Da milanese trapiantato in tarda età a Roma, dove lavoro per un mercato internazionale dell’audiovisivo, non posso che confermare il luogo comune secondo cui il cinema italiano appartiene alla capitale. Milano per tutti ha altri core business, dalla finanza alla moda fino alla pubblicità, mentre Roma gravita fatalmente intorno alla Rai e a Cinecittà.
Eppure, e non solo per motivi biografici, cioè per il fatto che quando vivevo a Milano ero un semplice spettatore mentre da quindici anni a Roma coi film ci lavoro, io associo alla mia città natale un ruolo fondamentale nella cinematografia nazionale, e cioè quello della fruizione di qualità. Una fruizione speciale, all’avanguardia, per spettatori appassionati ed esigenti. Qui, infatti, sorsero le sale cinematografiche più avveniristiche, come l’Arcadia di Melzo, il primo multiplex italiano a proiettare in 70mm e con il Dolby Digital, e sempre qui, quasi mezzo secolo fa, nacque l’idea dello spazio polivalente, come il MusiCineTeatro dell’Anteo, che a febbraio di quest’anno è risultato il primo cinema a livello nazionale per presenze, superando i 60.000 ingressi.
Ma, al di là della Rai, Roma è il centro produttivo dei film e Cinecittà ne è il cuore pulsante perché tutta la capitale è un gigantesco teatro di posa a cielo aperto, in cui si replicano ad libitum i grandi classici della settima arte, come s’intuisce guardando le coppie in fila davanti alla Bocca della Verità, che poi era un semplice tombino, o le turiste che d’estate sfidano i tutori dell’ordine per bagnarsi nella fontana di Trevi sognando di essere raggiunte dal loro Marcello.
D’altronde, la proverbiale estroversione di Roma e la sua incomparabile bellezza scenografica hanno delle radici storiche ben precise, basta guardare Piazza Navona, che ricalca la struttura dello stadio di Domiziano del primo sec d. C., e che nel Seicento fu allestita come un enorme teatro urbano avvalendosi del genio spettacolare di Bernini e Borromini. Non può essere un caso che l’evento per eccellenza della storia, l’assassinio di Giulio Cesare durante le idi di marzo, si sia consumato in un punto della città sopra il quale oggi sorge uno dei teatri più seguiti della capitale, il teatro Argentina.
Milano, considerata fin dal Cinquecento ugly city, città “poco a riguardanti grata” (come sentenziò impietosamente il poeta Giuliano Goselini), così sobria, introspettiva e grigia da “costringere i suoi abitanti all’accattonaggio visivo” (secondo l’opinione di Giorgio Manganelli, altro milanese trapiantato a Roma che di bruttezza se ne intendeva), non poteva che essere più incline di Roma al silenzio e al raccoglimento tipici della fruizione di una pellicola. Perché di qualsiasi storia si parli, in qualche modo de te fabula narratur. La sala contiene gli spettatori, li conduce nel buio, è un set predisposto per fargli fare un’esperienza, e infatti il cinema nasce, con i primi esperimenti dei fratelli Lumiere, contemporaneamente alla psicanalisi, portando dietro una predilezione per l’oscurità, l’abbandono, il rito collettivo.
E la miglior rappresentazione dell’amore travolgente dei milanesi per il cinema la scrisse Carlo Emilio Gadda, l’ennesimo gran lombardo che scelse di vivere i suoi ultimi anni nella città eterna, in un racconto pirotecnico e ispirato, apparso sulla rivista Solaria nel ’28, che è un piccolo capolavoro di invenzioni linguistiche e similitudini sorprendenti. La scena si svolge una domenica pomeriggio degli anni Venti nella “popolaresca contrada” del “tortuoso” (?) corso Garibaldi di Milano. L’autore segue la folla festante che sta andando al cinema di quartiere, secondo alcuni studiosi per vedere un film il cui titolo a noi oggi non dice nulla, l’Eroina della strada ferrata, per la regia di Webster Campbell, con Corinne Griffith come interprete principale, ma che allora evidentemente riscosse un grande successo. Trascrivo qui la parte più divertente, quella in cui il pubblico, dopo una lunga attesa, ha finalmente accesso alla sala, dove l’ingegnere dà il meglio di sé:
Improvvisamente la sindrome tipica delle frenòsi collettive si manifestò nel magma. Impazzirono tutti. Non furono più che degli accamaònna e orcoìo, fra gomitate e strappi paurosi. Dal foderame de’ panni emergevano volti tumefatti, nel mentre particolari oggetti di rifinimento si allontanavano dal proprio insieme come sciarpe o mezze giacche o qualche ombrello restìo che, tenuto disperatamente da cinque dita e da un pezzo di braccio male incastratosi fra gli omeri di due sconosciuti, seguiva il proprietario un po’ da lontano. Invocazioni disperate dei gracili, degli erniosi, dei denutriti, e così degli asfittici, gelavano i cuori sensitivi. E poi tutto si confuse in un violento torrente il quale, dopo intoppi e gorghi d’ogni maniera, proruppe rigurgitando nella diabolica sala, così come dai valichi retici usò dilagare verso melme padane la paurosa gente, nomine Unni.
Insomma, dov’è il silenzio e il raccoglimento, dov’è l’introspezione, la città d’ordine, paziente e rispettosa delle file? Niente, solo una passione travolgente per il “cinema”, che è anche il tautologico titolo del racconto di Gadda. Perché i film a Milano si sono sempre fatti, come Miracolo a Milano, i poliziotteschi, Pozzetto, Abatantuono, Salvatores e tanti altri, ma la verità è che questa è soprattutto una città di consumatori di storie. Cambiano col tempo i sistemi di proiezione e le modalità di fruizione, ma Milano resta soprattutto la capitale degli spettatori.
Ai miei tempi, una vita fa, tutto partiva dal Tre Gazzelle. “Ci si vede al Tre gazzelle!”, quello era il segnale di una serata al cinema in compagnia. Il bar di corso Vittorio Emanuele faceva le veci di Google, con il cartello dei film appeso sulla porta d’entrata consultato frettolosamente per decidere cosa e dove. Non c’era bisogno di avere già in mente un film preciso, bastava andar lì e decidere all’ultimo, tanto quasi tutte le sale cittadine si trovavano in centro, attorno appunto a quel locale. Non esistevano multisala e neppure prenotazioni, bisognava solo arrivare un po’ prima e mettersi in fila.
Io di solito sceglievo l’ultimo spettacolo delle 22.30, e prima andavo a mangiare al ristorante la Bruschetta, vicino alla sede centrale dei vigili, un buco con pochissimi posti a sedere ma con un servizio fenomenale e un ricambio rapidissimo. Ricordo che in pochi minuti preparavano una pizza margherita o degli gnocchetti verdi al sugo squisiti, un raro esempio di fast food di qualità.
Viceversa, se si sceglieva di mangiare dopo il film conveniva spostarsi in via San Pietro all’orto per il Santa Lucia, aperto fino a tardi e dalla clientela illustre, come testimoniato dalla selva di foto con dedica appese.
Quanto ai film, in alcune sale si poteva andare ad occhi chiusi, come il President di via Larga, il Tiffany di piazza Lima (dove vidi il mio primo film senza genitori: Taxi driver) o appunto l’Anteo delle origini, che ospitava una piccola libreria di cinema aperta fino a tardi, perché lì la programmazione di qualità era assicurata.
Insomma, un altro mondo, un’Atlantide definitivamente sommersa. I film non si vedono più così, oggi si prenota il posto e ci si informa bene prima, di modo che la visione sia una specie di verifica di un pregiudizio, e Milano non è più l’anti-pittoresco per definizione, la città fatta per chi non ha paura di restare solo con i suoi pensieri. Quelle sono nostalgie da persona attempata, che fatica ad adattarsi ai cambiamenti troppo rapidi e rimpiange l’irrecuperabilità del suo passato remoto; e si sa, al nord il passato remoto si usa solo per le fiabe. E poi il luogo dell’origine e il regno dei padri non appartengono alla storia ma al mito, e il mito di Milano città status in genere non è radicato nella nostalgia di un bene perduto, ma in una possibilità che il tempo, anziché realizzare, ha soffocato.
Ma da grande estimatore di Hans Robert Jauss e della sua Estetica della ricezione, io sono convinto che la storia del cinema sia essenzialmente un processo a cui prendono parte tre istanze: l’autore, l’opera e il pubblico; detto altrimenti, un processo in cui la dialettica di produzione e ricezione è sempre mediata dalla interazione di entrambe. Ergo non esiste lo spettatore passivo e contemplativo (fatta salva la mera consumazione), e la costruzione del senso di un’opera è qualcosa a cui partecipiamo tutti, produttori e fruitori, Roma e Milano, perché solo così l’opera diventa un’esperienza estetica.
