere c’è la polizia penitenziaria, ci sono apparati molto grossi con cui è indispensabile dialogare. Non ce l’ho con loro, tutto quello che riesco a fare lo faccio perché ci sono anche gli agenti che mi danno una mano, è una questione molto complessa da affrontare.

GC: In un altro articolo pubblicato sull’Huffington Post vengono richiamate le parole del segretario generale del sindacato uil polizia penitenziaria, Gennarino De Fazio: chi lavora nella polizia penitenziaria capisce fin da subito che le regole nel carcere sono diverse da quelle scritte, e che la stessa amministrazione spesso contravviene alle regole che lei stessa impone. In altre parole, è un carcere fuorilegge, il quale poi, come dicevi, fornisce un alibi ai detenuti che si sentono vittime. Penso che queste regole non scritte in carcere pesino anche sul lavoro che fai.

ET: Sono i rapporti personali quelli che contano. Per fortuna, come si dice, dietro la divisa c’è una persona, ed è vero. Io riesco a fare questo lavoro perché ho instaurato dei rapporti con queste persone, che hanno la divisa, con cui riesco a confrontarmi. Sono rapporti buoni, ci sono persone veramente in gamba che hanno grande umanità, ed è grazie a loro, non grazie alla regola, che riesco a fare questo lavoro. Per esempio quando ho fatto delle riprese per un documentario. A un certo punto mi accorgo che sarebbe partita da lì a poco l’ennesima chiusura del carcere [a causa della pandemia], quindi capisco che devo anticipare le riprese, allora rifaccio tutte le autorizzazioni… Sono riuscita a finire perché gli agenti del reparto attività si sono organizzati e hanno trovato all’ultimo momento un agente che mi ha affiancato. Io lavoro a Sollicciano da tanti, tanti anni e gli agenti del reparto attività li conosco veramente da tanti, tanti anni, quindi si è instaurato un rapporto di fiducia.

GC: In effetti, gli agenti di polizia penitenziaria dovrebbero partecipare al trattamento delle persone detenute. Questo è possibile con le attività teatrali? Lì ci si scambiano i ruoli, cadono alcune vesti, altre se ne indossano, e dopo rimettersi la divisa del detenuto e quella dell’agente può essere complicato. Tu credi che si potrebbe sperimentare qualcosa del genere in un contesto molto definito e per un tempo limitato?

ET: No, non lo accettano. Ho provato a proporre questo esperimento ma non l’hanno accolto, perché, mi hanno detto, per gli agenti poi sarebbe difficile poter rientrare nel ruolo che hanno. Anni fa, per uno spettacolo che vorrei riprendere, avevo bisogno di un attore che indossasse le vesti di agente penitenziario. Provai a chiedere se c’era tra loro qualcuno che aveva voglia di fare questa cosa ma mi venne detto no, non si può. Si mescolano troppo i rapporti e poi diventa difficile tornare nel nostro ruolo di agenti.

GC: Il ruolo è come un muro di cemento. Rassicura.

ET: Sì, può darsi. Probabilmente c’è il timore di dover gestire, dopo, un rapporto che non è più quello al quale sono abituati.

GC: A proposito di ruoli, c’è una discussione su quello che i soggetti del Terzo settore potrebbero avere rispetto alla rieducazione penitenziaria. Qualcuno auspica una loro partecipazione più diretta al trattamento delle persone detenute. Tu cosa pensi di una correlazione così diretta?

ET: Secondo me è giusta, porta a buoni risultati. Per anni ho lavorato in carcere e chiedevo di poter dare un resoconto dell’attività svolta. Quello che negli anni passati non arrivava era il tipo di percorso che i ragazzi facevano con me. Gli educatori vedevano il risultato finale ma il percorso rimaneva sconosciuto e io non riuscivo a comunicarlo. Poi c’è stato un cambiamento nella gestione, non so, però quello che ti posso dire è che ho insistito e all’ennesima volta c’è stata accoglienza. Io portavo una relazione su ciascun partecipante all’équipe degli educatori con un giudizio su ogni persona e questo è servito molto, ha creato un cambiamento nel mio lavoro, nel senso che da allora gli educatori hanno capito, hanno apprezzato. Le stesse persone detenute lo hanno apprezzato molto perché era come se io in qualche modo premiassi il lavoro che avevano svolto in maniera precisa, con un giudizio mirato sul tipo di lavoro di ciascuno di loro. Uno di questi ragazzi in particolare per molto tempo aveva partecipato in modo molto incostante al laboratorio teatrale, fino all’ennesimo lockdown, quando ho avuto l’idea di fare il film e ho pensato che bisognava arrivare a fare le riprese e chiudere quel lavoro. È fondamentale arrivare al risultato, è veramente importante da un punto di vista educativo, pedagogico. Devi riuscire a chiuderlo, il lavoro. Loro magari non sono mai stati abituati a fare un percorso per arrivare a raggiungere un obiettivo. Non sono allenati, non l’hanno mai fatto, hanno sempre scelto la strada più facile – penso agli spacciatori. Non so come mangiare e la strada più semplice e immediata è quella di mettermi a spacciare, invece di andare a fare, non so, il coltivatore. Quando dico chiudere il lavoro intendo dargli una forma. È importante che ci sia una forma, che venga restituita in qualche modo a loro, ed è questa la cosa importante del fare teatro in carcere, dare la possibilità a queste persone di vestire un altro abito che non è quello del detenuto, ma è quello dell’attore. È importante, perché ti aiuta a rivederti in un altro modo, e a pensare che forse c’è un’altra possibilità per essere nella vita non soltanto un detenuto, un delinquente.

GC: Quali conseguenze ha avuto il fatto di presentare una relazione agli educatori sul lavoro fatto in teatro?

ET: I ragazzi mi dissero che la relazione era servita anche per sbloccarli nei permessi perché il loro percorso positivo era scritto nero su bianco.

GC: Su questo ci sono vedute diverse, alcuni preferiscono non partecipare alle relazioni di sintesi con gli educatori perché vogliono sentirsi liberi. Nel tuo caso non c’è stato fraintendimento. L’evasione con lo spirito, l’evasione mentale… No: siamo liberi di scegliere e scegliamo questa attività, ma ci troviamo in un recinto molto normato. Se fai questa attività in un certo modo, verrai valutato in un certo modo e questo avrà delle conseguenze.

ET: Considera che io non partecipo mai alle relazioni di équipe. Io mi limito a dare un feedback agli educatori, non metto voce, non voglio. Mi interessa quello che loro fanno con me, se loro si comportano in un certo modo. Io voglio che loro sappiano questo, perché a volte non lo sanno. Ci sono educatori, diciamola questa cosa, che se va bene un detenuto lo vedono due volte in chissà quanto tempo, alcuni neanche sanno chi è. Questo è uno dei grandi problemi del carcere. Manca il personale, gli educatori sono pochi rispetto a tutta la gente che c’è. Adesso a Sollicciano ce ne sono sei per più di seicento detenuti… Io aiuto il carcere a farsi un’idea di quella persona lì e del percorso che sta facendo.

GC: Allora, tu come giudicheresti uno scambio molto esplicito? La lettura di un libro o la frequenza di un corso, anche teatrale, in cambio di un permesso, di una telefonata in più, di un “premio” concordato?

ET: Da una parte mi verrebbe da dirti che potrebbe essere una cosa interessante, metterci il rinforzino del premio può essere un aiuto, uno strumento in più; dall’altra mi viene da dire che un’esperienza così dovresti riuscire a farla perché senti che questa cosa ti fa bene. Non ti so dare una risposta. Io mi sono accorta che da quando ci sono le relazioni agli educatori e da quando alcuni ragazzi mi hanno detto che il loro permesso si è sbloccato grazie alla mia relazione, grazie al lavoro, la voce si è diffusa, e adesso io sento che le persone vengono, magari sono convinte che dopo avranno tutti il permesso.

GC: Quella che è un’occasione opportunistica poi magari apre la strada a qualcos’altro.

ET: Come fosse un’esca…

GC: Sì. Però in un mondo di pescatori e di pescati – il carcere – io trovo ipocrita credere che si tratti di qualcosa di diverso.

ET: Sai, con il teatro ti accorgi se una persona lo fa soltanto per ottenere qualcosa. Tanti mesi, tante prove… L’attività diventa sempre più impegnativa, e il fatto che non ti piace, che non ti va, si smaschera.

GC: Ci sono stati detenuti che sono tornati? Si è creato un nucleo, pur in una casa circondariale come è Sollicciano?

ET: Sì, c’è un gruppo. Ora è più difficile perché ci sono condanne che durano due-tre anni, quindi c’è un grande “entri ed esci” rispetto al passato. Oppure i detenuti vengono trasferiti.

GC: E questo è sempre un problema, mi pare di capire, quando si parla di attività svolte negli istituti. Sono fruibili soprattutto da parte dei detenuti che hanno una permanenza più lunga, che però non sono la maggioranza. Paradossalmente, per lavorare bene bisognerebbe augurarsi che le persone stessero dentro a lungo.

ET: Per chi fa teatro sì. Armando Punzo, per esempio, lavora in una casa di reclusione, quindi con persone che hanno pene molto lunghe. Quando qualcuno mi dice che sta per uscire io vivo questa grande contraddizione, da una parte sono felice, dall’altra mi dico che ho perso l’attore per quella parte… Fa parte del lavoro. Sono allenata.

GC: Il carcere produce queste contraddizioni. Un’altra l’hai richiamata tu quando hai detto che il carcere è un affare. Io penso anche all’esistenza, in termini molto espliciti, dell’economia penitenziaria. Ecco: se c’è un’economia penitenziaria, allora c’è bisogno che ci sia il carcere. È un cerchio che si chiude in se stesso.

ET: Recentemente su un giornale si parlava di Carlo Bussetti: a sessantasette anni Bussetti è fuori dal carcere, diceva l’articolo, dall’uomo vecchio che fu, un taglio netto a raffinerie, traffico internazionale e soldi da riciclare. Per sopravvivere oggi gestisce a Milano un negozio di ex carcerati e vende vestiti, oggetti prodotti da detenuti. E poi è diventato un uomo di teatro, regista, attore: un ex detenuto che porta in teatro persone detenute. Ecco, il mio primo pensiero è stato: ma allora uno del carcere non si libera proprio mai! Il carcere, diceva Margara, è una discarica sociale. Se non hai risorse, rimani un po’ attaccato a quel mondo là. È uno stigma difficile da cancellare. Dipende molto anche dall’età. C’è per esempio una persona a Sollicciano che fa attività teatrale da dieci anni. Non è giovane, però ha il vantaggio di essere del territorio, fa un lavoro che forse gli darà possibilità anche fuori, è cuoco, mi dice che ha degli agganci a Firenze, e mi auguro veramente che riesca, però per una persona che esce quando non è più giovane e si è fatta diversi anni di galera secondo me è molto difficile togliersi la galera di dosso. Se sei straniero, ci sono altri problemi ancora. Il lavoro. Non ce n’è per chi non ci finisce, in galera, e se poi sei straniero… Gli stranieri sono forse l’anello più fragile di questa popolazione perché non hanno famiglia, non hanno veramente nessuno. Escono e la possibilità che si rimettano di nuovo a spacciare è molto alta.

GC: Questo mi porta a quella che io trovo una semplificazione, cioè gli effetti dell’attività teatrale e del lavoro sulla riduzione della recidiva. Una semplificazione della comunicazione sul carcere, che è povera, superficiale, ricca di stereotipi e spesso oscillante fra gli estremi.

ET: Sono perfettamente d’accordo con te. Il lavoro è l’elemento fondamentale, se non c’è un lavoro e tu lasci la persona chiusa dentro a non fare niente, questa uscirà e non farà una recidiva, ma dieci. Se invece in carcere ha la possibilità di lavorare, frequentare la scuola, svolgere delle attività, e si sente seguita nel suo percorso da uno psicologo, dagli educatori, e le viene permesso di mantenere vivi i rapporti familiari, allora ha delle possibilità quando esce. Però relegare tutto al lavoro e alle attività è molto riduttivo. Anche il luogo è importante. Sollicciano è un luogo abominevole. Le persone non si rendono conto. Non mi dimenticherò mai quando sono andata nei reparti la prima volta. Io vedo soltanto le scuole e il teatro di Sollicciano. La prima volta che sono andata nelle sezioni perché dovevo fare un colloquio individuale, quando poi sono uscita mi sono messa a piangere. Non hai idea di cosa sia quel posto lì. Il degrado, il marcio, lo squallido, lo sporco, le grida… È l’inferno quel posto. Tra giudiziario e penale cambia moltissimo. Il giudiziario è terribile, la gente lì sta malissimo, urlano. E le persone non lo sanno. “In carcere hanno il letto, la televisione, stanno lì al caldo…”

GC: “Mangiano a spese nostre”… E quando si parla di luoghi civili, per esempio certe carceri dell’Europa del nord, qualcuno li definisce hotel a cinque stelle.

ET: Però lì la recidiva non c’è. Perché? Se tu mi metti in un luogo dove sto bene, io inizio a pensare a quello che ho fatto. Se mi fai stare in una gabbia come a Sollicciano, come posso trovare lo spazio anche mentale, psicologico, per poter fare un lavoro sui miei errori? Lì devi sopravvivere. Io ho l’impressione che il teatro in realtà sia come l’ossigeno per chi sta annegando. Ecco, io faccio questo con queste persone: gli do una boccata d’aria.

GC: Chi progetta un carcere dovrebbe starci un po’, no?, per capire.

ET: Sollicciano per esempio lo hanno costruito al contrario, i terrazzini sono fatti in modo che tutto quello che sta sopra cade giù. Gli stessi detenuti dicono che probabilmente è voluto, non può essere un errore… Il terrazzino è un elemento che loro prendono in grande considerazione perché la maggior parte delle carceri non lo ha. Il terrazzino viene prima di tante cose nella cella, ti permette di avere un affaccio sull’esterno, di respirare un po’ d’aria, di comunicare con il femminile, di fare il panneggio, la ginnastica, la doccia d’estate… Però a Sollicciano i terrazzini sono strutturalmente costruiti male.

GC: Tu hai una percezione molto fisica del carcere.

ET: Sono molto sensibile a ciò che mi circonda. In questi anni mi sono sempre chiesta come potrei vivere lì dentro. Lo spazio per me è fondamentale. È la prima cosa, poi viene tutto il resto. Quando il corpo sta male, come fa tutto il resto a funzionare se mi trovo in un posto che non mi aiuta?

GC: Dunque il carcere rimane una pena corporale, nella sostanza.

ET: Sì. Si riflette anche sul disagio psicologico, però è assolutamente una pena corporale. Prima di Natale li ho salutati: venivano tutti volentieri nel teatro. C’era il riscaldamento.

 

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giadaceri@minimaetmoralia.it

Giada Ceri (Firenze, 1972) ha lavorato presso case editrici, riviste (“Exibart” e “Testimonianze”), organizzazioni del Terzo settore impegnate nell’ambito penitenziario. Ha insegnato la lingua italiana a persone straniere (soprattutto migranti e immigrate). Dal 2020 lavora come docente di materie letterarie nella scuola secondaria di primo grado. Ha pubblicato "L’uno. O l’altro" (Giano Editore, 2003), "Il fascino delle cause perse" (Italic Pequod, 2009), "Gli imperatori. Sei volti del potere" (Melville Edizioni, 2016), "La giusta quantità di dolore" (Exòrma Edizioni, 2018). Nel 2014, per la Fondazione Circolo Fratelli Rosselli, ha curato il Quaderno «È una bella prigione, il mondo» sui temi del carcere italiano contemporaneo. Ha scritto per volerelaluna.it e attualmente collabora, oltre che con minima&moralia, con la rivista «Una Città» e il blog «Il primo amore».

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