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«Credo che un giorno diventerò numero uno del mondo, e quando ci riuscirò sono un po’ preoccupato di non ricevere il giusto credito perché le persone diranno che ci ho messo troppo tempo per spingermi lì»: con queste parole Roger Federer nel 2003 rispondeva a un giornalista che chiedeva conto di un talento evidente ma che non aveva trovato ancora il suo naturale compimento (nel Roland Garros di quell’anno Federer perderà con l’allora numero 88 del mondo, Luis Horna, in tre set e con il record di più di 80 errori non forzati). Quella di Federer assumeva le forme di una carriera che rischiava di sciogliersi nelle sconfitte che seguirono quella straordinaria vittoria nel 2001 contro Pete Sampras a Wimbledon che sembrava far presagire, nella più classica delle modalità, il passaggio di testimone tra campioni. Nel 2003, in effetti, sembrava delinearsi per Federer un «collasso definitivo» che avrebbe aperto un universo alternativo al quale preferiamo non pensare.

Per chi oggi ha circa trent’anni e segue il tennis, i contorni della carriera di Roger Federer finiscono per confondersi e sovrapporsi inevitabilmente a quelli della propria esistenza. I cinque Wimbledon consecutivi tra il 2003 e il 2007, la sconfitta con Nadal agli Internazionali di Roma nel 2006, l’incredibile vittoria degli Australian Open nel 2017 al ritorno dall’infortunio e partito come diciassettesima testa di serie, la sconfitta indigeribile con Djokovic nella finale epica di Wimbledon 2019 e la recente uscita dalla top 10 dopo l’ultimo match giocato a Wimbledon e perso contro Hurkacz, sono tutti frammenti della vita sportiva di Federer che hanno segnato nell’immaginario individuale un momento ben preciso, un ricordo nitido in cui la memoria si fa però sempre più confusa nel provare a distinguere tra Federer e se stessi, tra le sue emozioni e le nostre. É quindi molto bello, e verrebbe da aggiungere anche giusto, che a raccontare la vita sportiva del tennista svizzero sia un autore che appartiene a questa stessa generazione, Emanuele Atturo, caporedattore de “L’ultimo uomo”, che in Roger Federer è esistito davvero (pubblicato nella collana “Vite inattese” dell’editore romano 66thand2nd che ormai abitua i lettori a libri sullo sport favolosi) ripercorre i molti successi di Federer ma anche le poche, e soprattutto per questo, dolorose cadute.

Non è un caso che il libro di Atturo prenda le mosse proprio da quella partita con Sampras e con un andamento oscillatorio che caratterizza tutto il libro e che si muove tra presente e passato, tra vita sul campo e fuori, affianchi a questo match di Wimbledon le prime pesanti sconfitte e i pensieri negativi che naturalmente seguirono. Il giornalista americano Christopher Clarey ha scritto che l’amore del pubblico verso Federer nasce non solo dalle sue vittorie, ma anche dalle sue sconfitte, dal suo essere, anche, un perdente, in una corrispondenza di sensi che fa avvertire la stella svizzera come un uomo e non solo un automa che gioca meravigliosamente a tennis, un re, come scrive Atturo, che non ha paura di mostrare le sue debolezze. Anche facendo riferimento alla finale di Wimbledon 2019 con Djokovic, Atturo riassume cosa significa l’orizzonte della sconfitta per il tennis di Federer e per i suoi tifosi, evidenziando sin da subito uno dei punti più interessanti di questo libro, ovvero il significato che assume l’esperienza di Federer per chi guarda il tennis: «Ogni sconfitta di Federer – scrive Atturo – viene percepita come un’ingiustizia, una nota stonata nell’equilibrio morale del cosmo, ma quella volta di più. Per i suoi tifosi quella sconfitta è più inconcepibile che inaccettabile».

Atturo nel capitolo introduttivo muove proprio da quella partita per delineare i confini del suo racconto, da una parte una narrazione precisa e immaginifica dei match di Federer, dall’altra uno straordinario bagaglio di riferimenti extratennistici, letterari, filosofici, giornalistici e cinematografici per dare un’immagine fedele del mistero di chi si trova a osservare Federer giocare (nel primo capitolo, per dare una semplice idea del tenore dei riferimenti, si passa da Jacques Derrida a Brian Phillips). Roger Federer è esistito davvero riesce infatti a collocarsi nello stretto gruppo di libri di tennis capaci di raccontare uno sport tanto semplice e lineare (Matteo Codignola ha ricordato una volta proprio della difficoltà di raccontare il tennis sottolineando come nell’arco di un match che dura tre o quattro ore i punti decisivi possano essere due o tre, cioè trenta secondi in tutto) senza perdersi nei tecnicismi che fanno scivolare il tennis scritto nei territori propri della noia. Nel suo libro Atturo ripercorre quindi i momenti salienti della carriera di Federer, riuscendo a non cadere nel facile rischio di trasformare la narrazione in un’agiografia, ma dando comunque al racconto quella natura talvolta metafisica che chiunque abbia visto giocare Federer avrà, anche solo per un istante, percepito (per esempio scrive: «La negazione dello sforzo è una caratteristica importante del mito di Federer: è ciò che lo rende l’archetipo insuperabile del tennis. L’ideale di un uomo arrivato a smussare e levigare il lato più sporco e oscuro di uno sport che, pur essendo un inferno solitario di tensione mentale. Ha sempre voluto tendere verso il mito dell’antiagonismo»).

Quando Atturo definisce la presenza di Federer in campo come «intangibile» e capace di addomesticare «la complessità psicologica ed esistenziale del tennis» prova proprio ad avvicinare il dettato della prosa ai misteri e alle armonie del gioco di Federer. Roger Federer è esistito davvero sembra quasi un romanzo di formazione osservato e trascritto da un narratore esterno che riesce a non farsi trascinare dalla grandezza dello svizzero, ma ne osserva invece con occhio attento, e scrittura irresistibile, i movimenti, dai comportamenti indisciplinati della gioventù alle difficoltà della pressione nel circuito, dalle vittorie a Wimbledon agli infortuni alle rivalità con Murray, Djokovic e, ovviamente, Nadal («Federer era forse il miglior giocatore di tennis, ma di certo non era il miglior lottatore, quello più disposto a soffrire, a dare fondo alle proprie risorse. Vince chi è più pronto ad attraversare il dolore e la fatica materiale di una partita di tennis per farne spettacolo della propria resistenza. […] è la morale ultima di Nadal su un campo da tennis» scrive Atturo riassumendo splendidamente una delle rivalità più appassionanti della storia dello sport).

Atturo come detto non scivola nell’agiografia ma si trasforma piuttosto in una sorta di autore di chansons de geste che cerca di convincerci, e convincersi, che ciò che abbiamo visto ed esperito è esistito davvero, che non si è trattato di un’illusione, che il mondo terreno talvolta può rivelare squarci di indefinito, così come il poeta raccontava le imprese epiche e incredibili del ciclo carolingio. Ma come chi deve raccontare i misteri che ogni tanto si affacciano nell’esistenza e a cui non è possibile dare risposte certe, alla fine Atturo si chiede, considerato quanto è stata straordinaria la carriera di Federer, e incredibile la nostra possibilità di seguirla, «se arriverà il momento in cui ci accorgeremo che la sua apparizione, in realtà, è stata un sogno».

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Autore

matteomoca@minimaetmoralia.it

Matteo Moca è dottore di ricerca in italianistica e insegnante. Scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio, Domani, L'indice dei libri del mese, Blow Up e il blog di Kobo. Ha pubblicato le monografie "Tra parola e silenzio. Landolfi, Perec, Beckett",  "Figure del surrealismo italiano. Savinio, Delfini, Landolfi" e "Un'esigenza di realtà. Anna Maria Ortese e la dipendenza dal fantastico"

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