Nuovo appuntamento con la rubrica a cura di Anna Toscano. Dieci domande a poetesse e a poeti per cercare di conoscere i loro primi avvicinamenti alla poesia, per conoscere i loro albori nella poesia, quali siano stati i primi versi e i primi autori che li hanno colpiti, in quale occasione e per quali vie, e quali i primi che hanno scritto. Le altre puntate sono qui.
Qual è la poesia che hai incontrato, e quando, che ti ha fatto pensare, per la prima volta, che fosse qualcosa di fondamentale?
Ricordo di avere sempre udito una musica interna a certe parole: se avevano un ritmo le memorizzavo, un verso di san Francesco o del nuovo Testamento, o di un fado, mi piaceva anche la dolcezza di alcuni aforismi, e iniziai a scambiare frasi musicali – quasi versi, con un’amica del cuore. Vagavamo fra versi di Lorca o Eluard, Rimbaud, a undici anni erano già sensi nuovi, uno stato di grazia. Cercavi un “nido di senso e suono” mi avrebbe suggerito, anni dopo, Giancarlo Maiorino, ma quel nido aveva preso alloggio nel mio cuore, respiravamo la stessa aria nella prima infanzia. A mo’ di mantra, alfabeti di una lingua madre, che cessando d’essere straniera, io potevo parlarla, aggiungendo e tra-ducendola. Lei mi insegnò a parlare dal suo cantare, era “una mente in musica a volare”, dico in China; cominciava un valzerino, per ninnarmi, e io in braccio a lei volavo, le rispondevo, credo che gioco e danza abbiano allenato il mio orecchio a intonarsi e radicarsi per primo nel corpo fino a diventare orecchio, ritmo. Mentre studiavo il pianoforte, sentivo che “altri suoni mi tenevano a notte attenta” mentre cercavo “Le mie parole in musica” contro “la sua musica con le parole”.
Qual è il primo autore o autrice che ti è rimasto/a in mente come poeta?
L’incontro con la pagina stampata avvenne, dopo che nei testi religiosi, il Cantico delle creature, Guido Cavalcanti, gli stilnovisti, nelle poesie veggenti di Arthur Rimbaud, dove la lingua francese segnava aperture di confine, ma anche Esenin, Block, i primi, poi li elessi in massa i futuristi russi; per il sentimento panico, Ungaretti dal respiro franto e pieno, umanissimo, versi uguali al respiro.
C’è stata una persona o un evento nella tua infanzia, o giovinezza, che ti ha avvicinato alla poesia? Chi era? Come è accaduto?
Mio padre, insegnante di lettere, che riempì per sempre le stanze di casa con la presenza della poesia: dalle finestre e dalle porte, entrava il soffio infinito della mente, nelle voci di Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, di Giacomo Leopardi, dei poeti crepuscolari, suoni come voci della natura, ma sacrali, un esperanto meravigliato. Le sue lezioni private svolgendosi a porte chiuse, furono nella clandestinità, cosi che anch’io amai il culto della poesia, più che nella aule di scuola.
Quali sono i primi libri di poesia che hai cercato in una biblioteca o in una libreria?
Fu quando andai a cercare testi di letteratura, dietro la vetrina della libreria Fiaccadori, di Parma, che vidi l’antologia Beat generation, tradotta da Marisa Bulgheroni per la Newton Compton: dopo il boom della prosa, ne divulgò la poesia, dei beatnik: Jack Kerouac, Gregory Corso, Ferlinghetti, Allen Ginsberg, Diane di Prima; quelle vite on the road, parlavano alla mia generazione e la letteratura americana fu la seduzione, esistenziale più che linguistica, di fratelli maggiori americani.
I crepuscolari italiani, poi, mi attrassero perché li vidi giovani non adattati ai padri, e dediti a una costruzione di vie nuove, nel verso libero. Già nei volti, emaciati e assorti, si erano stoicamente distaccati dai loro padri antichi, come Pascoli e D’Annunzio. In seguito, nelle biblioteche, conobbi i poeti surrealisti spagnoli e francesi, (Valléjo, non solo Lorca,) e fra gli italiani, Montale, Campana, Ungaretti il solo cubo – futurista. Più tardi l’impatto con la poesia di Milo de Angelis, coetaneo, di Antonio Porta, Villa, Pagliarani, Rosselli e Vicinelli.
Stiamo parlando di successioni rapide, fra l’adolescenza e lo sbocciare del medium femminile, che assunse un rango speciale di canone altro, di libertà di pensiero in Emily Dickinson; un orizzonte che si sarebbe popolato di voci femminili, comprese le mie coetanee, Sicari, Fabiani, Cascella, Annino, Nicolai, Larocchi, diventate amiche nelle edizioni della neo nata rassegna Donne in poesia / Incontri con le poetesse italiane, in continuità all’antologia di Bianca Maria Frabotta.
Il primo verso, o la prima poesia, che hai scritto e che hai riconosciuto come tale: quando è stato e in quale circostanza?
Le antiche vigilie, i cuori appesi fu il primo verso scritto da fanciulla, salvato nella memoria, dopo un folle repulisti che la madre, persa nella sua nebbia, operò per ripulire la mia camera dalla presenza di libri di letteratura. (Le ci voleva un’analisi solo per questo, commentò l’analista). Ma questa morte per fuoco le battezzò, tutte, le future, “mie parole orsù seguitemi “disse Bachmann.
Quando poi i versi sono arrivati copiosi, quali sono stati i tuoi pensieri?
Quando i versi vennero copiosi, stavo leggendo le poesie di Esenin, e in alcune notti scrissi Cantare semplice, di getto, che confluì ne Il Cantare, e siamo nel 1984. Leggendole, lo Spatola mi sgridò, E allora, sono poesie tutte prontissime, cosa stai aspettando? Scappa via da qui, vattene.
Dovendo costruire il formato del libretto di Tam Tam, ne volle soltanto 20, le successive 30 uscirono con Campanotto ne Il Cantare.
Quando hai avuto tra le mani le tue prime poesie pubblicate, cosa è accaduto?
Ebbi la sensazione che qualcosa di magico si era materializzato, dopo che generato, che era vivente anche per gli altri. Al mio verso che alludeva al poetare: “Solo momenti di magica andatura” sempre lo Spatola commentò, Ah perché ti pare poco?
Da allora potei dire io, un altro volto – di poeta – mi aveva riconosciuto.
La poesia per te è più di una fede o quasi una fede?
La poesia è diversa dalla fede, ma forte tanto quanto. E’ necessaria, ma anche capitata, è dono, è lo Spirito che soffia dove vuole, che cambia con la lingua del mondo. Non so se sarei io senza la Poesia, sarei una diversa, un non- io.
“Se Dio mi ama io scrivo, e se non scrivo muoio, peggio beccheggio e stono fino a sera, le mie modestissime preghiere”, dico in Ecco un io pianetino, da Album feriale.
La poesia inizia?
Inizia da un big bang del tutto imprevisto che diventa un pensiero parallelo, interno, e mi parla una lingua che si detterà da sola.
La poesia finisce?
Finisce mentre si è esaurito un flatus vocis, e non respiro più, sono sott’acqua e non ho più motivo di andare a capo, è finito l’ossigeno, forse si conchiuderà nella limatura, che non è frequente oppure dopo anni, e riscrittura.
Anna Toscano vive a Venezia, insegna presso l’Università Ca’ Foscari e collabora con altre università. Un’ampia parte del suo lavoro è dedicato allo studio di autrici donne, da cui nascono articoli, libri, incontri, spettacoli, corsi, conferenze, curatele, tra cui Il calendario non mi segue. Goliarda Sapienza e Con amore e con amicizia, Lisetta Carmi, Electa 2023 e le antologie Chiamami col mio nome. Antologia poetica di donne vol. I e vol. II. Molto l’impegno per la sua città, sia partecipando a trasmissioni radio e tv, sia attraverso la scrittura e la fotografia, ultimi: 111 luoghi di Venezia che devi proprio scoprire, con G. Montieri, 2023 e in The Passenger Venezia, 2023. Fa parte del direttivo della Società Italiana delle Letterate e del direttivo scientifico di Balthazar Journal; molte collaborazioni con testate e riviste, tra le altre minima&moralia, Doppiozero, Leggendaria, Artribune, Il Sole24 Ore. La sua sesta e ultima raccolta di poesie è Al buffet con la morte, 2018; liriche, racconti e saggi sono rintracciabili in riviste e antologie. Suoi scatti fotografici sono apparsi in guide, giornali, manifesti, copertine di libri, mostre personali e collettive. Varie le esperienze radiofoniche e teatrali.
