C’è del terrore nel vedere se stessi con la coda dell’occhio, scorgersi fuori sincrono da ciò che stiamo facendo, ritrovarci non come immagine duplicata da una superficie riflettente ma come un’entità identica a noi ma da noi indipendente. Il doppio viandante, il sosia/demone che accompagna ognuno di noi è solo uno dei temi che ritornano in Mephisto Ballad (Contempo Records), l’ultimo lavoro di Gianni Maroccolo e Antonio Aiazzi, in scena, in prima nazionale, domani sera all’Auditorium Parco della Musica, all’interno del Romaeuropa Festival.
Sette tracce dall’andamento magmatico, tra synth analogici, distorsioni, loop ritmici e improvvisi cambi di movimento, che prendono il via da un antichissimo brano dei Litfiba, EFS quarantaquattro, qui divenuto una suadente suite di oltre sedici minuti.
Gianni Maroccolo e Antonio Aiazzi, due professionisti che hanno scritto le pagine più iconiche della musica rock italiana, nonché due tra i musicisti più schivi e ritrosi ad ogni forma di sovraesposizione mediatica, realizzano un prezioso gioiello minimalista dai volumi frattali: di base, un basso e un pianoforte, ai quali si innesta, sporadica, la voce di Giancarlo Cauteruccio con testi attinti dal Faust e poi sintetizzatori e ancora sintetizzatori. Anche se Maroccolo specifica, a ragione, di sentirsi stretto in un’unica categoria musicale, i richiami alla darkwave, quella superba e splendente dei Tuxedomoon, ritornano tutti in un suono senza tempo, in cui non c’è spazio per la nostalgia, ma solo una penombra vorticosa, nella quale galleggiano le cose presenti.
Mephisto Ballad nasce da una collaborazione tra te e Antonio Aiazzi. Questo lavoro è di fatto la vostra prima collaborazione a due in assoluto. Cosa si prova, dopo una così lunga conoscenza, professionale e umana, a misurarsi in una simile esperienza?
È stata una sorpresa. Io e Antonio abbiamo fatto tantissime cose insieme., eppure ci era mancato, fino ad ora, l’idea di mettersi lì a quattro mani, in due, e partire dalla composizione minima, senza alcuna sovrastruttura, solo un pianoforte e un basso. Questo è stato il punto di partenza. Realizzare un progetto il più minimale possibile. La vera, grande sorpresa è stata quella del grande coraggio di Antonio che ha un lunghissima tradizione di tastierista di synth, di manipolatore del suono, i tappeti avvolgenti ed elettronici sono la caratteristica della sua musica, che è poi quella dei primi dieci anni dei Litfiba e a sessant’anni ha deciso di mettersi a studiare il pianoforte. Ha pensato di giocarsela tutta sul pianoforte. Può sembra automatico passare dalla tastiera di un sintetizzatore a quella di un pianoforte, ma in realtà è un processo estremamente complesso.
L’idea di avere come strumento portante di tutto il progetto, sia nel disco che dal vivo, un pianoforte suonato da un giovane pianista di sessant’anni è sicuramente abbastanza audace e, appunto, sorprendente.
Mephisto Ballad, al di là di ogni retorica, è un progetto che muove da un’intenzione molto romantica: nasce da un ricordo, quello della leggendaria Mefistofesta dei Litfiba (1982) e ne sviluppa un ragionamento/flusso musicale legato all’oggi. Com’è nata questa idea e, secondo te, si può tornare al passato senza necessariamente essere nostalgici?
Sono una persona poco incline al passato, cioè, ho sempre vissuto il presente, prima in maniera piuttosto inconsapevole, dai quarant’anni in su è stata una scelta più metabolizzata. È ovvio che sia io che Antonio siamo consapevoli del nostro passato, ma lo spirito con cui siamo arrivati a questo lavoro è più esplorativo che riflessivo. Il progetto è nato da un pezzo molto particolare dei Litfiba dei primissimi anni Ottanta, EFS quarantaquattro: eravamo invitati a una rassegna musicale a Firenze e lì abbiamo iniziato a manipolarlo per pura casualità. Immediatamente ci siamo resi conto che si era messo in moto un flusso legato in maniera assoluta al nostro presente. Il punto di partenza sicuramente richiama gli umori e le influenze di quegli anni, ma il tutto è visto attraverso l’occhio musicale e la visione del mondo di due persone che oggi hanno sessant’anni. Non c’è passato, piuttosto, questo è un lavoro che racconta la situazione terrifica e malefica che stiamo vivendo su questo pianeta da una decina di anni a questa parte, la mutazione epocale che stiamo vivendo e che probabilmente ci porterà verso un nuovo tipo di società e di mondo.
L’esecuzione live dell’album prevede la presenza di Giancarlo Cauteruccio (celebre la sua Eneide portata in scena insieme ai Litfiba). È interessante la dimensione del dialogo tra arti diverse, che sia la musica, il teatro o l’audiovisivo.
Quando abbiamo considerato il disco abbiamo deciso di farlo strumentale, poi ci siamo detti che sarebbe stato bello avere una voce narrante molto diabolica, ed è qui che entra in scena Giancarlo Cauteruccio, che ha curato i testi, alcuni dei quali sono presi dal Faust. Poi il concerto vive di varie altre cose: ci sarà una lunga proiezione di Flavio Ferri, un omaggio a Franco Battiato, ci sarà Beppe Brotto alla viola e Andrea Chimenti alla voce, mentre l’ossatura del concerto siamo io Antonio, Flavio Ferri alla chitarra e ai synth e Mariano Detassis che suona le percussioni e cura anche il light design dello spettacolo. Ci sarà anche un piccolo momento nostalgia, quindi qualcosa dei Litfiba. La prima nazionale di questo nostro progetto sarà al Romaeuropa Festival. Ammetto che, nonostante l’età e l’esperienza, siamo emozionati, considerato il Festival che ci ospita e la sua portata internazionale.
Il vostro è un concept sul tema del doppio, con riferimenti neanche troppo velati ai demoni. C’è un demone che ti spaventa, o più di uno, a cui tu dai un volto?
Se penso al Male non riesco a immaginare un volto, ma penso alla mancanza di umanità con cui il potere, non necessariamente politico, sta gestendo la vita di questo pianeta. La mutazione sociale in atto ci vuole sempre meno partecipi alla vita collettiva e alla cooperazione ed è sempre più tendente alla paura, all’isolamento. Penso che il Male assoluto sia l’autosabotaggio di noi stessi, noi come esseri umani.
Una delle cose più interessanti della tua parabola artistica è la flessuosità della tua produzione: Litfiba, Csi, Timoria, Edda (al quale stai producendo il prossimo album) e, ovviamente, la tua carriera da solista. Produzioni anche diversissime tra loro. Sebbene la tua formazione graviti nell’ambito della dark wave, tu sei un po’ un incollocabile.
Mi sono formato ascoltando musica classica, elettronica, krautrock, dark wave, ma mi sono sempre ritenuto semplicemente un musicista. Rifuggo qualsiasi ruolo, aggettivo, etichetta, genere. Con i Litfiba siamo nati tra la sfumata del punk e l’inizio della new wave, ragion per cui venivamo etichettati in mille modi, soprattutto nelle sfumature del dark. Quando faccio una lavatrice, a casa mia, tra i panni stesi c’è sempre una macchia di nero: è il mio stile, da quando ho memoria, ma con i dischi sento di avere un rapporto cromatico più diversificato. Ne ho uno giallo, uno arancione, uno nero, anche uno rosa tenue…
Hai definito questo lavoro un TARDODISCODARK, che vuol dire?
Per anni ci hanno dato dei darkettoni, allora abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di produrre un TARDODISCODARK (ride).
Solitamente, quando si dialoga con un artista, si tende a congedarsi su eventuali progetti futuri e desideri da realizzare, ma, in merito a questo argomento ho letto alcune tue dichiarazioni che ho trovato molto più interessanti di eventuali anticipazioni di tuoi futuri lavori. Tu dici, o almeno hai detto da qualche parte, che “ Da tempo ho smesso di desiderare. Il desiderio ti pone in uno stato di attesa. Un’apnea infinita e immobile.” La tua idea di desiderio è rimasta immutata? O c’è qualcosa che adesso desideri?
È rimasta immutata. La sola cosa che potrei desiderare in questo preciso momento è andare al mare e stare due ore sdraiato al sole.
Giornalista, si occupa di teatro, viaggi e società. Collabora, tra gli altri, con le riviste Il Tascabile e CheFare.
