di Armando Vertorano
Primo maggio 2023, piazza San Giovanni. Sono circa le 23 e sul palco del Concertone Ambra e Biggio annunciano il prossimo artista: Johnson Righeira. Lui appare con occhiali scuri, completo tartan e bandiera antifascista spiegata. Sulla piazza piove a dirotto mentre attacca con L’estate sta finendo. Finito il primo brano parla poi di “sua figlia”, la più famosa, quella che quest’anno compie quarant’anni, e che ormai “cammina con le sue gambe” continuando a dargli soddisfazioni: Vamos a la playa. E giù con le prime, celeberrime note di sintetizzatore.
Rivedere Johnson Righeira oggi fa pensare un po’ al Mickey Rourke di The wrestler, un uomo che si porta fisicamente addosso i residui di una gloria passata e bruciata in fretta, nel bene e nel male. Una figura che sulle prime quasi stentiamo a riconoscere, perfino noi che in quell’estate dell’83, anche se piccolissimi, c’eravamo. Gli occhiali scuri ci impediscono di rivedere quello sguardo vispo e beffardo, il corpo appesantito non è più in vena dei balli sfrenati e buffi che ci divertivamo a scimmiottare, e soprattutto sul palco è da solo, senza l’inseparabile compagno Michael.
La musica, quella sì, la riconosciamo, quella è indiscutibilmente nostra.
Oh, oh, oh, oh, oh – I Righeira, la playa e l’estate 1983 è una specie di recherche dei Righeira perduti. Uscito a fine aprile per Nottetempo, questo saggio di Fabio De Luca – giornalista musicale, saggista e dj – parte dal presupposto che l’uscita di Vamos a la playa abbia in qualche modo segnato un’epoca. In compagnia dello stesso Johnson, prima tampinato e poi “agganciato” dall’autore, De Luca ci racconta letteralmente tutto di quel brano, come da piccolo demo new-wave registrato in fretta, sia diventato una super hit internazionale grazie all’incontro con i fratelli La Bionda, i maghi dell’italo-disco. Un vero e proprio tormentone estivo, se non proprio il primo, sicuramente uno dei primi, un successo tanto inatteso quanto difficilmente quantificabile: nel giro di poche settimane chiunque, ragazzi, mamme e perfino nonne, canticchiano il ritornello e qualcuno impara perfino quelle strofe in spagnolo in cui i Righeira ironizzano sulla bomba atomica, parlando di vento radioattivo che spettina i capelli e altre amenità (e non c’era ancora stata Chernobyl!).
Presi come siamo dalle ansie nucleari di oggi, dalle shitstorm sui social e dalla frenesia da politically correct – che ormai sembra essere più un terrore di dire la cosa sbagliata che l’espressione di una sensibilità genuina – ci sembra quasi impossibile che si potesse scherzare sul rischio atomico in un brano tanto mainstream. Eppure nell’Italia degli anni ’80 era come se ci fosse ancora una sorta di ottimismo a fare da contraltare al terrore, c’era ancora l’illusione (falsa) di star vivendo un nuovo boom economico e che, una volta risolta la Guerra Fredda, si sarebbe vissuti tutti alla grande. Milano sembrava il centro del mondo, la pubblicità e il design coloravano le città, la moda era eccessiva, appariscente. Insomma, si voleva e si poteva giocare con tutto, anche con l’Apocalisse.
Forse anche per questo De Luca sostiene che l’esplosione di Vamos a la playa nell’83 abbia avuto un impatto più grande di quanto si possa pensare, che il suo “fungo” – tutt’altro che letale – si sia allargato fino ad abbracciare un po’ tutta la scena culturale, musicale, televisiva di quel periodo, ma anche la situazione sociale ed economica, insomma, l’Italia intera e non solo.
In effetti anche considerando la mole del libro (oltre 280 pagine sembrano tante per raccontare la storia di una sola canzone), appare ben presto chiaro che De Luca non voglia parlare soltanto del lavoro dei Righeira ma che il suo vero obiettivo sia scandagliare tutto quel periodo storico, rifletterci sopra, traendo conclusioni e prospettive per il nostro presente. E quale modo migliore di raccontare il passato se non immergendocisi letteralmente?
L’approccio di De Luca è quasi documentaristico, più che raccontare, si espone in prima persona invitando noi lettori a seguirlo e ci fa letteralmente “vedere” i luoghi e le persone che incontra: le città di ieri e di oggi, le strade, le vecchie radio, i negozi polverosi di dischi, le sale di registrazione, gli edifici. Siamo insomma totalmente calati dentro quell’epoca retro-fantascientifica in cui perfino l’elettronica era ancora analogica.
De Luca visita i luoghi e soprattutto incontra i protagonisti di quel momento culturale tanto fervido. Se i racconti e la presenza di Johnson (così come l’assenza di Micheal, un fantasma che aleggia per tutto il libro) restano in primo piano riemergendo ogni volta che c’è da tirare le fila, durante il suo viaggio letterario l’autore chiacchiera con personaggi del calibro di Claudio Cecchetto, Antonella Ruggero e suo marito Roberto Colombo – anche l’album Tango, quello con Vacanze Romane è dell’83 – Ivan Cattaneo, Carlo Massarini e le due ragazze del Gruppo Italiano, Patrizia Di Malta e Raffaella Riva, artefici di un altro tormentone (sempre datato ’83, ça va sans dire) che ironizzava sulla fine del mondo: il caraibico Tropicana.
La struttura del libro tiene fede al modello caotico-catastrofico di Vamos a la playa, rifiutando l’andamento lineare e preferendo un percorso “esplosivo” dove i Righeira più che un punto di partenza sono un punto d’impatto da cui si schizza avanti e indietro nel tempo e nello spazio, esaminando il pre, il durante e il post-deflagrazione.
Leggendo però non si ha mai una sensazione di disordine, forse per lo stile di De Luca, che se da un lato a volte indulge in un estremo e fin troppo raffinato citazionismo, dall’altro non abbandona mai lo stupore e l’entusiasmo di un bambino al luna park.
Certo, descritto così Oh, oh, oh, oh, oh potrebbe sembrare l’ennesimo saggio a beneficio di boomer nostalgici, un altro frutto di questa moda-rifugio della generazione X. Nella parte finale del libro De Luca si fa carico anche di questo, s’interroga sulla facile idealizzazione di quei “finti anni 80 che mancano a chi non li ha mai vissuti”, e le riflessioni che ne scaturiscono sono tanto interessanti quanto lucide. Talmente lucide che a un certo punto sembra quasi di comprendere, almeno in parte, il disinteresse dei giovanissimi verso i nostri “tesori” vintage.
L’ultimo capitolo poi – tranquilli, non spoilero – è tanto spiazzante quanto perfetto. Preso dalla frenesia anni ’80 De Luca si lancia e prende esempio dai Righeira: si mette a giocare con la fine del mondo.
E c’è da dire che se qualcuno si prendesse la briga di trasformare la scena da lui immaginata in una canzone, di quelle fatte bene, con il sound giusto, potrebbe venirne fuori un tormentone estivo pazzesco.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
