Questo pezzo è uscito su Tuttolibri, che ringraziamo.
A un certo punto, succede. Accade quando John Fowles porta il suo protagonista, Nicholas Urfe, nel cuore dell’isola di Phraxos, al centro di un intrigo che mescola esoterismo e seduzione. E accade mentre Maurice Conchis, il misterioso colonnello Kurz che domina sull’isola, inizia a dispiegare una complessa tela psicologica fatta di specchi, allusioni, teatro, pezzi di letteratura provenienti da ogni epoca e latitudine. È qui, mentre il destino di Nicholas si compie, che avanza l’incantesimo del romanzo: quando, infine, anche il lettore diviene preda del sortilegio, come fosse stordito a sua volta dalle sirene sull’Egeo e dalla luce abbagliante che risplende tra il Peloponneso e l’Attica, in una striscia di terra che è mitologia da sempre, per definizione.
Cos’è dunque Il mago, il romanzo d’esordio di Fowles uscito per la prima volta nel 1965 e riproposto adesso in Italia da Safarà? Forse un gioco, uno scherzo infinito, una partita a scacchi con la morte? Probabilmente è tutto questo, e altro ancora. Del resto, come scrive lo stesso Fowles nella prefazione a questa edizione ampliata de Il mago, curata da Pasquale Donnarumma e Lucrezia Pei, il titolo a cui aveva pensato in origine era The God-Game. Un gioco soprannaturale, quindi. Perché Conchis, il magnete della storia, è sì un prestigiatore, ma nelle sue azioni si riverberano misteri trascendenti, trame imperscrutabili che sconfinano nel divino («Era mia intenzione che Conchis esibisse una serie di maschere che rappresentassero le nozioni umane di Dio, dal sovrannaturale all’universo tecnico-scientifico; ovvero, una serie di illusioni umane su qualcosa che di fatto non esiste, la conoscenza assoluta e il potere assoluto», spiega Fowles). E la vittima del capriccio del dio, o comunque l’oggetto della rappresentazione teatrale a cielo aperto di Conchis è proprio Nicholas Urfe, alter ego di Fowles.
Come nella miglior tradizione postmoderna, e Fowles è considerato uno dei padri del postmoderno inglese, Il mago è un romanzo sfidante, per certi versi persino interattivo. Siamo all’inizio degli anni Cinquanta e Nicholas Urfe, giovane intellettuale londinese di buone letture, rimane improvvisamente orfano. È nel turbine dei vent’anni, di fatto al verde, ha un gran successo con le ragazze ma è in cerca di evasione dal grigiore inglese, e accetta l’incarico di insegnante nell’isola di Phraxos. Della Grecia contemporanea sa poco se non niente. È un Paese in gran parte inaccessibile, selvatico, straziato dall’occupazione tedesca e dalla guerra civile. Ma che luce, che aria magica.
La vita sull’isola trascorre tranquilla tra il college e qualche taverna, fino a quando Nicholas si imbatte in una villa che appare immensa e misteriosa, nota come “Bourani”. Qui il gioco ha inizio. Maurice Conchis è un uomo adulto, quasi-vecchio, ma dall’età non meglio definita. Attrae il giovane ospite nel suo mondo, rilasciando di volta in volta un nuovo personaggio all’interno della storia. Lily e June, due gemelle che offuscano in Nicholas il ricordo della sua ex ragazza, Alison, rimasta in Inghilterra. Una cuoca, un inserviente violento. A un certo punto, persino un drappello di uomini in divisa nazista. È una storia complessa, e Fowles la srotola, mettendo in fila colpi di scena e ribaltamenti di senso.
Come ammette Nicholas a un certo punto, il gioco di Conchis è «un bizzarro errore nella rilegatura di un libro: un romanzo di Lawrence che, voltando pagina, si era trasformato in un romanzo di Kafka». Ma questo romanzo, che pure non manca di qualche peccato di gioventù e di eccesso di confidenza, non si ferma all’esercizio di stile, al gioco cerebrale: sono pagine pervase da un alto senso di spiritualità e suggestione, ed è evidente come Carl Gustav Jung sia stato ben più che una semplice influenza. Nella cassetta degli attrezzi dei prestigiatori più efficaci c’è qualcosa di diverso che un coniglio cavato dal cilindro, e John Fowles e il suo Conchis appartengono alla cerchia ristretta dei migliori.
Negli anni a venire Fowles si chiese a lungo il perché del successo del Mago, che divenne un film con Michael Caine e Antony Quinn. Accade quando il mistero finisce con lo sfuggire di mano. Infine, una piccola nota personale. Per purissimo caso ho letto Il mago in Grecia. Altrettanto casualmente, mi sono ritrovato a Nauplia; di lì, travolto dall’incantesimo del romanzo, ho deciso di proseguire e trascorrere almeno qualche ora sull’isola di Spetsai, vale a dire la Phraxos del romanzo – lo spiega Fowles nella prefazione: è lì, a Spetsai, che visse due anni lavorando come insegnante in un collegio privato, ed è lì che ha ambientato la sua storia.
Fowles, ancora, racconta come già negli anni Sessanta l’isola fosse diventata altra cosa dalla terra selvaggia che aveva conosciuto dieci anni prima; e oggi, e non da oggi, è una destinazione chic per ricchi ateniesi e turisti europei. Eppure, nella linea morbida delle colline verdeggianti e nella costa affacciata sul blu dell’Egeo mi piace pensare d’aver ancora intravisto il riflesso dell’enigma del Bourani, le figure fantasmatiche di Lily e June, la messinscena perpetua di Conchis che non ha mai lasciato l’isola.
Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
