di Carlo Benedetti
Ti è mai capitato di essere amato da qualcuno e non ricambiare quell’amore? A me è capitato poche volte, direi piuttosto il contrario: di innamorarmi di chi non mi amava; ma se a te è capitato, cos’hai provato? Imbarazzo? Dispiacere? Fastidio? Non c’è anche una specie di risentimento verso chi ti ama non ricambiato? Così, per me, è la vita: un innamorato che non ami. Puoi decidere comunque di provarci. Puoi concederti, certo, puoi vedere come va, ma lo sai che da parte tua non sarà mai amore. Eccolo lì, il dono non richiesto: l’amore di qualcuno che non ricambi, la vita. Sono la stessa cosa.
Leggendo Maria Malva. Brucia il giorno per me di Emiliano Dominici (effequ 2024) si ha l’impressione di trovarsi davanti alla forma classica di un concerto (non stupisce che l’autore sia anche musicista): un movimento d’apertura veloce, in cui nel giro di poche pagine si svela il centro terribile del romanzo; un movimento centrale in adagio con un flashback lungo quanto la vita di Maria Malva; e un movimento finale di nuovo veloce, in cui tutto è ormai successo e rimangono sulla pagina le storie dei personaggi che precipitano ognuna verso un proprio (impossibile) finale. Se l’inizio e la conclusione sono composte da una polifonia di voci, di vite immerse in un presente complesso, spesso solitario, il cuore del romanzo ci regala un assolo su un personaggio incredibilmente ricco, sfaccettato, al quale è impossibile non affezionarsi (e che ci spezzerà il cuore).
Maria Malva condivide con un altro grande personaggio della narrativa contemporanea – Jude di Una vita come tante di Hanya Yanagihara – un passato da orfana cresciuta in orfanotrofio e lungo tutto il libro riaffiora nel lettore una domanda bruciante: possiamo imparare ad amare se non siamo mai stati amati? Perché, nelle 300 pagine che scorrono senza tregua, tutti affrontano la propria personale idea d’amore, di felicità, di desiderio, e ne escono diversi: a volte migliori, altre molto meno. Nell’affresco di età, classi sociali, orientamenti di genere e sessuali che questo libro ci regala, si legge in filigrana l’umanità di ognuno, anche di chi a prima vista appare meschino: un’incessante ricerca che non può avere se non risposte parziali, accomodamenti con la realtà della vita che non ha alcun particolare interesse per noi e le nostre piccole storie. Nel raccontarci le vite che la vita di Maria Malva tocca, la lingua di Dominici è carica di dialoghi, a tratti quasi pronta per una messa in scena, e rifugge dal lirismo fine a sé stesso. Sembra oscillare fra un crudo realismo e lo straniamento che ogni personaggio (ma forse, ognuno di noi?) porta al testo. Tutti, infatti, Maria Malva, Milagros, Anna, Martelli, guardano al mondo, dicono il mondo, a partire dal loro unico punto di vista, immediatamente riconoscibile e appena spostato – di lato, indietro, in avanti – rispetto a quello degli altri. Forse proprio per questo diventa così difficile incontrarsi, essere insieme, in un’Italia che si chiude sui postumi di una pandemia così simile a quel trauma che abbiamo collettivamente vissuto e prontamente rimosso.
Quando mi hanno dimesso, il personale del reparto, tutto maschere e sorrisi negli occhi, si è messo ai due lati del corridoio e ha cominciato ad applaudire, come se fossimo in un film di Natale. Lì ho capito di averla scampata bella. Ed eccomi nella mia casa, coi miei libri, tanto debole da non riuscire a leggere, in polmoni ammaccati, la testa confusa, solo. Eppure, vivo.
Ma, forse, una chiave per non perdersi in questo diorama narrativo, allo stesso tempo perfettamente congegnato, in sé conchiuso e infinitamente espandibile, sono le parti in cui il libro si rivolge… al proprio lettore? In un “tu” impossibile, siamo presi per mano e accompagnati attraverso delle vite come tante: uniche. Senza offrirci nessuna risposta, ovviamente, il romanzo ci aiuta ad avvicinarci e allontanarci dal testo in un movimento che assomiglia a quel magico momento in cui un amico che non vedevamo da molto tempo si siede accanto a noi, senza alcuna fretta di andarsene.
In effetti, come accade sempre, la risposta impossibile è quella che desideriamo di più, la risposta alla più temibile delle domande: perché? Perché la vita è questa e non un’altra? Perché siamo qui e non in qualsiasi altro posto? Dominici ci fa toccare con mano quanto sia pericoloso, quanto possa trasformarci, la voglia di trovare una risposta. Quanto poco basti – un’infanzia sfortunata, una caduta come tante – per ritrovarsi a bruciare in un attimo quella che avrebbe potuto essere una storia diversa, forse più felice, sicuramente umana. E ci lascia con un senso di equanimità, di apprezzamento per tutte le cose che accadono, per come accadono, nell’unica e fragile pace possibile per noi essere umani: che siamo quello che siamo. E che quello che siamo va bene.
Quando analizzava la faccenda con una prospettiva logica, si diceva che no, lei non c’entrava niente, non era colpa sua. Ma bastava un momento di distrazione e la logica lasciava il posto a qualcosa che assomigliava a un istinto, deciso come una linea retta, che le sussurrava tutto quello che non voleva sentire, ovvero che non c’era nessuno da incolpare se non sé stessa, Maria Malva, molle e mucillaginosa come il suo cognome.
«Ma dimmi di te, piuttosto. Che idea ti sei fatto della vita?» è la domanda con la quale si chiude il libro e tutte le storie che lo compongono. In Maria Malva non troviamo redenzioni plateali, nessuna salvezza scontata. Piuttosto, forse, i movimenti ineluttabili delle rinascite, una primavera che ci trasforma e ci regala un altro giro di giostra da cui ognuno possa – se vuole – trarre qualche briciola di felicità.
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