Fabio Stassi recensisce «Gli addii» di Juan Carlos Onetti (SUR).

Immaginate una periferia senza nome. E una corriera che periodicamente vi si ferma. L’ombra di un sanatorio. Il bancone di un bar. Le mani di un nuovo arrivato, mani piene di pudore eppure spudoratamente disperate, sporche di quello sgomento che segue la lotta, e la resistenza. Le mani di un uomo che non si curerà.

Immaginate di seguire le sue scarpe lucide mentre si impolverano, di vederlo spedire due lettere al giorno a due donne diverse, bere un caffè, una birra gelata, un bicchiere di gin.

Immaginate le sue spalle lunghe e curve di ex campione di basket, la sua ostinata indolenza, l’incredula resa di fronte ai malintesi della sorte.

Si vivono tante vite e si fallisce in tanti modi, ma Juan Carlos Onetti, in questo romanzo breve e perfetto che ha per titolo Gli addii*, non racconta come sempre né la vita né i fallimenti, ma quello che viene dopo, dopo che si è vissuto e fallito, la danza sopravvissuta dei sentimenti, l’aria sospesa dell’epilogo, quando non ci sono più “persecuzioni credibili”, neppure quelle della malattia da quando la diagnosi è stata accertata. La vita, in fondo, è solo “una discutibile vicenda” (e ogni finale “vano, grottesco, senza senso”).

Per questo Onetti costruisce un libro senza confessioni, un registro di gesti e di passi di gente che se ne sta a guardare, con i suoi visi “scarni, tristi, immorali”, e i suoi sorrisi di traverso, un inventario di distributori di benzina, infermieri, camionisti, tavole calde, e amanti sul punto di toccarsi ma che non si toccano, spigoli di valigie, lentezze senza cautela. Un libro tutto di visite e di congedi, di schiene definitive, di biglietti dell’autobus da dieci pesos e fogli di giornale come tovaglie, di tavolini vuoti, e bicchieri sporchi, e incerte consolazioni.

Se si è stati un giocatore di pallacanestro si può avere coscienza della propria stanchezza come la si ha della propria statura. E dare lo stesso appuntamento a due donne che si sono odiate, a quella che fu la donna per la primavera, e alla ragazza per l’estate. Sono cose e storie senza rilevanza, perché si è ormai fuori dai limiti della decenza e del tempo, e quella stessa sera o qualche settimana dopo non importa più. Restano solo gli ultimi abbracci, bambini che passeggiano sul filo di una discarica, cappotti anacronistici, un fascio di luce contro una parete, lo struscio triste di un paio di sandali e le tende chiuse.

 


*Da sottolineare la scelta di mantenere, in questa nuova edizione che esce per Sur, la traduzione di Dario Puccini del 1979, per niente deteriorata. Puccini ci restituisce ancora e magistralmente tutta l’intensità dello stile di Onetti.

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Autore

fabiostassi@minimaetmoralia.it

Fabio Stassi (Roma 1962) di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni. Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Per minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010) e Il libro dei personaggi letterari (2015). Per Sellerio ha pubblicato L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio) e La lettrice scomparsa (2016). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013).

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