foto © Davide Barbieri

di Giuliana Zeppegno

Credo di essermi addormentata per qualche secondo, perché mentre ero lì che mi rigiravo, con i piedi accarezzati dall’aria calda del ventilatore, a un certo punto la stanza è sparita. Niente più tenda pesante tirata, niente ronzio delle pale nell’ombra. C’era Keith Richards che sogghignava, con la bandana sugli occhi ammaccati di nero. Poi c’era uno struzzo che scorrazzava nel deserto sollevando un gran polverone. Pum, pum, suonava il terreno come un tamburo. E io a pensare che viene la mandria. Che si avvicinano i temporali. Due seni fasciati di tessuto rosso. Davanti: l’oscillare della catenina. Un pendolo d’oro così vicino, così vicino da dover incrociare gli occhi per riuscire a metterlo a fuoco. Così vicino da poterlo afferrare coi denti, se solo…

Quando alla fine mi alzo dal letto, la stanza è piena del mio sudore. Socchiudo la porta-finestra. Mi investe il brusio bollente del fuori. In cucina ci sono ancora i piatti del pranzo. Io mi muovo nel caldo senza provarlo, come se fosse una forma o un colore. Sciacquo un bicchiere, lo riempio con l’acqua del rubinetto, bevo svegliandomi completamente.

D’improvviso suona il citofono. Che strano. Un dieci di agosto a quest’ora. Sì? Chi è? Un pacco per me a quanto pare. Un errore, forse. O una sorpresa da lui che è lontano e non chiama ma forse mi pensa e mi manda… dei fiori?

Tonfo secco dell’ascensore. Consegna fulminea, non serve più neanche firmare. Ed eccomi qui, col pacchetto in mano. Un parallelepipedo più grande di un libro, di un cartone diverso dal solito, color grigio chiaro. L’etichetta dice: Shanghai. Lui è in Argentina. Forse ha ordinato qualcosa per sé mesi fa, e se n’è scordato. Ma il nome sul pacco è il mio, lui l’avrebbe spedito a sé stesso.

Mentre provo a strappare l’involucro senza riuscirci, il battito accelera leggermente. Un’eccitazione ha preso a percorrermi, come linfa dentro una pianta. La gola riarsa mi pulsa appena. Finalmente trovo le forbici e mi metto a squartare gli strati di scotch. Crac. Il pacco si apre da un lato. Ne esce un foglietto che vola a terra. Infilo una mano e non sento niente, solo i pallini di polistirolo che si usano come imbottitura. Niente di niente. Giro il pacco e lo svuoto sul tavolo. Insulsi pallini, a migliaia.

Allora mi chino, sollevo da terra il biglietto, e sbalordisco: c’è una scritta in cinese per me indecifrabile, ideogrammi tracciati a penna su due-tre righe. E nitido in mezzo, in alfabeto latino, il mio nome intero. Il mio nome vero, non il diminutivo con cui mi conoscono tutti quanti. Persino lui.

Rimango impalata per qualche secondo a fissare il pacco sventrato. Il cuore mi batte veloce adesso, e non di euforia. Affondo le mani nel polistirolo, rovisto quasi con raccapriccio, e infine lo tasto. Un  minuscolo pacchettino. O meglio un involto, un groppo, un bozzolo  duro fatto di carta. Lo apro a fatica, con mani nervose.

Intravedo qualcosa che brilla. Un po’ osceno, come una perla in mezzo allo sporco. È un ciondolo d’oro. Soltanto l’ovale, senza catenina. Lo tocco, lo giro e lo riconosco. Urlo. Lo scatto del braccio è talmente forte che l’oggetto finisce sul pavimento. Non è possibile. Lo raccolgo. Non è possibile. Il bordo inscurito, ammaccato in un punto, la pietra rossa.

Lo annuso, lo giro, lo palpo a lungo da tutti i lati. Alla fine lo appoggio sul tavolo a una certa distanza. È lui. Lo stesso ciondolo di vent’anni fa, regalo del mio primo amore. Quel ciondolo che mi ero strappata dal collo, lo ricordo come se fosse ieri, durante la traversata tra Dover e Calais. Di ritorno da una gita che per il resto ho dimenticato. Un gesto drammatico, da adolescente.

Eccoli qui, i miei ricordi. Lui che dice Scusa, mi sono sbagliato. Io che mi porto la mano al collo e tiro e strappo e piango ma compiendo quel gesto mi sento meglio, mi vedo da fuori bella e tragica e adulta e mi sembra che in fondo vada bene così. Vattene, ho bisogno di stare da sola, gli dico. C’è vento. Il mare inghiotte il mio ciondolo, la nostra effimera storia d’amore e l’adolescenza di cui ho fretta di sbarazzarmi. Poi basta. Di quella sera non ricordo altro.

Quando vengo a sapere del suo matrimonio, diversi anni più tardi, il nome non mi dice già quasi più nulla. Tempo dopo, qualcuno mi parla dell’incidente, non un giorno qualsiasi, ma quello euforico della mia festa di laurea. Io non provo niente. Il pensiero che qualcuno che conoscevo non esista più mi impressiona, certo, eppure non verso nemmeno una lacrima.

Apro il portatile e mi metto a cercare forsennatamente, con le dita che martellano la tastiera. Cerco immagini per quasi un’ora ma niente, nessun gioiello che gli assomigli. È passato un mucchio di tempo, che cosa pensavo che avrei trovato? E l’ammaccatura… Era stato in montagna, ricordo, una volta che il ciondolo mi era caduto infilandosi in mezzo alle pietre. Ero riuscita a estrarlo, ma l’oro del bordo si era scalfito. Non era oro vero, evidentemente, il mio fidanzato mi aveva ingannato persino in questo, aveva concluso mia madre sprezzante.

Passo un’altra ora a fissare l’oggetto con sgomento crescente. Forse è uno scherzo di G. Ma non ricordo di avergli mai raccontato quell’episodio. Prendo il telefono, scrivo: Mi hai mandato un pacchetto, per caso? Se è uno scherzo non è divertente. Me ne pento subito dopo. A Buenos Aires sono le sei, starà ancora dormendo. Lui non mi pensa, mai e poi mi regalerebbe un gioiello. Men che meno architetterebbe uno scherzo così complicato. Suono metallico di messaggio in arrivo. Trattengo il respiro. “Ciao tesoro. Non so di cosa stai parlando. È successo qualcosa?”.

A questo punto commetto l’errore. La tastiera è lì, e io ci digito il  nome e il cognome. La foto è quella che uscì sui giornali, in bianco e nero con la grana grossa. I capelli ricci, le ciglia folte. Mi sento mancare. Vent’anni spariscono in pochi secondi. Un capogiro mi prende, del tempo che sfuma. Del tempo che piega, si torce, svanisce, come se non fosse mai esistito. Come se tutto fosse simultaneo, sempre e dovunque. A trentadue anni aveva ancora la stessa faccia da ragazzino. Gli stessi occhiali senza montatura.

Prendo la borsa e infilo la porta, senza neanche guardarmi allo specchio. Ho lasciato il gioiello sul tavolo, ma mi sono messa in tasca il biglietto. Vago a lungo, nel caldo che soffoca, con le lacrime che mi velano gli occhi. Prendo vie a caso. Il passato mi colonizza in forma di immagini disordinate, che non sapevo di avere dentro. Poi il tatto. La sensazione della sua pelle, l’odore. Mi sgretolo dentro, mentre il sole mi brucia la testa, le spalle.

Infine capisco quel che devo fare. Torno indietro, in direzione del negozio cinese che ho sotto casa. Lidia mi accoglie con un sorriso. Chissà qual è il suo vero nome, non ho mai avuto occasione di chiederglielo. Mi avvicino alla cassa e inizio a spiegarle la situazione. Certo, fa lei. Fammi vedere, se sono capace te lo traduco… Mi trema la mano, mentre cerco il biglietto in tasca e lo porgo alla giovane donna vestita d’azzurro, sempre dolcissima, che non tradisce la curiosità.

Sbam! Il rumore mi sveglia di colpo. Dev’essere il camion della spazzatura. Appoggio un piede sul pavimento rabbrividendo dentro il pigiama. In salotto, l’alba invernale inizia a insinuarsi sotto le imposte. Sul divano è rimasto il libro, aperto più o meno a metà, a faccia in giù. Quando lo prendo in mano per chiuderlo, l’occhio mi cade sul primo paragrafo. Lo shanghai è un gioco cinese, spiega l’autrice, consistente nell’estrarre dei bastoncini da un mucchio senza far muovere quelli vicini. All’improvviso suona il citofono. Sarà un ubriaco sicuramente.

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Giuliana Zeppegno è nata in provincia di Torino nel 1980. È laureata in Lettere a Torino. Ha un dottorato in Letterature Comparate e Studi linguistici (Università di Trento). Dal 2010 risiede a Madrid, dove l’ha portata un postdoc in Teoria della Letteratura e l’hanno trattenuta l’amicizia, l’attivismo e l’amore. Ha insegnato italiano L2/LS per diversi anni. Dal 2012 è autrice di scolastica (grammatica e letteratura per scuole superiori e medie) per conto di diverse case editrici italiane, e sporadica traduttrice spagnolo/italiano. Ha esordito nella narrativa nel 2022 con il romanzo La luce che pioveva (L’orma editore).
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