Fine marzo 2021. Roma è in zona rossa ma nell’aria è sbocciata la primavera. Dopo un inverno rigido tra un lockdown e l’altro, una gita al mare sarebbe salvifica. Mi accontento lo stesso e rispettando le varie restrzioni da dpcm opto per una passeggiata a Villa Torlonia, il parco più vicino a casa mia.
Prima di uscire dal portone condominiale nella cassetta delle lettere trovo un piccolo pacchetto. Lo prendo e lo porto con me. Inondato dal sole, seduto su un panchina in mezzo a bambini festanti, runner, cani al guinzaglio e mascherine ovunque, apro il plico e trovo Monokerostina, l’ultimo progetto a fumetti di Alessandro Baronciani autoprodotto e pubblicato tramite crowdfunding nel novembre 2020 e oggi disponibile solo in alcune librerie.
Monokorestina – come lo definisce lo stesso autore – è un farma-fumetto con un packaging che ricorda in tutto e per tutto una scatola di medicinali. Dentro ci sono 12 librettini a fumetti a forma di blister di pillole con tanto di bugiardino con le istruzioni per l’assunzione e gli effetti collaterali. Un fumetto destrutturato, in tutto e per tutto… senza un ordine di lettura preciso: si può iniziare da dove si preferisce. La sfida è proprio quella di ricostruire la narrazione e trovarne il senso. Tale e quale a Come svanire completamente, la precedente autoproduzione a fumetti di Baronciani.
Inizio la lettura e immediatamente trovo la mia madeleine. Le pillole, la protagonista con i capelli colorati, la depressione, gli effetti psichedelici, il sentirsi fuori luogo e quell’immaginario pop punk dei disegni scavano nella mia memoria facendo riaffiorare un ricordo ben preciso: adolescente, fine anni 90, primavera, panchina, un walkman, e nelle cuffie a tutto volume Pastiglie, canzone contenuta nel primo cd dei Prozac+ Testa Plastica.
E mentre seguo le avventure di questa ragazza che indossa sempre la felpa e del suo inseparabile unicorno mi ritrovo a canticchiare quella appiccicosissima e contagiosa filastrocca punk “pastiglie nere viola blu multicolori”, un vero e proprio inno punk alle pillole, che siano antidepressivi o droghe.
E quando è stato pubblicato l’esordio discografico dei Prozac+? Esattamente 25 anni fa: 1 aprile 1996. Mi sembra subito una coincidenza fortunata e conoscendo molto bene l’amore di Alessandro (oltre che fumettista è anche il cantante chitarrista degli Altro, band post punk con all’attivo svariati album, e Tante Anna) per le sette note decido di iniziare la nostra chiacchierata proprio da qui. Un modo per omaggiare la band di Pordenone e anche per ricordare Elisabetta Imelio – bassista e voce dei Prozac+ e in seguito nei Sick Tamburo – scomparsa la notte tra il 29 febbraio e il 1 marzo 2020 dopo una lunga battaglia contro il cancro al seno.
Non appena ho iniziato a leggere Monokerostina mi sono subito venuti in mente i Prozac+ di Testa Plastica, il loro esordio del 1996. Soprattutto la canzone Pastiglie. Qual è stato il tuo rapporto con loro prima di tutto da ascoltatore?
Il primo concerto dei Prozac+ è stato al Velvet. Non li conoscevo. Erano di supporto ai Therapy?. Sul manifesto c’era scritto che avrebbero dovuto suonare i Quicksand. Noi eravamo tutti incazzati perché pensavamo che ci avessero rubato i soldi del biglietto. Io per un attimo ho pensato veramente che fossero i Quicksand. Erano pur sempre anni senza internet e le notizie e le foto viaggiavano in maniera molto diversa da oggi. Non so se i Prozac+ fossero già scoppiati su Videomusic ma sotto il palco c’era un sacco di gente per il loro concerto. Sul palco erano già incredibili.
La mia fidanzata dell’epoca, Betta, era completamente andata fuori di testa La gente pogava e si faceva male. Poi arrivò il video in heavy-rotation. La cantavano tutti e a Pesaro era facile trovare delle feste di compleanno con ragazzini delle elementari che ballavano nei giardinetti dietro casa Acido, Acida. Di quella sera non mi ricordo molto altro, mi sa che c’erano anche gli Skunk Anansie? Ho provato a vedere il biglietto di quella serata che custodisco dentro il cd di Infernal love ma c’è soltanto un generico + special guest.
E invece dal punto di vista del collega musicista? Immagino che vi sarete incrociati più volte sopra e sotto i palchi…
Anche se sono stato un sacco di volte a Pordenone, dormito molte volte a casa di Davide (Toffolo, Ndr) e visto un sacco di concerti dei Tre Allegri Ragazzi Morti, da sotto e da dietro il palco, ho conosciuto Gian Maria (Accusani, chitarra e voce dei dei Prozac+ nonché co-fondatore insieme a Elisabetta Imelio e Eva Pols, Ndr) molto tardi; soltanto alla copertina del primo disco dei Sick Tamburo. quello con la copertina fustellata che era una maschera che si toglieva dal cd. Se guardi il video si capisce meglio.
Mi aveva chiesto di creare l’artwork del disco e in quel periodo ci sentivamo spesso al telefono e siamo diventati amici, siamo entrambi fan dei Sister of Mercy. Quando io e Davide abitavamo insieme a Milano è capitato di vederlo passare anche per pranzo e forse una volta l’avevo incontrato in redazione insieme a Luca Valtorta che era un loro grande fan. Il secondo lavoro per Gian Maria è stato pochi anni fa: la copertina del 45 giri in edizione limitata di La fine della chemio canzone che Gian Maria ha dedicato a Elisabetta Imelio i cui proventi sono andati in beneficenza. L’ultimo concerto dei Prozac+ è stato quello al Miami nel 2019 (quanto cazzo era bello il 2019?) insieme a Davide Toffolo e Paulonia dietro il palco. Mai sentito tante persone cantare a memoria tutte insieme una canzone. Tipo quelle cose che vedevi nei concerti in tv negli anni Novanta, quelli dove suonavano gli U2, o Madonna live in Italy e i televisori avevano ancora il tubo catodico. Un frequenza media assurda, una confusa eccitazione e poi boato da stadio che senti soltanto quando una grande band sale sul palco!
Gian Maria mi ha promesso anche un assolo in un pezzo dei Tante Anna, lo scrivo così se legge se lo ricorda.
Restando in tema: quanta musica c’è in Monokerostina? E soprattutto quanto la musica influenza anche le tue storie a fumetti?
In Monokerostina non c’è tanta musica, però da vero autarchico ho suonato e cantato la musica nei due book-trailer di presentazione del fumetto. Un po’ per pubblicizzare la raccolta fondi, dato che Monokerostina usciva con un crowdfunding online, un po’ perché mi diverto a smanettare con garage band. Ci ho fatto fare anche una piccola animazione ed è venuta proprio bene. All’inizio la protagonista Annalisa doveva essere una metallara. Doveva indossare sempre magliette nere con band death metal, di quelle a cui piace fare riti orfici nelle foreste di notte. Ma più pensavo al personaggio e alla sua vita meno si adattava a questi tipi di esperienze. In compenso, però, sono tornato ad ascoltare un sacco di Thrash Metal.
Come è nato Monokerostina?
Monokerostina è nato mentre impacchettavo Come Svanire Completamente. Avevo fatto un sacco di errori per produrlo, un po’ per seguire le idee che su carta sembravano funzionare e nella pratica per niente, un po’ per poca esperienza. Mentre stampavo, chiudevo e assemblavo pensavo a come fare un secondo libro senza fare gli stessi errori. Un po’ come quando si cucina una torta e ci si accorge soltanto dopo che c’era bisogno di meno zucchero. Con gli studenti dell’Accademia avevamo fatto una mostra al Ratatà, un festival DIY di Macerata spettacolare, dove a tutti gli studenti avevo chiesto di creare una loro scatola di medicinale. Invece di fare la solita rivista collettiva. Loro si erano divertiti a creare una storia a fumetti nel bugiardino e a vendere le loro scatole durante la mostra mercato.

Quello che mi girava in testa però era la medicina e un altro simbolo del fantastico, così come avevo pensato alla sirena in Come Svanire Completamente e all’ombra in Negativa volevo provare a creare qualcosa con un unicorno. Con il corno dell’unicorno, il fantastico rimedio per tutti i mali e poi volevo creare qualcosa che fosse, come nel caso di Come Svanire Completamente, una storia da ricomporre, da rimettere apposto. Volevo che il lettore si trovasse nella stessa situazione iniziale di Annalisa, la protagonista. Entrambi dovevano leggere e cercare di mettere insieme i sogni che faceva di notte. Le idee ti rimangono in testa per un sacco di tempo. Ci si attaccano altre idee col tempo come con i pezzi di puzzle lasciato sul tavolo del salotto. Un po’ alla volta si compone l’idea e andare in giro, leggere, guardare un concerto, viaggiare è il miglior modo per fare attaccare i pezzi alla tua idea… Una notte ci siamo fermati a dormire a Forni di Sotto, tornando dalla Cime di Lavaredo. Pioveva e le case, il bosco intorno al paesino era perfetto per far trovare casa ad Annalisa. Ecco Monokerostina è nata così.
La depressione, la cura… sono temi che avevi già affrontato in Quando tutto diventò blu. C’è qualcosa che ti attrae o che ti preme particolarmente raccontare di questi aspetti della psiche umana?
Mi piace l’idea che ci sia sempre qualcosa che “viene fuori da me” che cura quello che non va “dentro di me”. C’era una frase in Quando tutto diventò blu che mi ha fatto sempre pensare, prima ancora di disegnare il libro. Era una frase che mi ero annotato su un quaderno: “Il mal di pancia è qualcosa che ho mangiato che mi ha fatto male, ma il mal di testa? cosa ha mangiato la testa che adesso sta male”. L’inizio di un problema è qualcosa che pensiamo sempre fuori da noi. Alle volte invece parte da dentro di noi. Un po’ come sei noi stessi fossimo anche il nostro più acerrimo nemico.
Un tema come la cura, tra l’altro, è quanto mai attuale vista la pandemia che ha colpito il mondo intero. Hai fatto uscire il fumetto in piena emergenza COVID. Quanto ti ha condizionato tutto questo, sia da un punto di vista umano che lavorativo?
Monokerostina doveva uscire nel 2019 ma poi il restyling del disco di Lucio Dalla e il video dell’inedito “Angeli” mi ha tenuto occupato nella realizzazione tutta l’estate. Questo è il video:
Poi c’è stato la ristampa di Quando tutto diventò blu e poi è scoppiato il Covid. È stato stranissimo pubblicizzare un fumetto che parlava di una medicina quando in tutto il mondo si cercava una cura. Il tema, il farma-fumetto era diventato attuale. Anche se poi Monokerostina non parla di Virus ma di tantissime bizzarrie ed elementi fantastici come unicorni, alieni, uomini verdi, orche assassine che comunque non facevano così paura come la violenza tra adolescenti. Questa estate c’è stato anche un altro momento in cui le ansie nate con il lockdown hanno trovato un attimo di pace, quando insieme a Corrado Nuccini dei Giardini di Miro, Daniele Rossi, Ilariuni, Her Skin e tante altre cantantesse abbiamo realizzato il concerto di Quando tutto diventò blu. A maggio uscirà anche il disco delle canzoni scritte per lo spettacolo. Sono molto emozionato perché nessuno aveva fatto un disco da un fumetto! In molti al massimo fanno un film da un libro e i Pink Floyd hanno fatto un film da un disco, ma nessuno aveva mai pensato di fare un disco da un fumetto!
L’elemento fantastico è quanto mai sviluppato in Monokerostina… l’unicorno, gli alieni… che cosa ti ha influenzato nella scrittura della storia?
Una serie di sogni che né io né il mio psicologo siamo riusciti a decifrare! Ahaha! in realtà mi piaceva creare racconti fantastici, che potevano spaziare dalla fantascienza al fantasy. Ogni pastiglia che Annalisa prende è un sogno, e ogni sogno è una storia in un mondo diverso. Monokerostina era una specie di crossover, perfetta per raccontare più storie in una sola. Mi ricorda un cartone animato di quando ero piccolo, si chiamava la Famiglia Mezil. C’era un ragazzo che col suo cane e il suo razzo “gonfiabile” visitava ogni notte un mondo diverso. Il fumetto prende spunto anche dalle bellissime storie domenicali di Little Nemo, dove alla fine di ogni storia Nemo si svegliava perché cadeva dal letto.
Sei un autore di fumetti affermato, hai pubblicato con svariate case editrici… ma ciclicamente torni all’autoproduzione. Perché?
L’autoproduzione è un modo per sperimentare, per vedere se l’intuizione che hai avuto funziona, se si capisce. Puoi costruire libri complessi autoproducendoti. È l’elemento fondamentale con cui ho mosso i primi passi nella scena. Prima soltanto come metodo per farmi conoscere, adesso cercando attraverso i miei lettori, storie fantastiche da stampare con meccanismi di lettura ergodica e cartotecniche difficili da portare in libreria. Come Svanire Completamente era un’idea che avevo in testa da tantissimo tempo. Era difficile da proporre a un editore e i costi di produzione e distribuzione ne minavano continuamente, non dico i profitti, ma la sua sostenibilità. Con il sito e la raccolta fondi online le persone che credevano nella mia idea, che appoggiavano il progetto, sono diventati qualcosa di più di un “lettore”, dei “sostenitori”, degli editori. Insomma con internet possiamo essere dei mecenate che riescono a finanziare con pochi soldi, o come dicono i ragazzi che, promuovono i progetti crowdfunding e le autoproduzioni su Instagram; “mecenati poveri”.
Per concludere: qual è la tua canzone preferita dei Prozac+?
La più Sister of Mercy di tutte: Gioia Nera.
Nasce a Livorno nel ’77. Da un po’ di anni vive a Roma. Giornalista-grafico editoriale. Scrive di musica, fumetti e altro (Mucchio, Prismo, The Towner, Dailybest, Rockit, Sentireascoltare…). Ha curato il libro Tiamottì (Arcana, 2010). È l’ideatore di This Is Not A Love Song, progetto editoriale che unisce illustrazione e canzoni d’amore. Gli manca il mare e vorrebbe che l’estate durasse 12 mesi.
