Eric Chenaux proviene dalla scena underground canadese e la sua musica è un diamante grezzo difficile da classificare. Le sue canzoni sono tanti piccoli cammei preziosi che si cibano di sogni, silenzi, mancanze. E, dal vivo, Chenaux le scolpisce, da bravo artigiano, con la sua chitarra modificata e una voce chiara, intima, meditativa. Un suo live è composto da miniature ricche di particolari, che si riflettono all’infinito fino a sfumare del tutto nel buio della sala. Dicevo, si trovano tante cose nei brani di Chenaux ma che sono soprattutto un volto difficile da scorgere definitamente. Sono per questo, forse, un’illusione, si fermano sul bordo del pensiero.
Ho provato a scambiare via mail due chiacchiere con lui, approfittando della forma scritta per fissare meglio alcune impressioni che, negli anni, ho ricevuto dalla sua musica. Complice Marco Stangherlin – infaticabile promoter che ha organizzato a Napoli “Epifonie”, una rassegna di musica “altra” aperta dallo stesso Chenaux – snocciolo ad Eric una serie di domande che toccano alcuni punti del lavoro complesso e, per certi versi, istintivo che offre sia su disco che dal vivo.
Mentre leggevo e sistemavo le sue risposte (mantenendo, pressappoco, la forma che ha voluto dare), il tempo si è come sospeso, un po’ come accade quando si ascolta un suo disco. Sei lì, immerso in Say Laura o in Slowly Paradise e tutto ciò che ti circonda viene sagomato dalla sua musica.
Non si può parlare di Eric Chenaux senza tirare in ballo i suoi attrezzi di lavoro. è vero che per anni hai suonato una chitarra suonata da Derek Bailey? Che rapporto hai con i tuoi strumenti?
Sì, è davvero corretto. Suono una chitarra Gibson 175 Hollowbody ed è sicuramente grazie a Derek Bailey che ho voluto suonarne una.
È uno strumento piuttosto dolce a cui ho apportato parecchie modifiche nel corso degli anni. L’ho trovato a Edmonton, in Canada, intorno al 1997 o giù di lì.
E da allora ho suonato, per la maggior parte, solo questo strumento. A parte una chitarra con corde di nylon, che ho trovato per strada, non ho altre chitarre. Ho montato delle corde molto sottili su di essa in modo che si pieghino facilmente e ho un Bigsby tremolo in modo che la corda, di nuovo, faccia dei bending senza problemi.
A questa chitarra piace fare molti “bending”. È un salice piangente.
Nei tuoi brani mi sembra sempre che tu cominci a costruire una melodia per poi distruggerla in mille pezzi, atomizzarla. Un approccio che mi ricorda, per certi versi, quello di Braxton con gli standard (sto pensando alla sua bellissima e irriconoscibile “Desafinado”). Potresti parlarci del tuo processo compositivo?
Non direi che distruggo gran parte di qualsiasi cosa.
Sono un amante, non un combattente.
Tutto ciò che è contiene ciò che non è.
Detto questo, ogni melodia ha illimitate altre melodie che brulicano intorno ad essa come un alveare. Cerco di rimanere aperto a quante più melodie possibili.
Sono così meravigliose.
Anche quelle che all’inizio sembrano molto semplici, se suonate con un po’ di cuore, un po’ di amore e fascino, penso siano un dono meraviglioso per i suoni del mondo. Non penso sia interessante sezionare troppo la mia pratica compositiva.
Tuttavia, la maggior parte, se non tutte, le canzoni iniziano con melodie che canto io.
Tutto parte dalla voce.
Anche l’improvvisazione.
Anche la chitarra.
La voce è ovunque.
Sepolta in profondità nelle corde.
Con la mia voce mi attengo principalmente alla melodia della canzone. Cambia nel tempo ma non ritengo di improvvisare così tanto con essa.
La chitarra vede le cose in una maniera leggermente diversa.
Sente melodie dentro le melodie.
Sente dei bivi sulla strada.
Vaga.
Dal punto di vista compositivo cerco di fare le cose in maniera piuttosto semplice. Inizio con una melodia.
La suono finché non arriva un po’ di armonia e diventano accordi.
Quegli accordi poi cambiano la melodia.
E infine arriva il ritmo a bussare.
E questa cosa cambia sia la melodia che gli accordi.
Un approccio palinsestico suppongo (cioè scrittura su scrittura, n.d.r.). A quel punto, beh, la canzone è finita.
Dopodiché va disimparata. Scomposta. Sconosciuta per fare spazio al gioco. In modo che ciò che rimane sia solo ciò che deve essere lì per far andare avanti la canzone.
Non ho ascoltato Desafinado di Braxton ma la ascolterò più tardi. Grazie per questo suggerimento Francesco.
Parliamo di maestri ispiratori. Mentre ti pongo questa domanda mi viene in mente la bellissima “Slowly paradise” dove mi sembra di sentire Sun Ra. Anche nel brano “Say Laura” si avverte la sua presenza così come si sente, nell’utilizzo della voce e nelle corde pizzicate, l’impostazione voz & violao di Caetano Veloso. D’altronde, nella intro iniziale e nelle parti strumentali, non è presente una Aquarela do Brasil scomposta? Forse mi sto suggestionando?
Oh.
Caetano.
Una meraviglia.
Ci sono momenti nella vita in cui non vorresti sentire quella voce?
È un uccello e un tamburo d’acciaio.
Oh Sun Ra.
Jazz plastico.
Li amo molto.
Oh, Ary Barroso ha scritto così tante belle canzoni.
La musica brasiliana è davvero unica al mondo.
I ritmi sono là fuori, le melodie sono così belle e penso che possiamo divertirci a dire che nessuno ha sperimentato la forma-canzone come i brasiliani e i giamaicani.
Deve essere quella brezza tropicale!
Passiamo ora alla seconda parte della tua domanda.
Se posso suddividere la domanda in parti.
Credo che sia la seconda parte.
Non potrei elencare tutte le epifanie.
Ma proverò.
Neil Young, Across the Universe dei Beatles, Erik Satie, Gershwin, Jimi Hendrix, Miles Davis, The Boomtown Rats, Eric Dolphy, Diana Summers, Howard Jones, The Culture Club, Michael Jackson, Grandmaster Flash, … ok non credo di poter continuare così, saltiamo un po’ avanti.
Betty Carter, Frank Sinatra, Martin Arnold, Gavin Bryars, Robert Ashley, Archie Shepp, Thelonious Monk.
Hmm, fammi ripensare a questa domanda.
Ok.
Facciamo così, riduciamo a 3.
Martin Arnold, Betty Carter e Thelonious Monk.
Questi sono 3 mondi che rendono il nostro mondo un posto molto migliore.
Secondo te si può scrivere l’improvvisazione?
Tutta la composizione è una forma di improvvisazione, o forse si espande e si contrae da essa.
Non discerno davvero.
E non credo davvero che ci sia qualcosa di diverso dall’improvvisazione.
Sembra un po’ forte come affermazione ed è probabilmente abbastanza facile da sfatare.
Ma più di questo suona come l’inizio di un triste manifesto.
Non lo so davvero.
So che alcune persone scrivono ciò che improvvisano e alcune persone improvvisano da ciò che hanno scritto.
Quindi, forse posso solo dire che sì, l’improvvisazione può essere scritta anche se non sono sicuro di cosa possa significare.
Quando improvviso preferirei non leggere.
A meno che non suoni uno standard jazz.
Poi posso leggere e improvvisare.
Ed essere abbastanza felice di farlo.
Per i live, quanto è valido il suggerimento che João Gilberto diede ad Enrico Rava di suonare solo le note necessarie (e di cercare di non suonare le altre)?
Oh, ci sono un sacco di storie concise come questa.
La mia preferita è quella che vede protagonisti Miles Davis e John Coltrane.
Quando John Coltrane suonava con Miles Davis, faceva assoli molto più lunghi di chiunque altro nella band e Miles Davis gli chiese se poteva farne di più brevi. Coltrane rispose che gli sarebbe piaciuto ma che non riusciva a trovare un modo per fermarsi una volta iniziato.
Miles Davis allora gli disse che era facile: “togliti quel fottuto sassofono di bocca”. Secondo me non potrebbe esserci consiglio migliore.
A volte le soluzioni ai nostri problemi si risolvono così facilmente.
Cerchiamo di complicare la nostra vita con domande inutili e dovremmo smetterla.
Invece non sono sicuro delle note necessarie.
Forse non so cosa siano.
Non credo esistano note necessarie.
Ma João Gilberto sicuramente non ha messo cose di cui non aveva bisogno nelle sue interpretazioni.
Performance?
Mi piace suonare.
Non ho nessun problema.
Che musica ascolti? Credi nell’esistenza di una “coscienza sonora” così come definita da Pauline Oliveros?
Ascolto un sacco di hip-hop, jazz, r&b, country, classica contemporanea (oh, che nome orribile per un genere, e beh, l’etichetta “musica sperimentale” non significa quasi nulla) e pop. Penso di passare più tempo ad ascoltare jazz, r&b e pop che qualsiasi altro genere. Però sicuramente, se voglio ascoltare musica classica contemporanea o musica sperimentale, mi rivolgo a Lovely Music, Another Timbre e Madacy Jazz.
Non credo, invece, di sapere cosa sia una “coscienza sonora”.
Però Pauline Oliveros pensava lucidamente ed era una musicista meravigliosa. Non posso desiderare di trovarmi in disaccordo con lei.
Forse ho qualcosa a cui pensare stasera a cena.
Francesco Bove ha pubblicato nel 2019, per Arcana, “Joao Gilberto – Un impossibile ritratto d’artista”, il primo libro italiano sul padre della Bossa Nova. Ha scritto, inoltre, per webzine musicali come “Mescalina” e “Indieforbunnies”, per testate come “Flanerì” e “KLP Teatro” e ha creato nel 2017 “L’Armadillo Furioso”, un blog culturale che si occupa principalmente di teatro, cinema, libri e fumetti.
