Come siamo arrivati a quest’inverno? il tempo di una cortesia e poi
di colpo, ognuno per conto suo:
e ora ride con la mano davanti alla faccia,
prega il suo dio di gusto, scivola in mezzo agli altri
senza farsi vedere: autonomo, ben piazzato,
sesto, o settimo: uno comunque ragionevole:
bravo a tenere nascosto un segreto
che alla fine non c’era, a mettere in frigo le bambole,
a chiamare un’ostetrica in caso di pericolo,
niente niente
il dormitorio pubblico, anche se prenotato,
tutto a regola d’arte, fosse pieno:
e dovessimo allestire per la notte,
notte su notte, un giaciglio di fortuna – chiamalo così:
qui, proprio davanti al tuo letto,
dove c’è ancora tutto sporco di sangue,
e resta del combattimento appena avvenuto
la voglia di una telefonata, al massimo.
se poi il tuo corpo cambia,
è perché la crescita fa allungare le ossa,
e la pelle non regge ai colpi:
una ferita – a questo punto della vita – vale un’altra:
i geloni per esempio sono il modo perfetto
con cui le malattie, certe malattie,
le migliori, si fanno sentire:
ogni medico del nostro giro lo sa,
non occorre allarmarsi,
una bella rinfrescata alla stanza
e un poster di un’isola a tesi
a coprire quel buco che dà sul vano ascensori:
il tumore che prende i palazzi persino,
le prime mattine di ottobre può capitare
che ti ritrovi a parlare di un amore mancato
all’assemblea convocata in prima seduta alle sette a.m.,
da solo, tu con i nuovi vicini: non si sentivano mai
e all’improvviso ascolti soltanto i rumori infiniti
di contorno alle case:
la stanchezza che prende i bambini
che hanno troppo sonno per chiudere gli occhi.
allora? va bene? restiamo così?
e per sabato sera? e ti scendo il sacchetto
della monnezza? ti calmi? ti chiamo quando sono arrivato
all’estremo del parco viventi?
siamo una cazzo di generazione, la nostra
(mio dio, per favore, non questo: non questo modo di fare)
direi fortunata: in dieci o in quaranta prendiamo il toro
per le corna e non lo lasciamo finché l’acido lattico
non ci ha mangiato anche l’ultima fibra
dei muscoli: e ora perché io dovrei
fare diversamente, con te,
che neanche ti conosco, non so nemmeno se,
in caso di pericolo, di rischio serio
– terremoto, nevralgia, analisi del sangue, torto –
te la sapresti cavare, se sei utile:
sì, proprio così, ho detto utile.
perché, nota bene, stiamo parlando di barche, di scafi,
esodi magari anche brevi, naufragi scolastici,
ma occorre una pratica con le onde pur minima,
una familiarità con l’acqua e l’assenza
che voglio sapere, assolutamente, se sei in grado:
la dote, un curriculum, massimiliano kolbe,
una propensione al tutto per tutto
che è l’unico motivo per cui tu e non un altro.
le prime vittime del pronto soccorso
sono sempre le infermiere stesse:
per salvare il cane impazzito di rabbia
che rischiava di finire schiacciato
nella bocca della porta automatica,
per tamponare tutta la notte il flusso di sangue,
perdono un braccio, o s’infettano.
quando capita così, si scrivono codice rosso
sulla pancia da sole, e si mettono a letto:
il primo che passa è loro per sempre.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).


Tutto d’un fiato, bellissimo.
Meravigliosa.
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