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Foto di Elisa Pregnolato

Prima ancora che un’articolazione dello spazio, la casa è un’articolazione del senso. Un costrutto psichico, lo definisce Emanuele Coccia in un saggio sulla casa e la felicità domestica, dove riflette sul rapporto singolare – e nella quotidianità a noi del tutto invisibile – che l’essere umano ha instaurato con la parte minerale di cui è fatto il pianeta: le pietre. Di pietre sono fatte le case, materiale squadrabile che delimita lo spazio del dentro dallo spazio del fuori. Di pietre nere, oggi, sono fatti i nostri display con cui, dal dentro, ci riconnettiamo al fuori del mondo.

A partire da queste constatazione è possibile articolare una geografia urbana, o abitativa, che molto ha a che fare con la ricerca di uno spazio privato in grado di compensarci dalle pressioni dell’esterno, in termini di comfort, di relazioni, di vivibilità; ma che, allo stesso tempo, si articola come geografia della disponibilità economica, e dunque della disuguaglianza. La pandemia da Covid ha solo fatto esplodere le contraddizioni che da anni, sul tema della casa, appaiono sempre più evidenti: i centri storici vuoti, poiché disabitati, sono oggetto di un processo di capitalizzazione delle case che tende a espellere la residenzialità per estrarre reddito (in questo sembra la versione perversa delle città ideali rinascimentali, dove pure le città “perfette” venivano dipinte senza alcuna presenza umana). È solo l’aspetto ultimo, più visibile perché sconcertante, di un modello che prevede costi più alti per zone pregiate – spesso centrali, o collegate – rispetto ai prezzi minori delle zone disagiate, comunque sia spesso inarrivabili per larghi strati della società. Questa mappa delle disuguaglianze orienta la nostra vita, i servizi a cui possiamo accedere, le ore di traffico che dobbiamo impiegare per andare a lavoro, coordinate che da pratiche diventano esistenziali, e dunque politiche. Perché in quelle coordinate ci viviamo dentro, ci nascono i nostri figli, e al loro interno ci muoviamo dimenticandone l’esistenza, dandole in larga parte per scontate, ci nuotiamo dentro inconsapevoli, come i giovani pesci del proverbio cinesi fanno con l’acqua.

L’impatto che queste dinamiche provocano sulle nostre vite è al centro di lavoro bello e convincente che la compagnia Babilonia Teatri (Enrico Castellani e Valeria Raimondi) ha realizzato in collaborazione con Francesco Alberici (presente con loro in scena), intitolato significativamente “Pietre Nere”, concetto che ben sintetizza il cortocircuito tra dentro e fuori, da economia e simbolico, tra spazio delle relazioni e spazio dell’economia. D’altronde quale altro luogo, se non la casa – in un epoca di relazioni virtuali, di ripiegamento sul privato, di svuotamento di senso delle grande adunate collettive, siano esse artistiche o politiche, se non esercitate nella forma dell’“evento” – quale altro luogo, si diceva, agli occhi degli esseri umani, è in grado di far emergere quell’impatto biologico, psichico, che le scelte della politica e dell’economia imprimono sui viventi? È lì che ripieghiamo, è lì che investiamo, è lì che facciamo risuonare le inquietudini che dobbiamo nascondere all’occhio esterno della società della prestazione e della performance,  ben descritta da Byung-Chul Han ne “La società della stanchezza”. Sulle case si appunta un desiderio di carattere persino morboso, come avevano già intuito Palahniuk e Fincher in “Fight Club”, dove i cataloghi di arredamento sostituiscono la pornografia. Sulla casa si addensano le nubi punitive del controllo sociale, con lo spettro dell’ipoteca e del pignoramento.

“Questo è uno spettacolo sulle case e sul fatto che dovremmo aprirle”, si dice nello spettacolo. Ma siamo lontani dalla “strada” di Gaber e Luporini, perché “fuori” non c’è più nulla su cui si possa davvero contare, mentre “dentro” si rifrangono le ossessioni a cui spesso non siamo in grado nemmeno di assegnare un nome. Sulla casa si addensano talmente tante questioni – alcune evocate, altre letteralmente squadernate da Babilonia Teatri – da rendere perfettamente plausibile quanto riportano le ricerche odierne, ovvero che cambiare casa ha un impatto psicologico sulle persone secondo soltanto al lutto o alla fine di un amore. “C’è una parola che basta pronunciarla e mi viene il sangue al naso: trasloco”, dice Francesco Alberici a un certo punto dello spettacolo; può sembrare una boutade, è in realtà la manifestazione del cortocircuito di un diritto – l’abitare – trasformato in merce.

Lo spettacolo termina con un divano rosso gigante, simbolo avvolgente di comfort ma anche disneyzzazione del bisogno, un elemento famigliare e ironico che in “Pietre Nere” riemerge costantemente – è uno spettacolo che fa ridere, a volte, e che riesce a illuminare senza sforzo le contraddizioni del quotidiano semplicemente evocando le sensazioni sottopelle che viviamo in quella sfera. È qualcosa che proprio la presenza di due ragazzini in scena (i figli di Castellani e Raimondi, oramai compagnia a carattere familiare), nucleo centrale degli sforzi di ogni famiglia, rendono in modo perfetto e lampante.

“Pietre Nere” è una vera e propria indagine, svolta nel territorio di Asti, e come spesso accade con il teatro dei Babilonia, ha la qualità di centrare con precisione i nodi roventi che agitano il conscio e l’inconscio della nostra contemporaneità. È un’operazione che al duo veronese – cosa rara nel panorama teatrale – riesce praticamente sempre, complice una scrittura che inanella riflessioni profonde ed elenchi di frasi fatte, pensieri intimi e pensieri collettivi, derive pop e evocazione del conflitto, in una sintesi che è allo stesso tempo personale e politica. Non fa eccezione “Pietre Nere”, riflessione nata dalla mutata percezione innescata dalla pandemia, ma dallo sguardo e dal respiro decisamente più ampi.

[Visto a Roma, Teatro Quarticciolo]

 

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Autore

grazianograziani@minimaetmoralia.it

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l'opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d'eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell'Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch'esso Stati d'Eccezione.

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