Foto crediti di Guido Mencari
In teatro le cose devono succedere; non possono essere mai uguali, non si possono mai ripetere o inseguire. In teatro c’è la vita e la vita va messa in scena nella sua complessità. Si sbaglia, si scivola e ci si rialza. Sipario. Ciarlatani, scritto e diretto Pablo Remón, tradotto in italiano da Davide Carnevali, racconta due storie che si trasformano in ogni istante. E quindi diventano cinque, dieci, quindici. Sono le facce di un cristallo grezzo che solo apparentemente, solo a un primo sguardo fugace, si somigliano.
Ci sono un’attrice e un regista: lei figlia d’arte, lui vivo per miracolo. Lei ci mette il cuore, lui ci mette la visione. Le loro due strade si sfiorano, senza mai toccarsi veramente. Ed è questa la cosa bella di Ciarlatani: gioca con ciò che può essere, invita lo spettatore a immaginare, a credere, e poi si ritrae, piano, come un illusionista che dopo l’ennesimo trucco abbassa lentamente le mani per non farsi vedere mentre infila in tasca la carta che ha fatto sparire. Ciarlatani è come una serie di scatole cinesi, e cambia in diretta, davanti agli occhi degli spettatori: si allarga e si restringe; gli spazi, prima spogli, si riempiono di oggetti, di fondali, di stanze. Gli attori spostano, impilano, compongono. E c’è un dentro e fuori continuo: dai personaggi, dalla storia, dal tono del racconto. Che sembra singhiozzante, e in parte lo è, ma che è così travolgente da non lasciare niente al caso.
Il regista è interpretato da Silvio Orlando (che fa anche sé stesso, un barista kazako e un ferocissimo bimbo di sei anni: stupendo), mentre l’attrice è interpretata da Blu Yoshimi, che s’infila nei sogni e nei pensieri, che è nervosa, verace ed esplosiva. È una seconda pelle per lo spettacolo, una cartina tornasole di quello che oggi vuol dire provarci e incassare rifiuti e sconfitte. Insieme a Orlando e a Yoshimi, ci sono anche Francesca Botti e Francesco Brandi, che non si limitano a comparire o a dividere la scena con loro: si trasformano, cambiano faccia; fanno pure loro dieci e più personaggi, e riescono a essere sempre differenti. Vivi, tesi, calati perfettamente nell’attimo.
Ciarlatani è uno spettacolo sul teatro e sul cinema, e parla di teatro e di cinema. Ma allo stesso tempo parla di noi, del successo, del peso delle aspettative e di quello che crediamo che gli altri vogliano vederci fare, e che in realtà siamo noi, con la nostra ansia e la nostra paura, ad autoimporci. Non vince nessuno, in Ciarlatani. E soprattutto non perde nessuno. Si fa avanti, però, un sesto senso: una voce che prende forma, che si fa alta e che ci pone delle domande precise, che addirittura ci insegue, come succede all’attrice interpretata da Yoshimi, nei sogni. Chi siamo, cosa vogliamo, che cosa desideriamo. E poi cosa sappiamo fare, cosa non sappiamo fare, dove iniziamo noi e dove, invece, inizia l’idea che gli altri hanno di noi. Siamo buoni, cattivi, capaci, siamo talentuosi – oddio, sì, il talento: si parla anche di questo in Ciarlatani. C’è la vita di chi scrive, che entra prepotentemente nel racconto, che anzi si fa parte del racconto e che mischia ancora di più le carte in tavola.
All’inizio, Ciarlatani è una cosa. Dopo qualche minuto ne diventa un’altra, e noi – noi, il pubblico; noi che sentiamo e ascoltiamo; noi che abbiamo il compito di partecipare come possiamo, con i sensi e la voglia, e che non possiamo subire e basta – ci dobbiamo impegnare per capire, per non lasciarci sfuggire niente, per sapere con chi, esattamente, ce l’hanno i protagonisti. Perché ce l’hanno con qualcuno, ed è evidente. E alla fine lo dicono. Ce l’hanno con sé stessi, per non essersi ascoltati abbastanza e per non aver detto di no quando tutto e tutti gli consigliavano di dire di sì. L’attrice è in tempo, è giovane, ha la forza di chi può convivere con i cambiamenti. Forse il ricordo di suo padre le pesa, è come un macigno, ma non importa. Ce la può fare. Il regista no. Ci prova, per carità. Per un serissimo momento, dopo essere sopravvissuto a un incidente aereo, ci crede anche lui. Ma è, appunto, un momento.
Le scene di Roberto Crea sono una parte fondamentale dello spettacolo. E offrono allo spettatore qualcosa di concreto a cui potersi appigliare. Perché vediamo il teatro che si fa, che si amalgama, davanti a noi. E non c’è bisogno di sforzarsi per credere. Il teatro è un tempio in cui si predica la religione del corpo e della concretezza fisica. Il processo non è schermato o nascosto; gli attori non hanno ore intere per prepararsi. È tutto lì, istantaneo, e accade. E Ciarlatani fa proprio questo: accade. Un minuto prima è quasi – sì, perché non lo è davvero; non può esserlo – cinema, con un voice over che accompagna i passi degli attori, che li rende prevedibili, chiari e addirittura semplici da seguire; e il minuto dopo è teatro puro: le pareti si restringono, le luci sfumano e un uomo parla con un altro uomo, occhi negli occhi. C’è solo quello che indossano, che tengono in mano, le siede su cui si accomodano.
Ciarlatani è un invito, ecco cos’è. A spegnere i cellulari, per esempio, e a seguire per un’ora e quarantacinque una storia che non è unicamente una storia, ma che è tante storie (l’abbiamo già detto), e che proprio per questo merita attenzione e concentrazione. Ciarlatani è il tentativo di riportare tutto a un livello più essenziale e immediato: un livello in cui contano le voci e le facce, in cui un’espressione viene fuori impastata e deve comunque essere credibile, e in cui i rumori del palco inseguono i rumori della platea. Un ciarlatano, dopotutto, non è mai da solo. È, per forza di cose, sempre in coppia: uno che parla, l’altro che ascolta; uno che indica, l’altro che segue. Uno che mente, l’altro che annuisce.
