Ricostruire una socialità tessendo trame con la comunità di un luogo: oggi, a quasi due anni dall’inizio di una nuova era, quella post pandemica, il teatro è soprattutto questo e lo sanno bene Fabio Masi e Angela Fumarola, direttori artistici del Festival Inequilibrio – Armunia, che proprio in questo momento di importanti stravolgimenti sociali, hanno visto il proprio Festival cambiare pelle radicalmente.
Luogo ventennale di residenze e produzioni teatrali, il Festival Inequilibrio, infatti, si è spostato dallo storico Castello Pasquini di Castiglioncello a Rosignano Marittimo, borgo sopraelevato che si staglia sulla celebre Rosignano Solvay, sede dell’omonima azienda.
Se da un lato Castiglioncello ha rappresentato per anni il punto d’incontro tra il panorama teatrale italiano, la danza contemporanea internazionale e le memorie della gaudente estate toscana dei divi del cinema e della letteratura, dall’altro questo cambio di sede potrebbe rivelare ora una nuova, grande possibilità di avvicinamento del teatro ai cittadini, come afferma lo stesso Fabio Masi: “Lo spostamento a Rosignano ci ha imposto di ragionare sul nostro essere organizzatori di residenze artistiche e di festival, di una struttura che lavora a livello nazionale ed internazionale, però immersi in una comunità che è un borgo. Essere qui ci permette di lavorare con le persone del luogo, per questa ragione, non appena arrivati abbiamo organizzato seminari e laboratori, prima che l’emergenza Covid interrompesse tutte le attività. A Rosignano non c’era un teatro, oggi, la sala lungamente utilizzata per conferenze, è diventata un teatro, il teatro Nardini”.
La storia di Armunia ci ricorda come un festival non sia solo una vetrina, ma sia fatto dal luogo, dalle idee delle persone che lo abitano, è piuttosto un percorso, con una funzione di collante da ragionamento, qualcosa che si deposita dentro il territorio, con grazia e lentezza. Sebbene ci sia ancora molto da ricostruire in questo nuovo percorso, oggi Armunia si presenta così, un tavolo di lavoro aperto in cui artisti e pubblico dialogano liberamente.
È con la voglia di respirare il nuovo clima che si è instaurato in questo angolo di Toscana rocciosa a picco sul mare, che sono stata all’ultima edizione di Inequilibrio, dove tra le proposte di consolidate conoscenze del Festival – tra cui Claudio Morganti, Roberto Latini e Nerval Teatro – è andata in scena l’anteprima nazionale dello spettacolo La Gloria, per la regia di Mario Scandale. Lo spettacolo, produzione de La Corte Ospitale e vincitore di Forever Young 2019/2020, racconta la vicenda di Adolf Hitler in un periodo poco conosciuto della sua biografia, quando, ai primi del Novecento, appena ventenne, insieme all’amico August Kubizek, si trasferisce da Linz a Vienna, con lo scopo di entrare all’Accademia di Belle Arti.Il sogno di gloria dell’aspirante artista si infrange violentemente contro la realtà: una granitica, quasi imbarazzante, mancanza di talento, fa sì che il giovane Hitler si ritrovi a costruire un intricato castello di bugie e ingenui sotterfugi pur di non mostrarsi agli occhi dell’amico per ciò che realmente è. Il crollo psicologico, la povertà e il vagabondaggio fino alla partenza per Monaco, dove, allo scoppiare della Prima Guerra Mondiale, Hitler si arruolerà nell’esercito intraprendendo il suo tragico percorso politico.
Uno degli sliding doors più potenti e forse più citati della storia: la questione privata che diventa prodromo di una tragedia collettiva.
Sulla scena, essenziale, un uomo seducente e infervorato (Alessandro Bay Rossi) nei panni di un giovanissimo Adolf Hitler: accanto a lui l’amato amico musicista, August Kubizek (Dario Caccuri), energico e talentuoso, tra i due uomini Stefanie (Marina Occhionero), amica di entrambi, elemento di rottura all’interno della simbiotica amicizia. La regia di Scandale disegna un interno domestico a tre morboso, fatto di luci e ombre, slanci vitali verso il futuro e gelosie sul presente, vissuto in un angusto appartamento, menzogne e ricatti morali. Sullo sfondo si rincorrono immagini senza una precisa collocazione temporale: dal passato al presente, ragazzi che ballano in walzer viennesi d’epoca o in teknival dei nostri giorni, in una ricostruzione molto immaginifica dell’Europa e di quello che può essere lo smisurato spaesamento emotivo di un giovane di qualunque epoca.
“Il giovanissimo Hitler si muove nel contesto di un’Europa che – pericolosamente simile a quella di oggi – vive un momento di insidiosa instabilità, precarietà, inquietudine tali che la porteranno a credere alle bugie di un tiranno megalomane il cui primo aspetto è quello di una disarmante mediocrità: un artista fallito e disperato il cui unico desiderio da ragazzo era quello di diventare famoso, e che si troverà invece a diventare un mostro capace di provocare la più terribile ferita della storia dell’Occidente” afferma Fabrizio Sinisi.
Il suo testo, prima ancora che una riflessione storica, è una corposa e mai retorica riflessione sulla mancanza di talento: la parabola di un uomo disperato, ridotto a zimbello di se stesso per via dell’ammontare di scuse e bugie, mette lo spettatore davanti a un tema arcano e sempre attuale, trascinandolo in un turbine di sentimenti che vanno dalla tenerezza al fastidio, approdando a un’inaspettata e inopportuna compassione. Quando del dittatore (che sarà) non resta più alcuna traccia, il gioco di specchi riflessi si è ben compiuto: “Il lavoro sulla Gloria ha per noi sicuramente un valore politico” afferma Mario Scandale “ci accomuna una forte esigenza di lavorare sulla memoria storica della cultura europea, sui fondamenti psicologici e storici che stanno alle radici di una dittatura ed analizzare in cosa consista esattamente questo terreno fertile che permette la crescita e la presa di potere di comportamenti e meccanismi pericolosi, ora più che mai attuali. Vorremmo portare il pubblico a chiedersi, inoltre, quale sia e quanto sia sottile il confine che esiste fra un rivoluzionario ed un dittatore, fra un visionario ed un mitomane”.
Senza clamori scenici, Mario Scandale ferma un’immagine: il desiderio e la vitalità di una generazione che fa la conoscenza del fallimento, è l’alba del Novecento, ma potrebbero essere anche gli anni Venti di questo secolo, il senso di disperazione assoluta è lo stesso, la devastazione fisica delle città, i cumuli di macerie alti e imponenti hanno lo stesso peso dell’annientamento di secoli di cultura e restano un monumento alla potenza autodistruttiva dell’uomo, alla sua indomita inclinazione alla controcreazione, al male irreparabile.
Una scritta enorme campeggia sulla scena: “Siamo stati ragazzi nella grande sera dell’Europa”.
Giornalista, si occupa di teatro, viaggi e società. Collabora, tra gli altri, con le riviste Il Tascabile e CheFare.
