di Marco Mantello

“Dire la veritá è facile e piacevole“
osservò l’arrestato
“Non ho bisogno di sapere,“
replicò Pilato,
con la voce sorda e cattiva
“se per te é piacevole o non
piacevole dire la veritá.
Devi dirla”

Questo scambio di battute fra Ponzio Pilato e Gesù Cristo è tratto da Il maestro e Margherita, e rappresenta bene una mentalità senza tempo che é stata attraversata e esasperata dal nazismo, ma che esisteva giá da prima, e esiste ancora oggi, in Abendland. Il passo di Bulgakov mi ha fatto pensare a un Immanuel Kant banalmente decontestualizzato, e all’idea che una volontà è buona sole se agisce per dovere. Il principio di volontà orienta l’idea del trattarsi fra esseri razionali e spersonalizzati non come mezzi ma come fini, e presuppone la conformitá delle singoli azioni umane a una legge universale. Per Kant questo principio è l’imperativo categorico, mentre per l’uomo della strada che legge Kant, o per un Eichmann lettore di Kant a Gerusalemme, è l´obbedienza incondizionata al sistema di regole vigenti in una data epoca.

“Qualunque ruolo abbia avuto Kant nella formazione della mentalità dell’“uomo qualunque” in Germania, non c’è il minimo dubbio che in una cosa Eichmann seguì realmente i precetti kantiani: una legge è una legge e non ci possono essere eccezioni”

È quanto deve ammettere Hannah Arendt, quando prende le difese del filosofo dalle citazioni piú o meno corrette di Eichmann lettore della Critica della ragion pratica mutata in obbedienza a Hitler. Eichmann sosterrà di avere abbandoanto l´idea kantiana attuando la soluzione finale, ma qui siamo di fronte a un punto critico dove l’idea astratta va a cozzare con la regola operativa, un punto che chiamerei di illuminismo reale.

A livello di immaginario collettivo di un popolo identitario per cultura e non per natura, l’ídea che un’azione motivata dal dovere sia per ciò solo buona, tende a confondersi con l’idea che un’azione é buona in quanto conforme a un sistema di regole sanzionate con punizioni certe e di sicura applicazione. Fare qualcosa per dovere equivale a fare il bene, ovvero il che è lo stesso, fare il bene significa non solo non violare una legge o un ordine perché si sa, è certo, che si sarà puniti, ma anche divenire noi stessi legislatori, e esecutori del principio, farlo nostro, interiorizzare la regola come parametro di giudizio del comportamento altrui.

Controllare significa essere controllati; libertà e ordine sono la stessa cosa. Tutto ciò ha delle conseguenze, oggi, in Europa? Sì. Da un lato la fiducia nel rispetto della regola e il suo stabilizzarsi in una società di esseri razionali perché convinti di volere ció che devono, accentua una pace perpetua fondata sulla regolarità delle condotte quotidiane degli individui integrati, e il ruolo della polizia nella sua potestà di minacciare sanzioni con la sua presenza sul territorio. Questo avviene prima ancora che delle regole siano effettivamente violate, o che dei rischi si siano effettivamente prodotti. Dall’altro assistiamo alla creazione di outsiders e di minornaze anomiche chiuse in quartieri-carcere a cielo aperto, cui indirizzare la potestà punitiva. Ulteriore corollario di questo sistema è la felicità della maggioranza. Una felicità che a dispetto di qualsiasi dialettica naturale con le pulsioni antivitali impartite dall’imperativo kantiano, deriva proprio dal dovere.

La volontà buona diventa una volontà felice per il male impartito agli altri; una volontà autonoma e libera grazie all’ordine garantito dall’autorità; una volontà piena di risolutezza e saldezza di propositi, laddove il suo oggetto esclusivo e quotidiano è la risoluzione di problemi pratici, e il fare qualcosa di utile qui e ora. Lo stato del parco, da questo punto di vista, e quando dico parco intendo qualsiasi luogo deputato a verde pubblico e a passeggiate nella natura in una qualsiasi metropoli europea, è un ottimo esempio delle capacità espansive di una ragione pratica di serie B, cioé di quelli che Hannah Arendt, lettrice di Kant al pari di Eichmann, definisce i doveri di un cittadino ligio alla legge, intitolandovi il capitolo 8 della Banalità del male.

*

L’occhio la guardó ancora prima di chiudersi e sparire nella luce del soffitto. Erano le nove del mattino in Cour d’Asisses, Luigi era stato appena condannato a morte e il tempo si era come fermato, dentro e fuori di lei. “Ma che succede?”. “Ma che succede?”. “Essere razionali” mormoró Marie Gulpin nella sala delle udienze vuota. In auto contó i passanti sul pont neuf, i veri colpevoli e i veri credenti, era da loro che dipendeva l’esito finale della lotta. Perché Marie si era come divisa in due, adesso, due donne in una, con la Madre che era sgusciata via fra le colonne bianche del palazzo di giustizia, e il Presidente che contemplava la marcia funebre della città dai chiaroscuri di una mercedes. Era rimasta muta immobile per tutto il viaggio di ritorno all`Eliseo, la schiena dritta come una spiga, i fianchi spessi e ben posati sul sedile posteriore dell’auto, e quelle pupille azzurre, e anch’esse ferme, incantate in un sogno dove l’amore e il calcolo erano la stessa cosa. Poi, lungo la trafficata Senna, mentre le sirene della scorta suonavano un’unica nota e i nasi da clown dei passanti mutavano in facce contrite e magre, Marie Gulpin notó un uomo in bretelle che trasportava un frigo su un montacarichi.
“Peep!” si sentí dall’auto ferma al semaforo, “Peep!” “Peep!”. Una lucina rossa lampeggiava dalla cima del frigo spento, mentre i piedi dell’uomo, chiusi in un paio di scarpacce verdi con la punta in su, calpestavano le strisce pedonali trascinandosi dietro il peso.
“Carcasson…” sorrise Marie Gulpin. Il dito indice si era mosso quasi da sé verso l’uomo in strada, lasciando una macchia appannata sul finestrino della mercedes. L’erre moscia di Carcasson, quel “Bonsuàv, cavi piccoli amici” e il peep della sirena sul cappello di Gallimat, le erano tornati in mente come petite madeilene marcite nel ghiaccio. Erano anni di socialisti, e con Luigi vedevano lo show dei clown su France 2, quando la trentenne Marie Gulpin, candidata al ventesimo arrondissement, risaliva nella casa coniugale per il suo turno di baby sitting. All’inizio era solo uno spettacolo per bambini, ma già dalla seconda serie Carcasson aveva mollato le giocolorie, non strillava nemmeno piú quel suo celebre: “Applauso per favore!” che faceva sbellicare Luigi dalle risate. Ora il clown, ripulito e in tiro delegava le parti comiche del programma al solo povero Gallimat, che presto cadde in crisi di share e fu epurato. Dalla terza serie in poi, gennaio ’79, fu inserita una parte en plain air, dove Carcasson intervistava baristi, poliziotti, ristoratori e operai francesi sulle conseguenze della crisi nel settore immobiliare. Poi col tempo i produttori cambiarono nome e orario allo show, lo facevano ancora dopo tutti quegli anni, ma adesso si chiamava Francia oggi, e andava in onda alle 22.00, quando i bambini dormivano.
“Applauso, per favore!” mormoró Marie dall’auto. L’uomo del frigo era svanito in un vicolo assieme alla scia di Carcasson, e a quei lontani pomeriggi dove lei tornava a prendere Luigi nella casa di Rue Piat e vedevano i clown insieme. La cucina era piena di piatti sporchi e il foglio delle recriminazioni dell’ex marito giaceva appeso alla credenza. Era l’epoca del divorzio e Marie aveva appena ultimato il trasloco in un monolocale. Luigi la prese decisamente bene, era un bambino attento e sensibile, era anche diventato piú maturo dopo che i suoi gli avevano detto che non potevano piú continuare a vivere insieme nella casa di Rue Piat. Nei giorni del trasloco aiutava mamma a portare gli scatoli e anche all’asilo adesso giocava con tutti e non solo con quell’unico amichetto dei primi tempi che poi aveva cambiato scuola. La maternità era conclusa, l’amore coniugale finito e Marie si sentiva bene, anche di corpo era rinata grazie allo yoga e a una punta di aggressività contro quella specie di seconda figura paterna del marito-ex. Nella fase di convivenza da separati lo guardava coi suoi larghi occhi azzurri, in un sottile gioco di repulsione che culminava con la conta dei preservativi in borsa e quei continui: “Non ti amo piú” che le davano forza e vitalità, ogni volta che lui cercava di ferirla. “Mi dispiace”. “Stasera vado al cinema (da sola), “Puoi mettere a letto Luigi tu domani?”, gli “A dopo”, gli “Hai qualcuno? Sarei contenta per te”, “Se vuoi ti faccio uscire con una mia amica single”. A volte gli dava dello stalker, come se non fosse piú lui, ma il molestatore che le telefonava venti volte di fila alle tre di notte. “Se fossi un islamico mi picchieresti! Non voglio avere mai piú rapporti cosí morbosi nella mia vita mai piú!”. La femminile rifioritura aveva generato in quell’uomo attacchi di apnea notturna e un periodo di impotenza, risparmiando da inutili pene il vecchio padre di Marie, vero bersaglio della sua ritrovata gioia di vivere. O almeno questa era la diagnosi della terapeuta che la seguiva ai tempi, tale Cäcilia Kosmanne, che poi divenne una delle piú autorevoli sottosegretarie alle pari opportunità quando Marie fece carriera vera, e i rapporti di forza fra le due donne si invertirono. Ma in quel periodo chiamiamolo cosí di prepolitica, dove i dentisti i commercialisti i consulenti fiscali e gli psicologi di mezza Parigi non miravano solo a accumulare clienti nel pieno rispetto degli statuti etici di settore, erano ancora la Kosmanne e la sua terapia del “qui e ora” a esercitare su Marie un decisivo influsso. Il padre doppio, in questo, l’interferenza da eliminare, si chiamava René Gulpin (il padre? Il marito? Non lo ricordo piú). Fatto sta che René Gulpín era vent’anni piú vecchio di lei, nonché uno dei fondatori dell’FN dopo il nuovo corso che fece conseguire al partito, per la prima volta nella sua storia, un paio di seggi a Belleville. Di generazione antisemita invece che antislamica, un uomo laico e molto poco autoritario in famiglia a parte le cene coi posti fissi a tavola, e con cui Marie aveva contatti zero. Da questo punto di vista il divorzio coincise con un breve periodo di storielle da una notte e via, ma sopratutto con una febbrile attività lavorativa che la portó ai vertici del Front National parigino e a una piena integrazione nel suo habitat di quartiere. In quegli anni con il suo ex vivevano ancora in appartamenti vicini e da entrambe le case dove Luigi aveva la cameretta si vedeva il parco. Su in alto su Rue Piat c’era un grande panorama da cartolina con la Tour Eiffel; mentre in basso da Rue des Couronnes, e dal grande palazzo a forma di caserma dove si era trasferita a vivere Marie Gulpin, si vedeva la città vera. All’epoca il parco di Belleville era l’epicentro di una massiccia “campagna di sensibilizzazione” da parte dell’FN, cui Marie partecipava con comizi in presa diretta, e come fondatrice di un comitato di abitanti di zona che prima fotografavano i nordafricani dalle loro terrazze, e poi spedivano le prove dello spaccio alla polizia, ovviamente in via anonima. Quel giovedi, dopo Carcasson e Gallimat, Marie portó Luigi nell’area giochi. L’area era di strada per casa nuova, lungo la scalinata Julien Lacroix, e solo qualche giorno prima c’erano state due grosse operazioni di polizia, dopo che un compagno di asilo di Luigi aveva dissotterrato capsule di cocaina sotto agli scivoli. Capitava spesso di vedere nordafricani in manette a Belleville, i giornali locali dicevano che erano piú di duecento, e che ne sarebbero arrivati ancora. Ma quel giorno quando Marie e Luigi scesero da Rue Piat non c’erano piú nordafricani, zero, solo gatti che uscivano da siepi simili a teste rasate. In verità era l’intero parco a sembrare finto dopo la terza razzia contro le droghe. Un paio di blindati stanziavano a veglia sulle entrate, e gli operatori ecologici, sparsi come puntini su una mappa in scala, ripulivano le aiuole al napalm.
“Il problema per ora é risolto ma torneranno”, disse Marie alle madri con passeggino che le venivano incontro dalle panchine vuote.
Quel giovedi prima di condurre Luigi a cena, rilasció un’intervista in loco, direttamente dall’area giochi del parco. “Ora é possibile farsi una passeggiata nella natura” disse da candidata al ventesimo arrondissement. Mentre parlava ai microfoni dei grandi successi del comitato per la liberazione di Belleville dalle droghe, la parola disastro echeggió nell’aria: “Di…Disastro mamma disastro!”. Era il quattrenne Luigi, e strillava forte ai piedi dello scivolo. Marie scrutó da lontano quella macchia grande e larga di pipí che suo figlio si era appena procurato sui pantaloni da pioggia, e la cosa le dette un chiaro segnale di rompete le righe.
“Torno alle mie mansioni” sorrise alla giornalista.
Poi corse da Luigi e lo cambió in un angolo, mentre i lampioni a gas si accendevano a file, e la luna saliva alta in cielo a illuminare il suo primo successo politico.

Fino a quando poteva durare? E cosa sarebbe successo al parco, alla nazione, alla ragione, se a sentirsi puniti, a esserlo, non fossero stati piú gli innocui membri della minoranza anomica che spacciavnao droghe a Belleville, ma gli uomini e le donne del dovere, la maggioranza europea e laica? Detto fatto, il sistema di manutenzione del parco duró meno dei pannolini di ricambio che Marie Gulpin portava in borsa per il suo Luigi, che intanto cresceva, e andava già al ginnasio. Era l’epoca della sua prima elezione come deputato FN, quando vennero finalmente gli attentati islamici. Due trentenni nordafricani nati in Francia, in quei giorni, stesero dodici persone presso la sede di un giornale satirico. Su internet girava un video coi terroristi in strada, si sentivano spari e si vedeva bene il poliziotto a terra. Uno di loro, armato di AK 47, si era avvicinato al poliziotto per finirlo, poi quelli del commando erano ripartiti nell’auto nera. Loro, i parenti di Hadiudi che andavano a fare le vacanze in Siria addestrati dall’Is, per portare il terrore dentro l’area protetta. Franco-algerini, franco-tunisini, l’islam francese, dicevano, ma tanto era uguale, contava solo che portassero i segni, dentro, di venire da altri mondi, e che questi segni e questi mondi producessero azioni nel mondo di Marie. Era da tempo che lo sosteneva nei suoi love speech parlamentari, e adesso le cose stavano lí, esattamente come le avevano previste lei, e gli xenofobi di mezza Europa. La satira stessa viró dapprima, e a caldo, sulla difesa della categoria, e della sua stupidità. Presero a ridere dei loro stessi morti, che dal collo ancora fumante e tranciato cacciavano fuori linguacce e pernacchie, di fronte a attoniti e barbuti esseri con scimitarra in mano. Ma poi, quando la pace perpetua ritornó in città, e gli attentarori furono prima presi, poi uccisi e infine commemorati, i satiri stessi virarono sul carisma di Marie Gulpin. Il Front National vinse le elezioni e le fu dato il posto di guardasigilli, apparvero inserti di lei in versione “giovane promessa della democrazia”. La sede del ministero degli interni divenne il centro propulsore della sua imminente ascesa alle presidenziali. Mancava poco, ce l’ aveva quasi fatta, e tutto aveva avuto origine dai fatti, dalle cose concrete che erano successe, tutto, anche il suo senso del dovere, aveva avuto origine in un’area giochi a Belleville, dove i bambini di religione islamica giocavano insieme al suo. “Siamo di fronte a qualcosa di tragicamente epocale?“, aveva detto nei tre minuti video quando uccisero i vignettisti, anche quelli di sinistra, sopratutto loro, che adesso cercavano l’autorità, la protezione. Marie Gulpin era diventata una specie di profetessa, una Cassandra laica, ma di una laicità che assimila, e smette di tollerare. Vennero le presidenziali. E da Cassandra diceva: “Il terrorismo é diverso da come era. Oggi esiste un modello di guerriglia urbana istantanea e decentrata. Hanno attaccato la sede di un giornale, cioé uno degli infiniti luoghi di una città dove se uno vuole entra e spara in cinque minuti netti. Avrebbero potuto attaccare un bus, o la casa editrice che ha appena pubblicato il romanzo di un noto scrittore francese dove si ipotizza un presidente di religione islamica nel prossimo futuro. Avrebbero potuto attaccare una scuola, un cinema, un qualsiasi luogo aperto al pubblico. Siamo all’inizio di un nuovo modo di uccidere in Europa. E io come donna e come cittadina mi sento punita. Si, punita dall’islam radicale”.
Parlava con calma davanti alla porta dell`Eliseo, parlava da presidente di tutti i francesi in modo misurato e attento, e cercando di nascondere la consapevolezza, che quello era il tempo del suo trionfo.

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3 commenti

  1. Complimenti, bel pezzo dall’inizio alla fine.
    Mi fa impressione lasciare il primo commento, ma l’argomento mi tocca.

    Non ho gli strumenti culturali per scendere così in profondità nel rapporto tra cittadino, legalità, bene comune. Osservo che io, per quieto vivere, tendo a scegliere la legalità, prima di pensare che sia giusto farlo, o che quel particolare articolo di legge – e la situazione che ne deriva – sia giusta. Quando poi mi ci soffermo spesso trovo che è così, è giusto. Quando invece questo non succede la mia condizione di cittadino (succube? Illuso? nazista a mia insaputa) ne esce in teoria rinforzata dal fatto che posso oppormi, attraverso il voto e la delega parlamentare, alla legge che ritengo ingiusta. Sottolineo: rinforzata, non è cosa da poco. Effettivamente parlo di un “sistema di regole vigenti in una data epoca in un dato territorio”, quindi scartiamo Kant.
    Però ecco, a me la questione appare più sfumata, se ho capito come la poni tu.
    Una possibile confutazione viene dal fatto – dimostrato ieri nelle sue conseguenze – che in pratica non esiste la possibilità per nessuno – tantomeno per un francotunisino dentro una banlieu – di chiedere che sia rispettato un tabu, un ordine religioso, un dogma. La parola rispetto, insomma, ha un significato solo teorico in bocca a una persona “seria”, come dici tu un Eichmann, uno che dice quel che pensa, che fa quel che dice.
    Perché da noi la regola è prendersi le distanze prendendosi per i fondelli, ripartire dal fatto che tutto è necessariamente uguale a tutto. Altrimenti vivere insieme diventa troppo complicato. Che poi insieme mica tanto, ma vabbè, la realtà è la stessa anche se non vieni da un ghetto, anche se sei bianco.

    Che cosa ne resta? Che ognuno è padrone a casa sua? Che tristezza, d’accordo. Però ricorda che se prendi l’aereo per Teheran niente prosciutto e a metà volo tua moglie si deve coprire i capelli, anche se non vuole.

    Comunque tranquillo, che il male di solito genera l’anticorpo. Le Pen sarà presidente, la Francia starà malino per 5 anni, l’Europa unita probabilmente non sopravviverà ma poi passerà a nuttata

  2. Ti ringrazio per il commento, non sono altrettanto ottimista, e non credo che il modello di comportamento alla Eichmann sia proprio di una persona “seria”, credo sia un modello di facile ottusitá. Il problema per me é che il tipo di societá europea a nord della penisola é un tipo di societá che ha “secolarizzato” molti, forse troppi dogmi e non li discute piú, li usa come spartiacque fra quelli che Elias chiama a ragione Established e Outsiders. La violenza é un problema complesso

  3. Ero ironico, ovviamente; scusa, non si capiva.
    Il punto è proprio questo, per me: una persona “seria” al giorno d’oggi è uno spostato, un emarginato, uno stupido.
    In una banlieu è un terrorista. In val di Susa potrebbe essere un anarco insurrezionalista.
    Però nei libri, al cinema, uno così continua a piacerci assai. Se ci rimette le penne lo chiamiamo persino un eroe.
    Ho il sospetto che nella cd “modernità” non ci abbiamo ancora neanche messo la punta della scarpa. I nostri miti, il nostro epos, sono romantici. Quando questo nostro lato proiettato tra le stelle si umanizza, si veste e si arma e scende tra noi, ci fa paura e non lo riconosciamo.
    A proposito di eroi, mi dicono che Charlie Hebdo era pieno di debiti, stava per chiudere. Guarda un po’ il caso.

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Autore

fandzu@gmail.com

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo - sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory - ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L'Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

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