Pubblichiamo un estratto dal romanzo di Riccardo Marra Giorni da astronauta, uscito per Augh! Edizioni, ringraziando editore e autore.
di Riccardo Marra
Tra i momenti più strani della mia vita senza dubbio ci fu quella volta in cui vendetti la mia nuovissima villa a un medico neozelandese.
L’avevo comprata con i soldi della mia prima missione nello spazio. Era una casa a due piani color confetto, circondata da due piscine, diciotto buche da golf e un giardino all’inglese. Si trovava poco fuori Sydney, a Woollahra, sulla baia di Double Bay. La mattina veniva investita dai profumi dell’oceano e, bella com’era, svettava da una collinetta circondata da case di multimilionari. Ma multimilionari veri però, non quelli dei film. Imprenditori, petrolieri, banchieri, con le loro famiglie tutte bionde e i loro vestiti tutti bianchi. Il venditore dell’agenzia – un tale che si era presentato in smoking azzurro – mi aveva detto che era un pezzo unico di art déco degli anni Trenta. Ma a me interessava fare l’uomo ricco, non l’esperto di architettura, quindi l’avevo presa perché era esagerata, verde e già tutta arredata, non per altro. Mi trovavo in Australia perché alcuni colleghi astronauti me ne avevano parlato bene. Cercavo un posto per me, un posto dove stare e lì c’era tutto quello che mi serviva: sole, mare, pesce squisito, nessuno che rompeva le scatole, il mio ambiente di benestanti tutti pronti a farci i complimenti.
All’inizio fu uno spasso: era estate, scendevo in strada in infradito, facevo sosta da Molly’s: una tavola calda che cucinava dei pancake da favola. Poi passavo da un pub irlandese aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. Mi facevo un paio di boccali di nera. Quindi andavo in spiaggia, sbronzo, a prendere il sole. Era una vita spettacolare. Era quello di cui avevo bisogno in quel momento. Io, astronauta famoso, con un paio di occhiali da sole fumé, una camicia di lino e centinaia di dollari sfusi stipati nella tasca del costume. Era una vita spettacolare.
Non durò molto però, forse un paio di settimane; un giorno aprii gli occhi svegliandomi di soprassalto e con un inferno in testa. Mi ritrovai in spiaggia con un braccio rigido incastrato dietro la nuca. Davanti e sopra di me, il mare e il cielo si erano amalgamati come liquidi in un’ampolla. Ero sudato fradicio e non ricordavo chi fossi né dove mi trovassi. Ero in preda a un’amnesia terrificante, un incubo. La spiaggia era bianca, il sole era talmente forte che i corpi pallidi della gente si rimestavano all’orizzonte.
Poi finalmente mi si avvicinò qualcuno, era una donna, uno schianto: bionda, formosa, profumava di crema solare al cocco. Si accorse dei miei occhi persi, si spaventò e si offrì di accompagnarmi da un dottore. Quindi si rivestì e mi caricò in macchina, una cabriolet rosa antico. Io ero così a pezzi che non opposi resistenza. Le vie sinuose di Double Bay erano serpenti viscidi che s’accoppiavano ai bordi delle strade. Non parlavo, la lingua mi si era ingrossata così tanto da riempire la cavità della bocca. Non resistetti alle curve e vomitai dentro l’auto. Mi vergognai, chiesi scusa a nome di uno sconosciuto, me.
Durante il tragitto via via mi tornò la memoria, dunque pregai la donna di portarmi a casa. Lei mi accontentò, anche se insistette per farmi visitare da un medico – suo marito – che fece arrivare alla villa con un colpo di cellulare. La giornata era calda, umida, il cielo divenne viola dal calore.
Quando arrivò il dottore io stavo immerso nella mia piscina, appoggiato a un materassino; la donna invece succhiava con una cannuccia una Coca-Cola che nel frattempo le avevo offerto. Il marito aveva almeno trent’anni in più di lei. Portava uno spolverino estivo e si manteneva in grande forma. Ai piedi un paio di scarpe da ginnastica rompeva la coerenza del suo look, ma allo stesso tempo gli conferiva quel tocco astruso di australianità.
«Avevi ragione, è proprio lui» esordì il medico rivolgendosi alla moglie che, da dietro la cannuccia, sorrise soddisfatta. «Capitano Cutugno, sono un suo grande fan».
Con calma iniziò a sfilarsi scarpe e calzoni davanti al mio sguardo attonito. Poi tolse pure la cravatta, ma tenne la camicia e con buona agilità si sedette a bordo vasca ammollando le gambe in acqua.
«Mi presento: mi chiamo Adam Martin, mia moglie Luna mi ha detto che aveva bisogno del nostro aiuto quindi eccomi qui».
Tirò fuori un biglietto da visita che poggiò sul tavolinetto del giardino, poi con un cenno fece intendere alla donna di allontanarsi. Io stavo in silenzio, avevo capito che quel medico non era venuto per visitarmi, era chiaro. I dottori non restano in mutande davanti a uno sconosciuto, oltretutto in casa d’altri.
Incurante del mio mutismo, Martin tornò alla carica:
«Capitano, forse è inutile che glielo dica, ma lei è un eroe!».
I suoi occhi brillarono così tanto da riflettersi sulla superficie dell’acqua. Io andai giù, bagnandomi i capelli. Quando riemersi l’uomo si era calato completamente in piscina, svestendo la camicia. Non accusavo più gli effetti dell’alcool e l’insolazione era un diavolo che aveva battuto ritirata. Ero di nuovo lucido, ero di nuovo in me. Quindi cercai di capire come schivare i colpi e dove volessero andare a parare i due furbacchioni di marito e moglie. Ma valeva la pena giocare quella partita perché ebbi la sensazione che potesse portarmi dei vantaggi.
«Lei non parla come la gente di queste parti, vero?» gli domandai, riprendendo posizione sul materassino.
«Ha ragione, capitano. A lei non si può nascondere nulla! La mia famiglia viene da Wellington, Nuova Zelanda».
«E lei quindi… sarebbe un medico».
«Sì, diciamo così, lo sono nel tempo libero quantomeno».
«Invece nel tempo occupato cosa fa?».
«Colleziono cose».
«Cose di che tipo?».
«Cose di persone famose».
Per un attimo la moglie di Martin tornò da noi, mi chiese dove tenessi le padelle. Io le risposi che non avevo mai cucinato in quella casa, che ci stavo da pochi giorni e che perlopiù mi facevo consegnare il cibo a domicilio. Lei inarcò delusa la bocca smaltata di rossetto fresco, quindi mi chiese se preferissi cibo messicano o qualcosa di più leggero visto il malore di prima. Decidemmo tutti e tre per degli hamburger da asporto. Così prese la macchina e si allontanò. Restammo io e Martin in piscina. Era un uomo asciutto, con la pelle e il volto curatissimi. La barba rasata, però, gli lasciava un alone scuro sulle guance. Era abbronzato e portava i capelli con la riga di lato. Sembrava un attore di soap opera.
«Cose appartenute a chi, ad esempio?» rilanciai, un po’ scettico.
«La vede quella Mustang?». Indicò la sua splendida auto parcheggiata all’ingresso. «È appartenuta a DiCaprio».
«Leonardo DiCaprio?».
«Certo, lui in persona. Quando me l’ha ceduta c’era ancora una scatola di patatine di McDonald’s dentro. Le mangiava lui, sicuro! Le mangiava lui, capito? Erano le sue».
Mi era bastato questo primo scambio per convincermi di avere davanti uno svitato. Distinto, ben curato, con un bel portamento, ma comunque uno svitato.
«Ma… ma… a lei, a lei che cosa ne viene di tutto questo?».
«Di tutto questo cosa?».
«Del volere le cose degli altri».
«Non degli altri, dei personaggi famosi».
«Okay, ha capito cosa intendo…».
«Vuole mettere? Guidare l’auto di DiCaprio mi fa sentire un divo del cinema, mi dà l’illusione di attirare gli sguardi come lo faceva lui quando la conduceva tra le colline di Beverly Hills».
Con le mani simulava il gesto dello sterzo portando la testa all’indietro come a prendere il vento tra i capelli seduto in un abitacolo.
«Però è solo un’illusione, non crede?».
«Certo! Ma la più bella delle illusioni!».
Passò un aeroplano sopra di noi. Tagliò il sole facendo calare l’ombra sulla villa, ma solo per un secondo. Sembrò il segnale giusto per fare chiarezza su quella situazione.
«Martin, cosa vuole da me?» tagliai corto, avvicinandomi leggermente.
«Voglio casa sua, capitano. La voglio a tutti i costi». Iniziò a deglutire.
«Ma scusi, cosa sa di me? Cosa le interessa?».
«Scherza? So tutto di lei! L’ho seguita nella sua missione, ho sentito come ha salvato la vita a Mark Peen. Lei è un astronauta, capitano. Lei è… lei è un superuomo, uno che…».
«Ehi, freni… freni… non starà esagerando?».
«No, per nulla. Pensarla lassù, volteggiante nel nulla dell’universo, e ora qui accanto a me in acqua, mi eccita come poche cose nella vita».
Quel passo in avanti che avevo fatto ora lo ritraevo. La faccenda si tingeva di colori singolari, bizzarri, preoccupanti.
«Ma si rende conto che ho comprato questa villa dieci giorni fa? Non c’è nulla di mio qua dentro, neanche una padella!».
Provai a frenare la sua eccitazione.
«Ma c’è lei ora, qui, immerso nella piscina. Poi si alzerà, si asciugherà con un telo, inforcherà delle ciabatte, percorrerà il vialetto, andrà in stanza e in bagno, farà un doccia e dopo si siederà nel gazebo con me e mia moglie a mangiare hamburger. Capisce? Per me è moltissimo!».
I suoi occhi erano spiritati, i suoi muscoli del petto tesi. Iniziai a pentirmi di averlo fatto entrare in casa. Che cosa penserà la gente? E se i paparazzi ci fotografassero?, ragionai, tentando di non farmi tradire dallo sconcerto. Due uomini immersi in una piscina senza una donna intorno poteva essere frainteso. “Scoop! Il capitano Cutugno sorpreso mentre s’intrattiene con un uomo in piscina. Prima pagina! Strani movimenti attorno alla casa dell’astronauta siciliano beccato dai paparazzi! Shock! Cutugno è gay?”.
Sentii come un senso di vergogna, di violazione. L’immaginario dei miei pensieri virava verso lo scandalo, il gossip.
«Senta, potrei pure vendergliela la mia villa, ma non saprei dove andare poi, mi sono appena trasferito, capisce?» provai a temporeggiare.
«Capitano, scherza? Questa è casa sua, può stare qui quanto vuole, Perché… vede… io compro la sua casa e compro lei per stare nella sua casa…».
Sbiancai.
«Lei…? Lei fa cosa?».
Il cancello automatico della villa si spalancò interrompendo la discussione. La moglie di Martin aveva pensato bene di portare con sé il telecomando e aprire da sola. Scese dalla cabriolet con un sacchetto di carta che conteneva i nostri hamburger. Io uscii dalla piscina, inforcai le infradito, mi asciugai con un telo, poi andai in camera, feci una doccia veloce, mi rivestii. Preparai il mio sacco viaggio. Fuori dalla finestra vidi marito e moglie che si abbracciavano e si baciavano all’ombra del gazebo in attesa che scendessi per il pranzo. Ma io passai dall’uscita posteriore, feci uno scatto per non farmi vedere e mi infilai sul primo taxi. All’agenzia immobiliare, a Sydney, dissi di mettere in vendita la villa, lasciai loro il biglietto da visita di Adam Martin dicendo che era lui l’acquirente e che eravamo già d’accordo su tutto. Poi affittai una stanza d’albergo e l’indomani presi un volo per l’Italia.
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